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Arrestato a Castelvetrano Nicolò Clemente, uomo di fiducia del boss super latitante Matteo Messina Denaro. Colpo duro alla “primula rossa”?

Tempi duri, come giusto che sia, per i clan mafiosi. La DIA di Trapani, in collaborazione con la DDA di Palermo e le Squadre Mobili di Palermo e Trapani, poche ore fa a Castelvetrano, Trapani, ha tratto in arresto Nicolò Clemente, uno degli uomini più fidati del super boss latitante, dal 1993 (ben 25 anni), Matteo Messina Denaro.

L’operazione si è svolta unendo gli intenti delle Forze di polizia, dopo la meticolosa e certosina indagine svolta dagli agenti della DIA di Trapani. 50 anni, Nicolò Clemente era a capo di alcune società edili, per la precisione della Calcestruzzi Castelvetrano e Clemente Costruzioni, che sono state sequestrate. La notizia sta facendo il giro del mondo per la sua valenza e soprattutto per la sua unicità nell’aver inchiodato e tratto sotto custodia una delle maggiori fonti che potrebbero portare alla cattura del boss Denaro.

L’accusa mossa contro Clemente è di associazione per delinquere di stampo mafioso. In virtù di ciò è scattato il provvedimento di sequestro preventivo delle società riconducili a lui, entrambe di Castelvetrano, in provincia di Trapani, in Sicilia, Calcestruzzi Castelvetrano S.r.l., che commerciava in conglomerati cementizi, e della Clemente Costruzioni S.r.l., spesso ingaggiata per attività di movimento terra e costruzione di edifici.

Una delle aziende sequestrate a Nicolò Clemente (foto DIA)

Le indagini che hanno portato all’arresto di Nicolò Clemente sono frutto anche di alcune dichiarazioni rilasciate da mafiosi in stato di arresto, oggi collaboratori di giustizia, in particolare da Lorenzo Cimarosa, familiare di Denaro, e da Giuseppe Grigoli, a oggi condannati in via definitiva per associazione mafiosa poiché appartenenti al clan di Castelvetrano. I due hanno dichiarato il Clemente come uomo capace di infiltrare suoi fiduciari con l’intento di condizionare il tessuto economico locale per le attività edili private e pubbliche. In altre parole un vero e proprio sodalizio criminale al fine di ottenere proventi per sostenere le attività illecite e aiuti alla famiglia della “primula rossa Denaro”, perciò favorendone la latitanza. Secondo le osservazioni del GIP, Nicolò Clemente è pienamente inserito nell’ambiente mafioso-imprenditoriale di Castelvetrano, attraverso una logica spartitoria ispirata dai vertici della famiglia mafiosa, messa in pratica attraverso il sistematico ricorso alla violenza e alla minaccia nei confronti dei committenti tenaci a piegarsi di fronte alla sua importanza mafiosa.

Sempre secondo le indagini della DIA di Trapani, il nucleo che costituisce la famiglia del Clemente è stato sempre parte attiva della attività mafiosa nel centro di Castelvetrano, tant’è che la continuità è da ritrovare in ciò che tempo addietro fece il fratello di Nicolò, Giuseppe Clemente, parte attiva dell’attività imprenditoriale insieme al suddetto fratello. Per la cronaca Giuseppe Clemente fu un pericoloso killer di cosa nostra di Trapani. Catturato e condannato anch’egli per associazione mafiosa e per omicidi in concorso con il boss di Castelvetrano, Giuseppe morì suicida nel 2008 in carcere evitando collaborazioni e perciò pentimenti. Purtroppo la storia dei Clemente non si limita solo alle due succitate persone. Il padre, Domenico, era il cugino del “capo decina” della famiglia mafiosa di Castelvetrano, il primo Giuseppe Clemente, e diretto esecutore degli ordini criminali di Francesco Messina Denaro, padre di Matteo, a capo dell’intero mandamento castelvetranese.

