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Il commissario Poretti

Bertrando Goio – Le indagini del commissario Poretti

indagini del commissario poretti

PORETTI E LA CASA SULLA DARSENA

 

Poretti stava ascoltando la donna che gli stava davanti e che gli stava raccontando la storia più assurda che il commissario potesse immaginare di ascoltare.
– Commissario, lei deve assolutamente fare qualcosa!
– Signora, lei deve capire che non può venire qui a dirmi che sua nuora vuole uccidere suo figlio e pretendere che noi facciamo qualcosa. Si rende conto?
– Tutti uguali voi della polizia, aspettate che qualcuno crepi prima di fare qualcosa! Glielo dico io: quella cagna vuole ammazzare il mio bambino.
– Signora, adesso la smetta! Lei non ha sentito minacce, non ha visto o sentito litigi, non li ha visti venire alle mani. Non ha una prova che sia una che stia per essere commesso un delitto e viene qui da me pretendendo che noi sorvegliamo suo figlio o addirittura convochiamo sua nuora?
Poretti era esasperato e avrebbe voluto prendere di peso quella megera e buttarla fuori dal suo ufficio. L’aria nobiliare o, peggio, padronale della donna aveva subito ispirato le antipatie del commissario. Quella vecchia strega era venuta lì con l’aria di disprezzare tutti, Poretti incluso.
– Benissimo, – ribatté la donna, – mi rivolgerò ai Carabinieri.
– Sa cosa le dico? Che fa bene, anzi, benissimo! Vada dai Carabinieri.
La donna ebbe un’esitazione e Poretti capì.
– C’è già stata vero?
La donna tacque ma cercò di mantenere un contegno.
– Dottor Poretti, io quello che dovevo dirle l’ho detto ma la avverto che se non prenderete provvedimenti chiamerò il Questore, il Prefetto e se necessario interpellerò il Capo della Polizia e il Ministro Osvaldo Pernice in persona.
Poretti non sapeva più cosa fare, ora che la signora aveva elencato tutti i suoi superiori in scala gerarchica, ognuno dei quali aveva almeno un motivo personale per trasferirlo in qualche località sperduta o prendere provvedimenti disciplinari contro di lui.
La donna era la Contessa Francesca Lanieri Noverati, vedova di Giovanni Raimondi, un losco personaggio legato ad ex elementi della RSI, padrone dell’omonima azienda che produceva pezzi per aerei da guerra e veicoli blindati, nonché direttore del Banco Nazionale e già parlamentare del governo di opposizione. Da quando il marito era passato a miglior vita, la donna aveva investito tutto sul suo rampollo Ferdinando.
Solo che il rampollo aveva sposato una che, a parere della nobile genitrice, non era alla sua altezza. Figlia di un ambulante e di un’infermiera, la bella Elena Bassi era troppo umile, tanto che la contessa non si era nemmeno presentata al matrimonio, officiato peraltro in forma molto privata e senza festeggiamenti.
Poretti le conosceva quelle aberranti madri gelose, autentici mostri, mosse da sentimenti torbidi e malati. A guardarla in faccia e pensando a quello che le girava in quella testa bacata gli venne un senso di nausea. Tuttavia, in quel delirio era come se qualcosa non fosse perfettamente a posto. Era come se qualcosa stonasse. Più la donna straparlava, più Poretti sentiva che in tutto il ragionamento c’era un anello debole, ma fece finta di nulla.
– Signora, lei vada da chi crede. Io non mi muovo in base a pensieri e fantasie che non hanno fondamenti e mosse solo da rancori personali.
– Rancori personali? Ma come si permette!?
– Colantuono!
L’agente si presentò nell’ufficio.
– Accompagna la signora all’uscita, ho già sentito abbastanza.
La donna lanciò a Poretti uno sguardo di odio ma non fece ulteriori resistenze, avviandosi verso l’uscita mantenendo la sua aria arrogante.
L’ispettore Conte, che aveva assistito alla scena, bussò alla porta di Poretti.
– Avanti!
– Commissario, cos’è successo?
Poretti gli raccontò la faccenda e Conte scosse la testa.
– Ce n’è di gente malata eh?
– E ti stupisci ancora dopo tutti questi anni in Polizia?
– Sì, commissario, ebbene sì…
– Io però sono dell’idea che questa, a conti fatti, sia tutta una messa in scena.
– Cosa vuol dire?
– Che secondo me la contessa vuole spingerci a fare qualcosa che noi dovremmo scoprire.
– Non capisco…
– Ragioniamo: la storia della nuora che vuole uccidere il figlio non sta in piedi, anche ammesso che la Contessa sia una madre morbosamente gelosa del figlio.
– Perché, no?
– Perché questa donna sarà pure tormentata da una possessività malata nei confronti del figlio, ma io ti dico è anche lucida, fidati. Il suo non era una farneticare e tutta la storia aveva più l’aria di una recita imparata a memoria.
– Va bene, ma anche ammesso che le cose stiano come dice lei, questa storiella che ci è venuta a raccontare dove dovrebbe portarci?
– Questo non lo so, ma sono sicuro ci sono ragioni per cui la Contessa non vuole o non può sbottonarsi più di tanto e allora cerca di arrivarci o, meglio, di farci arrivare dove vuole per vie traverse.
Conte aggrottò la fronte.
– Non ti convince?
– Non è questione di essere convinti, commissario, è che noi dovremmo avere almeno un punto iniziale a cui appigliarci.
– Ma il punto c’è!
– Vale a dire?
– La nuora: lei, la nobildonna, vuole che la controlliamo, che la teniamo sotto sorveglianza. Forse è un modo per dirci che la nuora è in pericolo ma non può dirci perché.
– O forse la nuora è implicata in qualcosa che la contessa non sa o non conosce ma di cui sospetta.
– Tutto può essere, Conte, è inutile che stiamo qui a fare la gara su chi fa l’ipotesi più intelligente. Adesso ti prendi tre uomini: tu controlli la ragazza, gli altri controlleranno e seguiranno la contessa, suo figlio e il padre della ragazza che, come ti ho detto, fa l’ambulante ma in realtà da tempo ha un posto fisso con un chiosco in Piazza XX Settembre. Anzi, il padre lo fai tenere sott’occhio da Barbero. Scommettiamo che questa sera qualcosa si muoverà?
– Se lo dice lei…
– Oh, Conte, cos’è questo disfattismo? Io adesso vado a casa e intanto tu ti apposti con due uomini alla villa. Barbero si metterà sotto lo casa di Bassi e lo seguirà fino a Piazza XX Settembre e lì lo terrà sotto sorveglianza. A ciascuno la propria preda. Se ci sono sviluppi al primo telefono pubblico mi chiami. A qualsiasi ora, intesi?
– Intesi… A più tardi, commissario.

