Il successo dei PIR e i dubbi sui molteplici rischi

Non accade solo nelle favole che i più piccoli possano battere i grandi. È quanto si sta verificando attualmente alla Borsa italiana alla voce rialzi delle piccole e medie imprese, che crescono in maniera più netta rispetto ai “colossi” del mercato. Merito soprattutto dei cosiddetti Pir, i piani individuali di risparmio la cui attenzione si focalizza in azioni e obbligazioni delle imprese emergenti del territorio nazionale o di quelle con numero limitato di manager e impiegati che puntano tutto sulle esenzioni dalla tassa sui redditi a fronte di una conservazione per cinque anni consecutivi. Guardando ai listini delle small, Piazza Affari sostanzialmente sorride alle realtà più piccole, i cui numeri sono superiori per crescita al Ftse Mib: in termini percentuali, l’indice delle grandi imprese cresce con un tasso del 12%, al fronte del 23% dell’Aim Italia e del 27% del Ftse Small Cap.
Il trend di crescita si riverbera anche sul giro d’affari complessivo, con un indotto positivo anche in termini occupazionali, come si legge sul sito del corriere.it. Sono 3.5 i miliardi di euro generati dal mercato AIM Italia nel 2016 a fronte di un’occupazione aumentata di 22 punti percentuali. Dati simili anche per l’EBITDA, a dimostrazione che non si tratta di dati fini a sé stessi ma di un trend nazionale da non trascurare. Ne consegue in primis che il mercato delle piccole e medie aziende attira, al contrario di quanto accadeva nel recente passato, investimenti e liquidità, importanti per far crescere idee interessanti made in Italy. La dimostrazione è nel controvalore medio giornaliero, passato dai 24mila euro del 2016 ai 139mila fatti registrare a giugno 2016. La “causa” principale di questo impatto positivo dei mercati più piccoli è legato alle potenzialità dei PIR, fattore importante non solo nell’immediato, ma anche nel prossimo futuro.
Non è però tutto oro quello che luccica: il modello dei PIR è simile a quello già collaudato con successo in Francia e Regno Unito, ed è teso essenzialmente a stimolare l’economia nazionale defiscalizzando alcuni prodotti finanziari. Rispetto ai “colleghi” europei, però, gli investitori nazionali per ottenere lo sgravio dalle tasse devono seguire regole molto più ferree. Non è certo minata la diversificazione, visto che i PIR possono contenere vari strumenti e avere varie forme, purché la loro bandiera sia a maggioranza italiana. Oltre ai limiti temporali già citati, gli investitori dovranno acquisire il 70% di titoli di aziende italiane – o domiciliate all’interno dello Spazio Economico Europeo (SEE) – purché la loro attività sia stabilmente attiva in Italia. Di questa percentuale, poi, il 30% sarà destinato a strumenti appartenenti a realtà non presenti nel Ftse Mib della Borsa Italiana. Altro paletto riguarda la diversificazione, visto che le quote sui singoli player non possono superare il 10% del totale.
È quindi evidente che i risparmiatori più esperti storceranno il naso di fronte alla mancanza di flessibilità già evidenziata dai consulenti finanziari indipendenti. Inoltre, il risparmiatore non può considerare solo i pregi della defiscalizzazione, che il legislatore ha attuato non solo per favorire l’economia nazionale, ma anche (e soprattutto) per non incorrere in spiacevoli sorprese che rispondono alla parola “rischi”. C’è poi da considerare la mancanza di diversificazione geografica come un minus importante: nel caso in cui il mercato italiano risenta di altri periodi di magra, infatti, l’investitore non può bilanciare in altre aree, pena la perdita dei vantaggi fiscali. Inoltre, le imprese nazionali piccole o medie sono spesso soggette a volatilità a breve termine: tra fallimenti, acquisizioni e altre probabilità, i rischi sono sempre dietro l’angolo, così come la possibilità di veder intaccato il capitale.
