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Il commiato dei poveri cristi

Il momento del commiato non è certo un istante privo di emozioni. Qualunque sia il contesto. Ed in qualsiasi campo.

Nondimeno trasuda una certa emotività quando il commiato riguarda l’ambito lavorativo, ovvero il luogo, le persone, le circostanze, gli eventi che hanno permeato e condizionato i ⅔ della nostra esistenza.

Nel corso della mia esperienza lavorativa ho avuto il piacere di partecipare (ovviamente invitato e mai imbucato!) a parecchi commiati. Omesse le ovvietà di tanta classe dirigente nei cosiddetti “discorsi di accompagnamento alla pensione”, molti di questi saluti hanno trasmetto una commozione ed una suggestione che, al pari di una cartina tornasole, lasciavano trasparire il desiderio di non voler recidere in alcun modo quel virtuale cordone ombelicale che tiene il neopensionato ancora legato alla nostra Amministrazione.

Non è facile, per chi ha dedicato la propria esistenza all’attività lavorativa, staccarsene dalla mattina alla sera. Non è per nulla semplice, di punto in bianco, svegliarsi e non avere più l’obbligo di dover raggiungere il proprio Ufficio … Specialmente se si è stati incapaci di costruirsi una alternativa o di crearsi altri interessi che non fossero legati sempre e soltanto al lavoro.

E così si corre il rischio di impazzire, di dar giù di matto … Si va dai casi patologici di persone che puntualmente, per anni, dopo il pensionamento, continuano a presentarsi in ufficio per riempire la propria giornata, a quei casi, più gravi, di gente che arriva a millantare incarichi e responsabilità ad hoc, paventando magari anche deroghe legislative … perché … “perchè loro sono dei baluardi, delle colonne, delle fortezze senza le quali saremmo condannati alla rovina”!

Ci capita così di imbatterci in “poveri cristi” che, anziché godersi (meritata o meno) la pensione, anziché beneficiare della possibilità di dedicare il tempo alla famiglia, agli amici, agli interessi che per decenni ha dovuto, per forza di cose, mettere in secondo piano e relegare a dei ritagli di tempo, si inventano incarichi consultivi o addirittura vere e proprie cariche di natura sindacale pur di sentirsi un “appartenente attivo”, per ritenersi ancora utile, vivo!

Questo è ciò che sta accadendo a Napoli. Una vecchia cariatide di una ancor più retriva organizzazione sindacale partenopea, pur essendo ormai pensionato con tutti i crismi, per giustificare a sé stesso ed agli altri la sua reticenza ad abbandonare gli ambienti e i consessi nei quali ha trascorso gran parte della sua vita lavorativa, dice in giro di essere stato investito di un ulteriore incarico sindacale, nonostante sia stato posto in quiescenza. E il bello è che i colleghi ancora ci credono! Allora, per fugare ogni dubbio, invitiamo tutti a leggere l’Art.83 della legge 121/81 che così recita: “ I sindacati del personale della Polizia di Stato sono formati, diretti e rappresentati da appartenenti alla Polizia di Stato, in attività di servizio o comunque assoggettabili ad obblighi di servizio, e ne tutelano gli interessi, senza interferire nella direzione dei servizi o nei compiti operativi.”

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Detto in soldoni, un appartenente alla Polizia di Stato, una volta andato in pensione, NON PUO’, per legge, ricoprire alcun incarico rappresentativo all’interno di una organizzazione sindacale!

Per qualcuno questa cosa è dura da accettare. E lo comprendiamo … Difatti sono casi come questi che ci fanno seriamente pensare alla necessità d’introdurre un test psicologico per l’idoneità alla quiescenza. Così come gli aspiranti poliziotti vengono sottoposti ad esami psicoattitudinali per essere immessi nel ruolo, così occorrerebbe sottoporre i poliziotti aspiranti pensionati ad esami psicologici per valutarne la maturità e giudicarne la capacità di … godersi la pensione!!!

Federazione Co.I.S.P- Segreteria Provinciale

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