Poretti quella sera si fermò al chiosco sulla riva del fiume a bere una birra nella luce di un magnifico tramonto primaverile e per tornare a casa fece il giro più lungo, godendosi quella luce lunga e grassa fino al comparire delle prime stelle. La strada era quasi deserta, e dalle finestre spalancate arrivavano rumori di stoviglie e voci di bambini. Il commissario pensa: pensa agli amici che ha perso per strada, alle cose passate che ancora lo accompagnano e a uno sguardo di cui teme di perdere i contorni e all’ultima volta che gli fu rivolto, quel giorno lontano a Roma, alla stazione Termini. Poco distante una sparuta compagnia di devoti usciva dalla Chiesa del Carmine.
A casa si cucinò una deliziosa bistecca ai ferri condita con la Worcestershire Sauce, una sua passione da sempre, e poi si stese sulla sdraio in terrazza e si addormentò cullato dai rumori lontani della città. Si svegliò di scatto e guardò l’orologio. Le dieci e Conte non si era fatto vivo.
Eppure era sicuro che qualcosa sarebbe accaduto. Cercò di distrarsi leggendo ma non riusciva a concentrarsi e si alzava di continuo dalla poltrona camminando nervosamente. Più passava il tempo, più gli sembrava che gli eventi in procinto di accadere dovessero essere fondamentali, ma soprattutto aveva l’impressione che la verità sarebbe stata molto sgradevole, molto più delle semplici manie di una madre gelosa.
Pochi minuti prima di mezzanotte squillò il telefono.
– Commissario, la ragazza è uscita di casa in auto, l’ho seguita e ora la sto osservando: sta scendendo a piedi lungo la Strada dei Cantieri, nei pressi della Darsena.
– Perfetto, ti raggiungo.
Cosa ci faceva una ragazza sola, a mezzanotte in un posto come quello? Un posto che chiunque di notte avrebbe avuto timore di frequentare, dove più di una volta Poretti e i suoi erano dovuti intervenire per risse e accoltellamenti. Ma la domanda che si fece il commissario era: sapevano marito e suocera che lei era lì? Poretti era pronto a scommettere di sì.
– Visto che qualcosa è successo?
– Commissario, la ragazza è entrata in quella traversa e si è infilata in una porta. Saranno dieci minuti.
I due poliziotti osservavano il luogo dall’altro lato del canale. Via dei Cantieri di notte non era ben illuminata e a malapena si distinguevano i contorni delle case di ringhiera che la percorrevano in quasi tutta la sua lunghezza.
– Quando esce tu la segui in macchina e vedi se torna a casa, io mi faccio un giro qui intorno.
Dopo circa venti minuti la donna uscì e si incamminò verso l’auto.
– Mezz’ora – pensò Poretti – Uscire a mezzanotte per stare via mezz’ora… in un quartiere come quello poi… Un amante? No, con un amante non si sta solo mezz’ora e soprattutto non di notte con il marito a casa. Allora cosa? Cosa si era svolto dietro a quella porta, in quell’appartamento?
Le case apparivano spettrali, il silenzio era gravido di minacce e Poretti si strinse nelle spalle, percorso da un brivido lungo la schiena.
Andare a vedere chi eventualmente abitava lì non era il caso: meglio aspettare e vedere se l’evento si sarebbe ripetuto, cosa di cui il commissario era più che certo. Come era certo del fatto che la contessa, tutt’altro che stupida, voleva che lui andasse lì a sorvegliare la scena.
Il commissario si infilò in un bar lì vicino e ordinò un punch al rum, mentre gli avventori giocavano rumorosamente a carte. Nel locale entrò un uomo dall’aspetto truce, con la barba di tre giorni che si mise al banco e, mentre beveva un bicchiere di vino, osservava il poliziotto. Restò nel bar ancora un po’ e poi uscì. Poretti vide dal vetro che l’uomo inforcò una bicicletta scomparendo rapidamente nel buio, rotto solo dai rari lampioni.

In commissariato il brigadiere Barbero riferì a Poretti i risultati del suo appostamento:
– Allora, commissario: il padre della ragazza fa il suo mestiere ed è anche benvoluto dai clienti. È un uomo affabile e cortese. E poi, va detto, fa dei croccanti che…
– Barbero… arriviamo al dunque?
– Sì, ha ragione, scusi commissario… Il fatto è che ad un certo punto si è presentato un ceffo in giacca e cravatta, tutto inanellato e con una barbetta da stronzo che ha cominciato a discutere con Bassi. All’inizio non sembrava nulla di che, ma poi, anche se non hanno mai alzato il volume della voce, i due hanno cominciato a litigare e sembrava che il ceffo stesse minacciando Bassi. Vuole la mia opinione? Per me si tratta di taglieggiamenti ai danni dei commercianti.
– Possibile, anzi, probabile. E tu che hai fatto?
– Cosa dovevo fare? Finita la discussione, il ceffo si e dileguato e io l’ho seguito. Si dirigeva verso la Darsena, zona Via dei Cantieri.
Poretti sobbalzò. Via dei Cantieri!
– Che ho detto?
– Poi ti spiego. Non hai visto dove abita esattamente?
– Purtroppo dopo un po’ l’ho perso, ma la zona è quella.
– Bravo Barbero, complimenti…

La sera dopo Poretti e Barbero si appostarono al canale e la scena si ripeté con lo stesso copione del giorno prima. Ma questa volta, dopo che Elena se ne andò, un uomo uscì e si diresse verso il bar.
– Ora Barbero, andiamo al bar e mi dici se l’uomo è lo stesso che hai visto discutere con Bassi.
Entrati nel locale, Barbero guardò il commissario e annuì. I due bevvero una birra e non degnarono di uno sguardo il ceffo che si trovava in un angolo della sala dove stava chiacchierando con un tale, bevendo vino.
– Commissario, non si volti, c’è uno che ci sta osservando
Con noncuranza, Poretti fece un cenno all’osta e intanto diede un’occhiata. Era l’uomo con la barba incolta e dallo sguardo truce.
– Sai chi è?
– E’ il giardiniere e guardiano della villa.
– Hai capito? La contessa ci fa sorvegliare per vedere se facciamo i compiti.
Uscendo, Poretti e il brigadiere tornarono all’auto.
– Secondo lei, commissario?
– Non so, ma sicuramente la Bassi si fa scopare da quel tizio. E una cosa che dura sì e no mezz’ora in tutto…
– Dice che si prostituisce?
– Non esattamente, piuttosto credo che quel tale la costringa e che la cosa sia legata al pizzo che il padre deve pagare.
– Ma allora la contessa…
– La contessa sapeva che Elena di notte va da questo gentiluomo e per qualche ragione che non sappiamo non ci ha detto la verità ma ha voluto darci una scusa per seguire la ragazza.

– Commissario, ho notizie interessanti
– Conte, vieni nel mio ufficio e chiudi la porta.
– Si ricorda quando le avevo detto che i conti della Ruggeri vanno bene?
– E non è così?
– Sì e no, nel senso che gli affari vanno, ma non certo per il volume delle vendite che è calato drasticamente, bensì attraverso finanziamenti sicuramente sporchi, ma di cui non è possibile stabilire l’origine. Questo me l’ha detto il Maggiore De Santis, il mio amico della Guardia di Finanza, che su questa faccenda ci sta sbattendo la testa da tempo. Sa che i soldi hanno una provenienza illecita ma non riesce a dimostrarlo. Per di più c’è di mezzo il Banco che sicuramente copre i traffici riciclando il denaro attraverso investimenti perfettamente legali.
– Classico…. Adesso è tempo di fermare la bella moglie di Raimondi.

La sera, appostati dietro ai bastioni della Darsena, i poliziotti lasciarono che la donna entrasse nella solita casa e ne uscisse poco dopo. Conte guardò Poretti e sorrise.
– Che hai da ridere?
– Stavolta ci ha messo dieci minuti… non è un grande amante il nostro amico…
Poretti guardò Conte e scosse la testa:
– No comment… andiamo.
Elena Bassi era già seduta in auto quando Poretti la fermò mostrando il tesserino:
– Polizia, scenda dall’auto.
– Ma, scusi, io…
– Scenda dall’auto ho detto!
– Ma… Ho fatto qualcosa?
– Documenti…
La donna scese dalla vettura consegnò al commissario la carta d’identità che Poretti afferrò sgarbatamente.
– Elena Bassi, nata etc… Cosa ci fa qui tutte le notti?
– Sono tenuta a risponderle?
– No, ma se vuole lo chiediamo al suo amico. O dorme già?
– No, per l’amor di Dio! Non andate da lui!
– Signora, venga con noi, ci dirà tutto in commissariato.