La mancanza di esperienza potrebbe essere un altro deterrente importante, visto che solo gli investitori più acculturati e pronti ad affrontare ogni situazione potranno apprezzare appieno i vantaggi dei PIR. Per questi motivi, pur essendo i Piani Individuali di Risparmio particolarmente interessanti dal punto di vista finanziario e fiscale, devono essere valutati attentamente come forma di investimento: chi è alle prime armi o si è affacciato da poco al mercato di azioni e fondi, potrà operare altre scelte per evitare rischi e spiacevoli sorprese.
o nelle favole che i più piccoli possano battere i grandi. È quanto si sta verificando attualmente alla Borsa italiana alla voce rialzi delle piccole e medie imprese, che crescono in maniera più netta rispetto ai “colossi” del mercato. Merito soprattutto dei cosiddetti Pir, i piani individuali di risparmio la cui attenzione si focalizza in azioni e obbligazioni delle imprese emergenti del territorio nazionale o di quelle con numero limitato di manager e impiegati che puntano tutto sulle esenzioni dalla tassa sui redditi a fronte di una conservazione per cinque anni consecutivi. Guardando ai listini delle small, Piazza Affari sostanzialmente sorride alle realtà più piccole, i cui numeri sono superiori per crescita al Ftse Mib: in termini percentuali, l’indice delle grandi imprese cresce con un tasso del 12%, al fronte del 23% dell’Aim Italia e del 27% del Ftse Small Cap.
Il trend di crescita si riverbera anche sul giro d’affari complessivo, con un indotto positivo anche in termini occupazionali, come si legge sul sito del corriere.it. Sono 3.5 i miliardi di euro generati dal mercato AIM Italia nel 2016 a fronte di un’occupazione aumentata di 22 punti percentuali. Dati simili anche per l’EBITDA, a dimostrazione che non si tratta di dati fini a sé stessi ma di un trend nazionale da non trascurare. Ne consegue in primis che il mercato delle piccole e medie aziende attira, al contrario di quanto accadeva nel recente passato, investimenti e liquidità, importanti per far crescere idee interessanti made in Italy. La dimostrazione è nel controvalore medio giornaliero, passato dai 24mila euro del 2016 ai 139mila fatti registrare a giugno 2016. La “causa” principale di questo impatto positivo dei mercati più piccoli è legato alle potenzialità dei PIR, fattore importante non solo nell’immediato, ma anche nel prossimo futuro.
Non è però tutto oro quello che luccica: il modello dei PIR è simile a quello già collaudato con successo in Francia e Regno Unito, ed è teso essenzialmente a stimolare l’economia nazionale defiscalizzando alcuni prodotti finanziari. Rispetto ai “colleghi” europei, però, gli investitori nazionali per ottenere lo sgravio dalle tasse devono seguire regole molto più ferree. Non è certo minata la diversificazione, visto che i PIR possono contenere vari strumenti e avere varie forme, purché la loro bandiera sia a maggioranza italiana. Oltre ai limiti temporali già citati, gli investitori dovranno acquisire il 70% di titoli di aziende italiane – o domiciliate all’interno dello Spazio Economico Europeo (SEE) – purché la loro attività sia stabilmente attiva in Italia. Di questa percentuale, poi, il 30% sarà destinato a strumenti appartenenti a realtà non presenti nel Ftse Mib della Borsa Italiana. Altro paletto riguarda la diversificazione, visto che le quote sui singoli player non possono superare il 10% del totale.
È quindi evidente che i risparmiatori più esperti storceranno il naso di fronte alla mancanza di flessibilità già evidenziata dai consulenti finanziari indipendenti. Inoltre, il risparmiatore non può considerare solo i pregi della defiscalizzazione, che il legislatore ha attuato non solo per favorire l’economia nazionale, ma anche (e soprattutto) per non incorrere in spiacevoli sorprese che rispondono alla parola “rischi”. C’è poi da considerare la mancanza di diversificazione geografica come un minus importante: nel caso in cui il mercato italiano risenta di altri periodi di magra, infatti, l’investitore non può bilanciare in altre aree, pena la perdita dei vantaggi fiscali. Inoltre, le imprese nazionali piccole o medie sono spesso soggette a volatilità a breve termine: tra fallimenti, acquisizioni e altre probabilità, i rischi sono sempre dietro l’angolo, così come la possibilità di veder intaccato il capitale.
La mancanza di esperienza potrebbe essere un altro deterrente importante, visto che solo gli investitori più acculturati e pronti ad affrontare ogni situazione potranno apprezzare appieno i vantaggi dei PIR. Per questi motivi, pur essendo i Piani Individuali di Risparmio particolarmente interessanti dal punto di vista finanziario e fiscale, devono essere valutati attentamente come forma di investimento: chi è alle prime armi o si è affacciato da poco al mercato di azioni e fondi, potrà operare altre scelte per evitare rischi e spiacevoli sorprese.

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