LAVORO: LA RESURREZIONE DEI VOUCHER GRAZIE AL LIBRETTO DI FAMIGLIA E AL CONTRATTO PRESTO

colombo sfondo (1)Milano, 28  giugno 2017 –I voucher sono stati introdotti in Italia nel 2003, ma hanno avuto una lunga storia di modifiche e cambiamenti prima di iniziare a essere utilizzati in maniera massiccia. Nel 2012 il loro utilizzo è stato liberalizzato: chiunque poteva venire pagato tramite voucher e ogni tipo di impresa poteva acquistarli per remunerare i propri lavoratori. Secondo molti, questo sistema così flessibile ha permesso una serie di abusi: “L’utilizzo distorto dei voucher poteva essere un veicolo per “liberalizzare il lavoro nero”. Inizialmente, infatti, si potevano utilizzare i voucher solo per evitare le sanzioni in caso di ispezione per lavoro nero, ma poi il pagamento avveniva solo in parte con questo metodo e per il resto mediante importi non dichiarati. Dall’altra parte per lo stesso beneficiario era, a certi redditi, più conveniente essere pagato in voucher perché reddito non tassabile.”- spiega Simone Colombo, consulente del lavoro ed esperto di direzione del personale in outsourcing, che prosegue – “L’utilizzo dei voucher nella pubblica amministrazione toglie il problema dei limiti assuntivi previsti legalmente e anche alla necessità di prevedere concorsi o altre forme di selezione. E’ vero che la normativa ha cercato di renderli il più tracciabili possibile attraverso più comunicazioni ed una maggior burocratizzazione. Il vero problema sta nel fatto che il numero esiguo di ispettori non permette un controllo efficiente ed efficace con grande difficoltà nell’evitarne l’abuso.

Nel 2016 circa 300 mila persone sono state retribuite con circa 130 milioni di voucher, ognuno del valore di 10 euro: 7,5 di compenso al lavoratore e 2,5 di contributi versati all’INPS e INAIL. Nel 2015 il numero di persone che hanno accettato pagamenti con questi buoni-lavoro sono state 1.380.030. Questo strumento è utilizzato nella stragrande maggioranza dei casi da persone giovani e giovanissime. Nel 21% dei casi si tratta di persone che hanno tra i 20 e i 24 anni mentre il 15,9% hanno tra i 25 e i 29 anni. L’11% hanno tra i 30 e i 34 anni mentre il 6,2% hanno fino a 19 anni. Complessivamente, quindi, il 54,1% delle persone sono state pagate con i voucher hanno meno di 35 anni.

Circa una mese fa però è stata varata una manovrina che permette ai voucher di risorgere dalle proprie ceneri. I nuovi voucher prenderanno la forma del Libretto di famiglia e del Contratto PrestO (compenso lordo di 12,50 euro l’ora) per le micro-imprese fino a 5 dipendenti. Vengono innanzitutto stabiliti tre tetti per le prestazioni di lavoro occasionale: 5mila euro di reddito per ciascun lavoratore; 5mila euro per ciascun committente o utilizzatore (elevabile a 7.500/10 mila per ingaggio di studenti, pensionati, disoccupati, titolari di ammortizzatori sociali); 2.500 per ciascun lavoratore con lo stesso committente. In secondo luogo si prevede che possano fare ricorso al lavoro occasionale le famiglie o le persone per attività di assistenza e cura attraverso il Libretto di famiglia; le amministrazioni pubbliche per progetti speciali per disabili, poveri, tossicodipendenti, per emergenze e calamità, per iniziative di solidarietà; le imprese (piccole o piccolissime, fino a 5 addetti), attraverso il Contratto PrestO.

Il compenso per questo tipo di prestazione è esentasse, ma prevede la contribuzione previdenziale e l’assicurazione contro gli infortuni. Inoltre, tutta l’attività amministrativa relativa alla gestione delle prestazioni occasionali deve essere tracciata e svolgersi online attraverso una piattaforma informatica ad hoc  gestita dall’Inps, su cui devono registrarsi lavoratori e committenti. Al primo utilizzo, lo strumento deve avere una durata minima di 4 ore. Ma se il committente è una famiglia lo strumento da utilizzare assume la forma del Libretto di famiglia, sorta di card con buoni prepagati da 10 euro l’uno (per remunerare un’ora di lavoro) acquistabile online o negli uffici postali, impiegabile per piccoli lavori domestici, assistenza ai bambini, agli anziani, ai disabili o per lezioni private. Per tutelare da abusi, è prevista la tracciabilità dei flussi committente-prestatore, con comunicazione preventiva e accredito automatico dei compensi.

Anche in questo caso è corretto prevedere comunicazioni, sperando che la procedura non sia troppo laboriosa in quanto potrebbe scoraggiarne l’utilizzo in aree, come la famiglia dove comunque è difficile intercettare il lavoro nero, ancora molto utilizzato.”, commenta Simone Colombo.

Le piccole imprese, invece, possono contare su un vero e proprio contratto di lavoro (con ferie, riposi, Tfr e quant’altro) denominato PrestO: è questa la differenza rispetto ai voucher vecchia maniera, che erano senza contratto. Questo contratto è vietato per le imprese con più di 5 dipendenti, in edilizia, negli appalti, nelle lavorazioni pericolose, nella somministrazione di lavoro. Misura minima del compenso orario di 9 euro, cui va aggiunta la contribuzione Inail e Inps per la Gestione separata (32%): in totale 12,50 euro lordi. Per le imprese sopra i 5 addetti dovrebbe essere introdotta la liberalizzazione del contratto a chiamata con limite delle 400 ore in tre anni, ma senza più i confini di età sotto i 25 anni e sopra i 55 anni.Se si supera il limite dei cinquemila euro o delle 280 ore nell’anno civile, scatta l’assunzione a tempo pieno e indeterminato.

“PrestO è una sorta di minijob alla tedesca, mentre il contratto a chiamata è una soluzione già rodata nel settore commercio con buoni risultati. I limiti, soprattutto oggettivi risalgono in molti casi ancora ad attività previste nel 1938 oggi inesistenti. Liberalizzarlo ha certamente senso. Il vantaggio del contratto a chiamata è che non soggiace ai limiti sui tempi determinati e di fatto anche alla normativa sui licenziamenti (stipulo un contratto a chiamata e non chiamo più la persona). Di certo, in questo caso potrebbero nascere nuovi orientamenti giurisprudenziali, ma, in questo periodo di profondo mutamento nel lavoro e con l’avvento progressivo della GIG economy è necessario riformulare la normativa sul lavoro verso regole che proteggano il lavoro, ma garantiscano soluzioni dinamiche ”, conclude Colombo.

Simone Colombo è un consulente del lavoro ed esperto di direzione del personale in outsourcing. L’obiettivo del professionista in questa materia è quello di aiutare gli imprenditori ad evitare ‘traumi’, attraverso una gestione ottimale delle persone in tutte le fasi del loro ciclo di vita in azienda: dall’assunzione allo sviluppo, fino alla chiusura (possibilmente serena) del rapporto. Questa particolare capacità deriva da una particolare inclinazione personale alla cura dell’altro, unita alle competenze specifiche apprese in specifici corsi di formazione.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *