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Il mistero della sepoltura di Renatino, Enrico De Pedis a Sant’Apollinare

Banda della Magliana ancora nuovi misteri, dubbi e domande. Ci si interroga sulla nota sepoltura del Renatino, ovvero Enrico De Pedis,  nella basilica romana di Sant’Apollinare? Questa domanda, a 20 anni di distanza, continua a non avere una risposta. E il giallo della sepoltura del boss accanto a cardinali e artisti continua.

Il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, interpellata nei giorni scorsi in Commissione antimafia sulla vicenda, è intervenuta più volte, anche al question time alla Camera lo scorso mercoledì. Il ministro ha detto che non risultano atti al Viminale su questa vicenda. Ha dovuto però correggersi sulla “extraterritorialità” nel cui regime, contrariamente a quanto affernmato in un primo momento, non rientra la Basilica se non per un “profilo fiscale”.


Chi la autorizzò? “C’è un atto del comune di Roma”, ha risposto oggi il ministro a un cronista di ‘Chi l’ha visto?” che chiedeva notizia su chi avesse fatto pervenire il nulla osta per la sepoltura (l’allora governatore della Città del Vaticano, cardinale Baggio oppure il suo vice Paul Marcinkus?) e chi l’abbia poi autorizzata. Il ministro dell’Interno ha replicato di non sapere “se abbiamo agli atti questo documento” ma “la competenza era in ogni caso del comune di Roma, perché si trattava di uno spostamento di una salma da un cimitero a una chiesa posta, appunto, nello stesso comune”. Inoltre la Cancellieri, rispondendo nel corso del question time alla Camera al parlamentare del Pd Walter Veltroni, che aveva interrogato il Ministro tramite sindacato ispettivo, ha dichiarato: “Per il trasferimento della salma del boss della banda della Magliana Enrico De Pedis, dal cimitero del Verano alla basilica di Sant’Apollinare non era necessaria l’autorizzazione del ministero dell’Interno, ma bastava quella del Comune di Roma. Da verifiche effettuate presso gli uffici dell’amministrazione dell’Interno, non risulta che sia stato adottato un decreto né che siano mai stati interessati né la prefettura di Roma, né la Direzione generale dei culti che all’epoca era un’articolazione centrale del Viminale”.

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