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Musica: arte vera o semplice business?

C’è una vecchia canzone dei Litfiba che dice: “la musica fa sognare, volare, capire. La musica dà la forza di reagire”. Ed è proprio vero.

E’ veramente fantastico ciò che l’uomo è riuscito a creare: degli strumenti elaborati che in base a come li tocchi, li pizzichi o li premi emettono dei suoni e delle melodie che ci piacciono e ci rimangono in testa. Ma la musica è soprattutto emozioni e sicuramente è questo fatto a permetterci di innamorarci di determinate canzoni, ci trasmette qualcosa ed è una delle arti maggiormente amata. Amata da tutti, ovviamente, infatti è impresa ardua incontrare qualcuno che possa dirvi “no, la musica non mi piace”; generi diversi, epoche diverse, stili e guadagni diversi, ma la musica è nel cuore di qualsiasi persona al mondo.

Musica significa arte, arte significa talento e talento significa, necessariamente, guadagni, vendite e ricchezza, soprattutto in un mondo in cui si ricerca costantemente un riscontro in termini economici in qualsiasi campo.

C’è un programma su Deejay Tv cominciato poche settimane fa e curato dall’artista pugliese CapaRezza che si intitola “Chi se ne frega della musica”, titolo peraltro del suo ultimo singolo. C’è qualcosa in quel programma che mi ha colpito: l’artista ci fa conoscere altri musicisti pugliesi e sostanzialmente si pone una serie di domande legittime e intelligenti, mostrando il suo disprezzo per il mondo dello show business, fatto di giornalisti scomodi, gossip, foto, ricatti, foto-ricatti. Il significato profondo di questo programma, ma soprattutto della sua canzone, è il problema che attanaglia il mondo musicale moderno: siamo troppo incentrati sui personaggi, sulla loro vita, sui loro amori, e non tanto sui loro frutti musicali, le loro opere.

Perché questo? Non è una domanda facile, tutti potremo rispondere a modo nostro, ma ciò che probabilmente ci trova d’accordo è che non si tratta di un fatto positivo. E’ come se stessimo mettendo da parte la musica come arte, tralasciando la sua vera essenza e i suoi molteplici significati.

A tal proposito è inevitabile parlare anche di pirateria, fenomeno che purtroppo è sempre più diffuso, specialmente tra giovani internauti appassionati di mp3. E’ possibile risolvere un problema di tale portata? Senza dubbio le perdite economiche delle case discografiche e degli artisti hanno un certo rilievo, ma è giusto che la musica abbia un prezzo? E’ così, in effetti: un cd originale arriva a costare anche 20-30 euro ed è chiaro che un ragazzo medio, magari senza lavoro, preferisce imparare ad usare e-Mule o u-Torrent stando comodamente in poltrona di fronte al suo portatile, pochi minuti ed ecco il pezzo così tanto amato nella memoria del pc. Tanti paesi stanno cercando delle soluzioni, multe salate, addirittura l’arresto, ma siamo sicuri che in questo modo si risolva il problema?

La musica è una forma d’arte e come tale non dovrebbe avere dei prezzi, dovrebbe essere soprattutto passione e voglia di comunicare qualcosa, emozioni, ma ormai è diventata un prodotto del mercato e la sua creazione è sinonimo di guadagni, come un qualsiasi prodotto che si trova al supermercato, sicuramente non in offerta speciale.

Siamo parte del mondo ed è legittimo porci delle domande, un po’ come fa CapaRezza nella sua musica e nel suo programma: possiamo risolvere, da ascoltatori, il problema? Possiamo farlo cominciando a guardare i nostri cd musicali in maniera diversa, come un prodotto artistico di un certo valore emotivo e personale.

Una soluzione concreta a questo problema potrebbero anche essere le offerte spontanee. Per esempio, in ogni negozio di musica si potrebbero porre delle postazioni in cui chiunque va, si siede e ascolta l’ultimo disco del suo artista preferito. Ne vale la pena? Compra il cd lasciando un’offerta, che può essere di 10-15 euro o 100 euro o anche 1000 euro, se lo ritiene giusto. In questo modo si potrebbe anche fare un po’ di “pulizia” di mercato: chi non ha le capacità, chi non risponde alle esigenze degli ascoltatori viene eliminato dal giro. Chi ha le capacità, resta.

Pretendiamo troppo?

Di Roberta Marongiu

 

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