La storia sui legami mafiosi tra le famiglie Clemente e Denaro sono decennali, e precisamente negli anni ’80, quando gestivano la società “Enologica Castelseggio S.r.l.”, oggi confiscata perché riconosciuta per gestione mafiosa e “lavanderia” per riciclaggio di denari provenienti da attività criminali. Inoltre, all’epoca spulciando i registri societari, gli inquirenti trovarono nomi nell’elenco dei soci riconducibili a note famiglie mafiose operanti localmente.

Un elemento che inchioderebbe Giuseppe Clemente è il rapporto, come definito dal GIP, di “collaborazione” di natura fiduciaria con Vito Cappadonna, condannato per aver aiutato il boss e super latitante Matteo Messina Denaro proprio durante la sua latitanza, mettendogli a disposizione diversi alloggi, servendolo finanche da vivandiere e co-detenuto del fratello Giuseppe Clemente.

Tra i vari casi probatori verso Nicolò Clemente c’è un colloquio del pentito Cimarosa registrato in carcere nel 2014, dove affermava che Patrizia Messina Denaro, sorella del super latitante boss Matteo, arrestata dalla DIA di Trapani nell’anno 2013, ricevette denaro dal succitato Clemente e da altri imprenditori che in quel periodo si spartivano le commesse controllate dalla famiglia mafiosa di Castelvetrano. Le indagini, inoltre, hanno anche documentato di alcuni riservati summit mafiosi cui hanno preso parte Clemente e Dario Messina, presunto reggente della famiglia mafiosa di Mazara del Vallo (TP), da poco sottoposto a fermo nell’ambito dell’operazione “Annozero”, ove si discusse della spartizione tra le imprese di cosa nostra e dei proventi scaturiti dalle commesse legate a lavori edili nel territorio del comune della stessa Mazara del Vallo. Sempre durante l’operazione “Annozero”, la DIA di Trapani, congiuntamente con lo SCO e le Squadre Mobili di Trapani e Palermo, eseguì diverse perquisizioni nei confronti di presunti esponenti mafiosi castelvetranesi.

Ma Nicolò Clemente fu anche “attenzionato” da altri clan mafiosi. Infatti, le indagini hanno appurato che il Clemente ebbe una richiesta di “messa a posto” da parte di un clan mafioso di Castellammare del Golfo, sempre nel trapanese, per alcuni lavori pubblici appaltati nel loro territorio e perciò soggetto a pagamento di pizzo poiché esterno al controllo dello stesso Nicolò Clemente. Un “attenzionamento” dovuto al non pagamento del pizzo, giustificato dal Clemente perché impegnato economicamente a sostenere gli affiliati delle famiglie del suo territorio, quello di Castelvetrano.

A sx Matteo Messina Denaro giovane, a dx una ricostruzione delle FF.OO. come potrebbe presentarsi oggi (foto DIA)

In conclusione è bene ricordare chi è Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993, come già detto da 25 anni. Come riportato in un recente articolo de L’Espresso, del 23 marzo 2018, «È una delle “menti” delle stragi di Falcone e Borsellino. Matteo Messina Denaro «partecipava e ideava un programma criminale teso a destabilizzare le istituzioni e concorreva a deliberare l’esecuzione del piano di uccisione del dottor Falcone». Non solo. «Entrava a far parte di un gruppo riservato creato da Riina e alle sue dirette dipendenze» per organizzare a Roma un attentato che aveva come obiettivi Falcone, l’allora ministro Claudio Martelli e il conduttore televisivo Maurizio Costanzo. Il boss partecipa alla “missione” del commando che doveva assassinare Falcone a Roma, azione che la mafia voleva mettere a segno alla fine di febbraio del 1992, ma che fallì».

Da qui Denaro, oltre a diventare boss dopo la morte del padre Francesco e poi latitante, si è macchiato di plurime condanne mafiose, di omicidi, estorsioni, sequestri, e più volte sfuggito per attimi alla cattura. Il resto, purtroppo, è storia contemporanea.

Colpo duro alla “primula rossa”? Si spera, confidando che l’arresto di Nicolò Clemente possa fornire nuovi dettagli sia per le attività illecite mafiose, ma soprattutto importanti tracce per la cattura di Matteo Messina Denaro.

 

Alcune fonti son state prese da alcuni giornali web siciliani
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