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L’Unione Europea dice stop alla plastica per fermare il “marine litter”

Eppur si muove. Dopo anni di forti immagini ritraenti interi ecosistemi distrutti dall’inquinamento, lunghi cataloghi di dati empirici sullo stato di salute dei nostri mari, finalmente si passa ai fatti: l’Europa dice stop alla plastica.

Già da fine maggio sono entrate in vigore le direttive per la riduzione dei rifiuti plastici emanate dall’Unione Europea, misure che puntano a risultati a lungo termine e che fissano obiettivi da raggiungere attraverso un vero e proprio cambio non solo della produzione, ma soprattutto della mentalità.

Parliamo dell’obbligo di raccogliere oltre il 90% delle bottiglie di plastica monouso entro il 2025, divieto di vendita per cannucce, cotton fioc, stoviglie monouso, materiali che una volta utilizzati non possono più essere riciclati e quindi sono destinati all’ormai insostenibile smaltimento (o, in molti casi, alla dispersione nell’ambiente). Considerata la produzione e l’utilizzo attuale di questi prodotti, gli obiettivi risultano ambiziosi e di complessa attuazione, allo stesso tempo la situazione circostanziale li rende quanto mai indispensabili.

    1. Il marine litter, fermiamo le isole di plastica

È già icona la foto di Justin Hoffman tra gli scatti finalisti del Wildlife Photographer of the Year 2017, prestigioso concorso di fotografia naturalistica al quale il fotografò partecipò con la sua “Sewage Surfer” (surfista delle acque reflue) ritraente un cavalluccio marino che trattiene per la coda un cotton fioc. Una foto talmente pregna di significato (e bellezza) da essere diventato un simbolo di quello che gli anglofoni definiscono “marine litter”, l’inquinamento marino.

Questa foto ha spostato il focus su un fenomeno che ha destato l’attenzione di tutti i governi: quello delle isole di plastica. Le definiscono “plastic trash vortex”, vere e proprie distese galleggianti di rifiuti formatesi in seguito all’estenuante lavoro delle maree, mano a mano i materiali plastici si sono riuniti in queste sorte di continenti itineranti che basculano tra la sponda americana e quella asiatica dell’Oceano Pacifico. Abbiamo usato la parola continenti non a caso, considerato che queste distese arrivano a superare di tre volte la superficie della Francia. Un problema che va espandendosi, ma lo fa disintegrandosi: con il passare degli anni, la plastica incomincia ad erodersi e formare quelle che vengono definite microplastiche, particelle tossiche tanto piccole da essere assimilate dalla fauna marina, ergo entrano nella nostra catena alimentare.

    1. L’inquinamento del Mare Nostrum

Un problema causato dalle grandi industrie sulle sponde del Pacifico (Cina e Nord America)?

Un certo tipo di produzione incontrollata ha sicuramente molte responsabilità del caso, a questo proposito sarà interessante vedere come la distribuzione europea riuscirà ad arginare la vendita della plastica asiatica che da tempo immemore aggira i controlli frontalieri per immettersi copiosa sul nostro mercato (questione che riguarda non solo l’inquinamento ma anche la pericolosità di certi prodotti marchiati CE, che dovrebbe rimandare alla certificazione europea ma spesso è solo “China Exported”).

Sarebbe però un errore grave non guardare gli errori di casa nostra: durante il lancio di “Mediterraneo da remare”, Alfonso Pecoraro Scanio, ora presidente della Fondazione UniVerde, ha denunciato la presenza nel Mar Ligure di un’isola di plastica di cospicue dimensioni. Rilevamenti parlano di circa 250 miliardi i frammenti di plastica sparsi tra i flutti, di cui il 41% è costituito da buste e detriti plastici vari (studio Med). Anche a riva non va meglio: secondo l’indagine Beach Litter 2018 di Legambiente, che ha preso a campione 78 spiagge italiane (oltre 400mila metri quadri di superficie), vi sarebbe una media di 620 rifiuti ogni 100 metri lineari di spiaggia.

Greenpeace ha realizzato un report pubblicato il 5 luglio relativo ad un’indagine svolta tra maggio e giugno su 7 spiagge nostrane (Bari, Napoli, Trieste, Palermo, Fiumicino, Chioggia e Parco Regionale di San Rossore). Dall’indagine è emerso che, tra tutti i rifiuti di plastica raccolti, l’89,6% era composto da imballaggi per alimenti e bevande. Il monito dell’associazione ambientalista è questo: bene che l’Italia sia passata dal 38% del 2014 al 43% del 2017 nelle percentuali di riciclo degli imballaggi, ma ciò non riuscirà a bilanciare la crescita dei consumi della plastica monouso.

    1. Italia: bene sul riciclo, ma non basta

In effetti, l’Italia è stata brava davvero considerato che oggi la media del riciclo sul totale dei rifiuti è del 76,9% rispetto al misero 37% della media dei paesi UE. Oggi, la tecnologia consente pratiche di fusione e riutilizzo delle materie plastiche come l’HDPE (ovvero il polietilene ad alta densità) e il PP (il polipropilene), nel rispetto dei casi limite come per i contenitori e carrello per trasporto alimentare (che richiedono ogni volta l’utilizzo di materia vergine nel rispetto delle norme HACCP).

Ma, come giustamente fa notare l’associazione ambientalista, non basta. Allora ecco che, per effetto della direttiva europea sopracitata, sarà ammessa la distribuzione di bottiglie di plastica solo se i tappi e i coperchi restano attaccati al contenitore. I membri UE dovranno fissare degli specifici obiettivi per ridurre la produzione di contenitori per alimenti e tazze per bevande in plastica, i produttori saranno poi chiamati a coprire i costi di gestione di alcuni rifiuti speciali come mozziconi, palloncini ed attrezzi da pesca in plastica. Assorbenti igienici e salviette saranno marcati con un logo che ne certifica il negativo impatto ambientale. Tutto muoverà in una direzione che punti alla soluzione a monte del problema, cosa che purtroppo non può avvenire con il solo riciclo, e siamo certi che non sarà sufficiente nemmeno il solo sforzo del vecchio continente.

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