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Quinto “ Non uccidere”

Perché l’uomo uccide?

La domanda di cosa spinge l’uomo a compiere un omicidio è pressante e non solo per gli addetti ai lavori. Psicologi, sociologi,criminologi, come pure l’uomo della strada tentano una riflessione sugli avvenimenti sconvolgenti che spesso si leggono sulle cronache e ci costringono a chiederci quale malessere sociale, quale segreta angoscia può renderci comprensibile questo mare di dolore e di follia

Tutti siamo capaci di uccidere, o meglio, per ognuno di noi esiste una «soglia comportamentale» che fa scattare l’evento omicida. Al raggiungimento di questa soglia concorrono fattori di varia natura, predisponenti, facilitanti e scatenanti, intrinseci o estrinseci alla figura dell’assassino; essi sono di natura biologica e genetica, ambientale e circostanziale, psicologica e caratteriale, sociale e culturale. La maggior parte delle persone non raggiunge mai questa soglia per l’intera durata della vita; non perché si tratti di persone miti, particolarmente calme o innocue, ma forse perché sono persone nelle quali la somma degli eventi vitali esogeni ed endogeni non ha mai raggiunto la soglia critica necessaria per passare all’atto omicida. Wilson e Seaman, riprendendo gli studi dello psicologo Albert Maslow, fanno riferimento a quattro livelli della gerarchia dei bisogni di Maslow, da cui emerge che prima l’uomo uccideva spinto dalla povertà e dalla fame; verso la metà dell’Ottocento, uccideva per lo più per tutelare la propria sicurezza domestica; una volta soddisfatti questi bisogni, ha iniziato a diffondersi l’omicidio a sfondo sessuale; infine, spesso oggi si uccide per un bisogno di autostima, per ottenere rispetto: è questo il caso dell’omicidio seriale.

Genitori che uccidono i figli e viceversa, amanti che sopprimono il proprio patner per gelosia, uomini che sprezzano il dono della vita, ci conducono ad affermare che pare quasi che oggi si osservi la vita come fosse un film; molti degli sconvolgenti eventi di questi giorni sembrano confermare questo assurdo emotivo ed esistenziale.

La psichiatria  fa rientrare nella categoria della psicopatia i protagonisti di queste umane tragedie.Per definizione sono da ritenersi “psicopatiche” personalità immature, emotivamente indifferenti agli altri, alle loro gioie e alle loro sofferenze. I soggetti che si trovano in questa situazione emotiva non sviluppano sentimenti empatici con il prossimo,cioè non entrano in contatto emotivo con gli altri, non sanno percepirne i moti dell’anima. non hanno la capacità di sviluppare sentimenti positivi: affetto, rispetto e amore, essi proprio per le emozioni che non sanno provare rimangano in una sorta di immaturità anche sul piano morale e sono sostanzialmente incapaci di sentire rimorso o sviluppare senso di colpa.

Tutto ciò produce personalità irresponsabili, atte a mentire spudoratamente, con condotte antisociali e scarsi freni morali che possono sfociare, con una certa frequenza, in atti delittuosi.

Verosimilmente è lo stile di vita, la famiglia, la società che rende intelligibile una così larga diffusione di questa grave anomalia psichica, e soprattutto è il vuoto di comunicazione, particolarmente grave e pericoloso, nelle relazioni primarie destinate a formare la personalità dell’individuo. Una educazione sempre più impersonale, affidata a rapporti frettolosi i cui valori sono troppo spesso centrati sulla competizione e dove rari sono gli esempi di solidarietà e gli sforzi per capire l’altro e la sua diversità produce tutti gli elementi favorenti una psiche immatura, fredda ed impersonale.

In molti rapporti, e purtroppo anche in quelli genitori-figli, le cose, gli oggetti, il loro possesso creano il continuo fabbisogno e così la cieca abitudine di ottenere l’oggetto, la cosa prima ancora che venga desiderata, che venga in qualche modo conquistata, senza  far nascere l’attesa, l’aspettativa, ammala l’anima, la rende fragile, incapace di attendere, di provare piacere nel conquistare, magari anche lentamente, le cose e la precipita nel baratro dove tutto è dovuto e scontato allontanando, inesorabilmente, l’individuo dalla realtà e dalla razionalità.

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