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Sclerosi Multipla: il trattamento con Interferone beta è associato a risultati sfavorevoli a lungo termine

E’ stato pubblicato sul sito della prestigiosa rivista medica “Annals of Neurology” un interessante studio intitolato “Predittori dei risultati a lungo termine nei pazienti con sclerosi multipla trattati con Interferone beta“.

Alcuni ricercatori americani, coordinati dal dr. Robert A. Bermel di Cleveland, hanno provato ad identificare i predittori precoci dei risultati a lungo termine in pazienti con sclerosi multipla (SM) recidivante-remittente, trattati con interferone beta-1a (IFNβ-1a) per via intramuscolare.

E’ stato condotto uno studio multicentrico ed osservazionale di 15 anni di follow-up, su pazienti che avevano completato 2 anni nello studio pivotale sull’IFNß-1a per la SM-RR. 136 pazienti hanno partecipato ai 15 anni di follow-up (69 originariamente randomizzati con interferone beta-1a e 67 con il placebo). Dopo 2 anni di studio clinico, il trattamento non è stato regolato da un protocollo di studio. L’attività della malattia nel corso dei 2 anni di esame è stata così definita: 2 o più lesioni captanti il gadolinio (cumulative) rispetto alla risonanza magnetica a 1 e/o 2 anni, 3 o più nuove lesioni di MRI in T2 al 2° anno rispetto al basale, e 2 o più ricadute in oltre due anni. Gli odds ratio sono stati calcolati durante l’intervallo di 15 anni per l’attività precoce della malattia predittiva di un grave peggioramento della scala di disabilità per pazienti affetti da sclerosi multipla o EDSS (peggiore quartile di cambiamento, pari o meno di 4,5 punti della scala EDSS).


La percentuale di pazienti che ha hanno manifestato prima l’attività della malattia è stata inferiore nei pazienti trattati con interferone beta-1a rispetto al placebo per tutti i marcatori di attività della malattia (range 23,5% -29,0% vs 41,0% -45,5%). Nel gruppo trattato con l’IFNβ-1a, l’attività persistente della malattia ha previsto un grave peggioramento dell’EDSS: lesioni al gadolinio (OR = 8.96, p <0.001); ricadute (OR = 4,44, p = 0,010), e nuove lesioni in T2 (OR = 2.90, p = 0,080). Nei pazienti trattati con il placebo, l’attività di malattia in fase precoce non era così fortemente associata con i risultati a lungo termine (OR = range 1,53-2,62, p = 0,069-0,408).

Al termine dello studio, secondo gli autori, l’attività della malattia nonostante il trattamento con Interferone beta è associato a risultati sfavorevoli a lungo termine. Particolare attenzione deve essere prestata alle lesioni captanti il gadolinio nella terapia con interferone beta, in quanto la loro presenza è strettamente correlata con una disabilità grave 15 anni più tardi. I risultati forniscono un razionale con la risonanza magnetica per il monitoraggio pazienti trattati con Interferone beta e per la modifica della terapia in pazienti con malattia attiva.

Fonte: http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/ana.23758/abstract

About the author

Alessandro Rasman, 48 anni, triestino. Laureato in Scienze Politiche, indirizzo politico-economico presso l'Università di Trieste; è malato di sclerosi multipla, patologia gravemente invalidante, dal 2002. Per Mediterranews cura una speciale rubrica sulla sclerosi multipla.

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