Nell’ufficio di Poretti la donna era nervosa e impaurita ma cercò, riuscendoci male, di assumere inizialmente un’aria spavalda
– Non facevo nulla di male… Tradisco mio marito e allora?
– A chi la racconta?
– Ma perché non mi crede?
– Andiamo signora! Una donna come lei, nella sua posizione, in un cesso di quartiere come quello? Non mi prenda per il culo!
La donna scoppiò a piangere.
– Adesso le dico io come funziona: quell’uomo taglieggia suo padre e visto che non ottiene nulla e lo avrà minacciato di bruciargli il chiosco o peggio, lei compensa la somma andando a letto con lui. O sbaglio?
Elena Bassi tacque e abbassò lo sguardo.
– Colantuono! Porta alla signora un bicchier d’acqua.
La donna bevve tutto d’un fiato e parve calmarsi.
– E adesso mi deve dire in tutto questo che ruolo hanno suo marito e sua suocera.
– Loro non c’entrano nulla.
– Ci risiamo?
– Senta commissario, io non posso rifiutare di andare con quel porco, mi capisce? Sono condannata!
– E suo marito cosa ne pensa? Io dico che non solo sa, ma che è pure d’accordo!
– Basta! Basta!
– Io dico che la criminalità organizzata che, oltre a gestire droga e prostituzione, taglieggia i commercianti, fa capo alla Ruggeri, che per questa ragione va avanti a gonfie vele e i conti sono perfetti anche se i traffici sono calati in modo drammatico, questo lo so per certo. Il suo, diciamo così, “amante”, come si chiama?
– Lorenzo Bazzi.
– Alla faccia, signora mia… Lei lo sa o no che Bazzi è un pezzo grosso ricercato da anni? Uno che gestisce il malaffare in tutta la regione: così suo marito, per mantenere l’alleanza con quel gentiluomo, in una sordida combutta, ha pensato bene di vendere il suo corpo, con la minaccia di far saltare il chiosco di suo padre o magari di ammazzarlo. Se sbaglio me lo dica, signora, sono pronto a correggermi.
Elena Bassi restò qualche secondo in silenzio.
– E’ tutto vero… – commentò la donna con lo sguardo perso nel vuoto. – E’ così.
– E sua suocera? Lo sa che è venuta qui a dirci che lei voleva uccidere Ferdinando? E’ grazie a quel suggerimento che abbiamo scoperto la tresca.
– Lei, lei sospettava ma non sapeva, perché Ferdinando la tiene all’oscuro. Mi vedeva uscire di notte e mi ha fatto delle scenate, ma poi ha cominciato a capire qualcosa. Non capisco però perché non dirvi tutto e usare quella scusa…
– Glielo dico io signora: la contessa sospettava, come lei dice giustamente, e io aggiungo che sospettava cose molto brutte e pericolose anche se non era in grado di sapere esattamente cosa davvero succedeva. Scatenare un’indagine sulla Ruggeri, non essendo la contessa certa dei propri sospetti, non sarebbe stato saggio, anzi, avrebbe creato più problemi che altro. Così è venuta qui e ha recitato la parte della madre gelosa, così ci ha portato a fare delle ricerche, senza denunce e quindi senza rischi di fughe di notizie che sarebbero arrivate alla stampa, con le rovinose conseguenze che è facile immaginare.
– Mi ha voluto salvare?
– Sì, signora, sua suocera le vuole bene, ma il suo ruolo le imponeva di essere la regina madre, capisce? Poi avrà scoperto che qualcosa non andava e ha intuito che lei era una vittima del figlio. Che voi due eravate vittime. Ma Ferdinando è sempre suo figlio, e accusarlo direttamente non le riusciva facile e questa è la seconda ragione per cui ci ha voluto guidare in modo indiretto. Non voleva credere che la verità fosse questa.
Elena Bassi restò interdetta, assumendo un’espressione incredula, quasi da bambina. Poretti la guardava e faticava a pensare all’esistenza che quella donna aveva condotto fino a quel giorno.

– Commissario!
– Cosa c’è, Barbero!
Barbero guardò alternativamente la donna e il commissario, tentennò e poi disse:
– Mi dispiace, la contessa si è tolta la vita pochi minuti fa.

 

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