Società

Siena, crisi di un modello: la fine dell’isola felice?

Siena, crisi di un modello: la fine dell'isola felice?Il mondo senese è cambiato vorticosamente negli ultimi anni, aprendo uno squarcio illuminante che fa prevalere la contaminazione culturale all’anacronismo della sua autarchia. Sull’onda di questa nuova fioritura non monta alcun dibattito pubblico, anzi si levano mostre come “Siena – Newyork quattro artisti in viaggio”, ospitata nei Magazzini del Sale di Palazzo Pubblico, fino al prossimo 20 agosto. È  l’immagine contraddittoria di una piccola città di provincia che, nonostante l’inestimabile patrimonio artistico, non esiste più nella realtà ed esprime parere contrario a tutto ciò che è “altro da sè”, ma si mostra d’accordo con interventi di collaborazione internazionale.

Assuefatti per abitudine all’idea di una ricchezza preannunciata dalla storia, i senesi non hanno compreso, o non vogliono comprendere, le conseguenze di una soffocante crisi economico-sociale. La posta in gioco è ovviamente enorme in una cittadina dove la tradizione è indiscutibile paradigma esistenziale, dove tutti i conflitti si risolvono nel privato delle sedi di contrada o nell’anonimato della calca in Piazza del Campo.

Sul piano della quotidianità, ciò traccia lo scollamento tra chi vive nel feudo e chi respira un’atmosfera di dissociazione: ogni semestre 500 studenti cinesi vengono all’Università per Stranieri per apprendere l’italiano e iscriversi ai principali atenei nazionali, negozi storici in pieno centro chiudono, mentre aprono nuovi locali indiani, messicani e africani. Questo è il rebus sul quale non si vuole puntare lo sguardo: il mondo globale impone la negoziazione di se stessi con l’altro, e spesso un’omologazione ai modelli e alle economie vincenti.

Oggi suona tristemente beffardo notare che per diradare la cortina fumogena dei sospetti e delle critiche, alimentate dalla reazione apatica e ottusa di Siena, si apparecchiano mostre e convegni: la “senesità”, che pure mi sta sommamente a cuore, è sempre più affannata e può evitare la dissoluzione solo al prezzo della diversità.

Iacopo Bernardini

 

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