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Armando Uribe, la ragazza cilena e il golpe fascista di Pinochet

Su richiesta pubblichiamo una nota del deputato Guido Melis sulla dittatura cilena.

Armando Uribe era un signore magro, i capelli nerissimi e lisci, tipicamente latino-americano. Gentile, di poche parole, parlava benissimo francese ed inglese. Venne a Sassari nell’ottobre o novembre 1973, poche settimane dopo il golpe fascista in Cile. Era a Pechino, prima, ambasciatore del governo di Unidad Popular di Salvador Allende. Dalla capitale cinese, dopo la sanguinosa espugnazione del Palazzo della Moneda a Santiago e l’assassinio di Allende ad opera dei militari golpisti, era riparato direttamente in Europa. Forse prima a Parigi, poi a Roma. Non aveva un soldo in tasca, né un appoggio. Probabilmente conosceva Ignazio Delogu, un sassarese (anzi un usinese) amico dell’America Latina. La facoltà di giurisprudenza dell’Università di Sassari, della quale era preside Luigi Berlinguer (e professori gente come Valerio Onida, Gustavo Zagrebelky, Danilo Zolo e tanti altri), approvò un ordine del giorno nel quale offriva incarichi di insegnamento e ospitalità agli intellettuali cileni esuli per sfuggire a Pinochet. Uribe fu uno dei primi, mi pare chiamato per insegnare la storia dei partiti politici. Seguirono altri, tra i quali – indimenticabile amico – Ignazio Loyola, che era stato il segretario di Pablo Neruda. E l’altrettanto indimenticato compagno Rodriguez, dirigente del partito comunista uruguayano, anch’egli in fuga dal suo Paese governato dalla destra.

Uribe stette poco nella sua nuova sede: viaggiava molto, nella speranza di divulgare la nefandezza del golpe in tutto il mondo civile, di suscitare l’indignazione dei democratici di tutto il mondo. Scrisse in quei mesi e poi pubblicò a Parigi (dove riparò, dopo la parentesi sassarese) un libro famoso, che tutti leggemmo avidamente: “L’intervention americaine au Chili”, o, in inglese “The black book of American Intervention in Chile”.

Con lui, a Sassari, venne una ragazza, sua assistente, una giovanissima ricercatrice universitaria (sociologa, mi pare) di Santiago. Carina, bionda, disperata. Aveva il fidanzato chiuso nello stadio-lager e non ne sapeva più nulla da settimane. La invitammo a cena, le trovammo da dormire, la confortammo come potevamo. Capimmo tutti, ragazzi com’eravamo allora (nel 1973 io avevo 23 anni), cosa veramente doveva essere stato il golpe, quale violenza doveva essersi scatenata, quali tragedie umane si fossero verificate in quelle ore. E cosa fosse il fascismo, che molti di noi conoscevano solo sui libri.

Uribe poi fu chiamato a insegnare alla Sorbona. Ci lasciò, pronunciando un bellissimo discorso di gratitudine e di speranza davanti al consiglio di facoltà riunito. Ho poi letto del suo lungo esilio, finito solo al ritorno della democrazia in Cile. So che è diventato un apprezzato poeta, da eccellente giurista che era. Della nostra giovane amica, invece, non ho più saputo niente. Né dello sventurato ragazzo al quale aveva donato il suo primo amore.

ps. scritto dopo aver letto che in Cile i libri di scuola “derubricano” la feroce dittatura di Pinochet a blando regime militare, come tanti se ne sono succeduti nella storia dell’America Latina

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