“L’ARIA È UN MULINO DI RONCOLE”… (Per il transrealismo di Francesco Guadagnuolo)

Francesco Guadagnuolo

Francesco Guadagnuolo

Si conclude con successo la mostra di Francesco Guadagnuolo, in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne 2017, tenutasi presso la Sala Consiliare del Comune di Ardea (RM), patrocinata dallo stesso. Una selezione di opere: “SCULTURE: DIRITTI UMANI” connesse a temi sociali e campagne di sensibilizzazione, come la violenza contro la donna, contro la violenza ai minori, le diversità sociali, orientate a coinvolgere l’attenzione pubblica sull’urgenza politica di impegnarsi con determinazione con leggi che tutelino realmente i diritti umani.

Dopo aver ringraziato gli ospiti e i presenti, il M° Guadagnuolo ha cominciato ad illustrare la sua opera tutta incentrata al dramma della donna e ai diritti umani.

Ci piace avere presente nel futuro questa interessante mostra di Guadagnuolo che segna un momento storico per la città di Ardea, l’Agro-Pontino e non solo, per la sua originalità e per il tema trattato, pubblicando il saggio del poeta-critico Plinio Perilli scritto per l’occasione:

L’ARIA È UN MULINO DI RONCOLE”… (Per il transrealismo di Francesco Guadagnuolo)

Transrealismo è la parola cardine, con quest’artista che da anni chiede alla Realtà succhi e radici – essenza e fede e significazioni – ma per poterle giustamente superare in una sintesi “altra” e alta, che è insieme sintesi e moralità, metafora e denuncia epocale…

Moralità ed emergenza (ma forse è meglio dire “eticità”: meno radicale, meno religioso, e viceversa ecumenico e solidale anche e proprio laicamente). Soprattutto, in nome d’una virtuosità che se ne infischia di tanta stolida virtualità tutta contemporanea…

Seguo Francesco Guadagnuolo da anni, almeno da quando, negli anni ’90, presso Roma (Ciampino) portò avanti con I LUOGHI DEL TEMPO una mostra/movimento che chiedeva alla Poesia (e alle Arti tutte) di collaborare con pari dignità fra gesto poetico e afflato visivo, illuminazione insomma “assolutamente contemporanea”…

Nato a Caltanissetta nel ’56, Guadagnuolo da anni opera a Roma (e nel limitrofo, splendido circondario dei Castelli Romani), esponendo anche nelle grandi capitali mondiali dell’Arte: da Parigi a N.Y., e non solo… La Critica vera, di ruolo, lo ha sùbito riconosciuto: il che non è poi così frequente per un artista (allor) giovane che si trovò ad essere serenamente incoraggiato da figure e studiosi anche lontanissimi tra loro, come Rosario Assunto e Giulio Carlo Argan, Luciano Anceschi e la Palma Bucarelli, Guido Ballo, Mario De Micheli e tanti altri.

Dopo LUOGHI DEL TEMPO (’91-’97), costruita in passo doppio coi più illustri poeti contemporanei, italiani e stranieri, ecco LUOGHI E SIMBOLI (’93-’94), in ricordo della sapida, visionaria fantasia di Fellini; e nel ’98 GLI INTERSPAZI E l’ENERGIA DEL SEGNO – in collaborazione col matematico Giuseppe Arcidiacono.

Francesco, che ha conosciuto e frequentato in grande cordialità Leo Castelli, grande promotore della Pop Art statunitense, raccoglie spunti e radici intriganti, ma va comunque oltre – sino a un’opera significativa come IL DEBITO PUBBLICO (in cooperazione col Terzo Mondo, e condivisione solidale), che ha trasformato in spunto e messaggio artistico una grande, asfissiante emergenza epocale…

Più o meno lo stesso accade oggi con l’ultima sua dolce provocazione, e le sue intriganti, drammatiche sculture cioè di ferma, amplificata arringa etica: queste opere transrealiste (ma anche post-pop) che registrano il dramma in corso del c.d. femminicidio, come un oltraggio stesso alla sacralità maternale e venusta, cioè consacrata e fascinosa insieme, dell’Universo fecondo, dell’altra metà del cielo (si diceva una volta).

Una mattanza di corpi, arti, visi, crani, mani, carezze irripetibili… Dove anche i materiali artistici si fanno dissidio, denuncia, macerazioni, torsi e plastiche e colori troppo accesi, insanguinati e grondanti dolore, per non richiamare davvero – non solo – l’attenzione pubblica, i tutori dell’ordine, ma anche una turbata, conflagrata ormai coscienza dell’Io…

Mattanza, dicevamo, che sprofonda nell’inferno del quotidiano tutti i gesti infernali con cui ancor molte donne sono assoggettate e dannate, violentate e sfregiate con pubblico ludibrio. Francesco Guadagnuolo, transrealista fantasioso e alchemico, mette qui da parte i suoi ideali e il suo medesimo raccoglimento (mistico o laico, fa lo stesso): e salva in visione, in denuncia espressiva (neo-espressionista?), la valanga d’ignominia e virulento destino che attanaglia le Donne fin dai fortilizi familiari, fragili e loschi, dai nascondigli domestici; privandole della serenità che concede alle ultime generazioni di sentirsi, dunque di vivere, per davvero rasserenate, emancipate di Moderno.

Quei luccichìi plasticati, quelle mani tagliate, quei crani ancestrali e spaziali da Terzo Millennio, chiedono all’artista di sublimare, disinfettare il sociale come l’equivoco forse più grande. Femminicidio… come piaga sociale? Una deriva perfino sinestetica?… Beh, Francesco lo rappresenta, lo piange e soffre, ma come se Quentin Tarantino ideasse, poi fermasse e testimoniasse la scena forte d’un suo film “splatterissimo”, hard boiled anch’esso… E infine chiedesse all’anima fantasmatica di una Sylvia Plath, ancora errante e in pena, dei versi temprati e atroci (post-metafisici) da cauterizzate Muse Inquietanti:

L’aria è un mulino di roncole –

Domande senza risposte,

Scintillanti e ubriache come mosche

Di cui i baci scottano insopportabilmente

Negli uteri fetidi di aria nera sotto i pini estivi.

Mystic, “Mistica” – attenzione – è il titolo d’una famosa poesia, moderna e “gotica” della Plath, tradotta dalla nostra indimenticabile, lacerante e trasgressiva Amelia Rosselli. Guadagnuolo espone ora queste sculture (viola, rosse, lillà, nere, blu notte, cromate o lucenti come catarifrangenti da macchina, da maxi-moto) quasi fosse lo stesso eccidio dissipato, la stessa variazione bellica disseminata e dissennata di archetipi e luoghi comuni, amori e destini, poetiche e stati d’animo…

Qual è il rimedio?

La pillola della pasticca per la Comunione,

Il passeggiare accanto ad acque quiete? La memoria?

O il raccogliere scintillanti frammenti

Del Cristo nei musi di rodacei,

Gli addomesticati roditori di fiori, quelli

Di cui sono così poche le speranze che si sentono confortevoli –

Sotto i raggi della clematide.

Il rimedio sono e dovrebbero essere le leggi, la coscienza pubblica, la vigilanza civile… Ma intanto qui c’è e resta l’arte, vige il gesto e il rito depauperato, pur amputato di Bellezza. Da qui, dunque, ricominciare, reagire e oltrepassare, suturare l’oltraggio… Da qui fino a tutto quello che ci manca, ci appartiene, rinsavisce o impazzisce di dolore allo stesso modo.

“From here to Eternity”, Da qui all’eternità: che non è un ready-made.

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