Editoriali

Roma: al cinema Trevi continua la rassegna Musicisti dello Schermo

Roma: al cinema Trevi continua la rassegna Musicisti dello Schermo Prosegue al Cinema Trevi l’appuntamento mensile con i “Musicisti dello schermo”: mercoledì 17 ottobre Angelo Francesco Lavagnino sarà il protagonista di questa rassegna lunga un giorno, curata da Sergio Bassetti. Alle ore 20.45 Bassetti e Steve Della Casa incontreranno il pubblico.
«La disciplina che mi ha imposto il cinema nella mia lunga carriera (perché ho fatto centinaia di film di tutti i generi) e le lezioni che ho impartito per tanti anni all’Accademia Chigiana di Siena – che mi ha permesso di venire a contatto con allievi di ogni parte del mondo: giapponesi, filippini, colombiani, jugoslavi, greci – mi hanno quasi rivelato poi il segreto del mio mestiere: che è fatto di molta umiltà, cioè quello di servire l’immagine. Il musicista, al contrario, coi suoi problemi tecnici ed estetici, sarebbe più disposto a dare la stura a tutte le sue abilità strumentali, a tutte le sue abilità coloristiche per farsi servire dall’immagine: ma questo non sarebbe un vantaggio per il pubblico, il quale naufragherebbe in mezzo a una marea di suoni e di problemi musicali che in fondo a lui non interessano. Si tratta di un indietreggiamento umile per portare all’essenziale la musica e creare quel miracolo della prima impressione, perché il pubblico vede il film una volta soltanto, e attraverso quella volta deve farsi un quadro preciso di ciò che soprattutto il regista ha voluto dire». In questa testimonianza di metà anni Sessanta Angelo F. Lavagnino parla con lucidità e semplicità di sé, del proprio artigianato e della musica come parte organica dell’esperienza filmica; alle spalle ha già collaborazioni con cineasti del calibro di Rossen, Walsh, Nicholas Ray, Ritt e, soprattutto, Orson Welles. Senza dire dei molti registi di casa nostra che in lui hanno trovato una sponda musicale duttile e generosa, e in più d’una occasione memorabile.

Al di là dei meriti di una scrittura fluida, timbricamente raffinata, spesso innovativa per agglomerazioni strumentali, Lavagnino vanta anche un primato che è tecnico ed estetico allo stesso tempo: esplora soluzioni foniche mai sperimentate, e tanto dai vantaggi che dai limiti della tecnica trae imprevedibile profitto; della sala di registrazione mette a frutto morfologia e spazi “proibiti”, la sensibilità del microfono, le aree d’eco e di riverbero, etc.: in altre parole, punti di forza e punti deboli dell’apparato tecnologico.

Si misura poi, primo in Italia, con la stereofonia e la registrazione separata su piste magnetiche: dichiara senza mezzi termini la necessità di «impostare […] partiture adeguate alle nuove esigenze dei microfoni». Insomma, rivoluziona liturgie e procedimenti della sala d’incisione e la prospettiva stessa del musicista per lo schermo: ne rifonda il modus operandi, che non può più infischiarsene di implicazioni e complicazioni tecniche, e istituisce quella che lui stesso definirà la “poetica del microfono”.
Come scrive Francesco Savio «la sua ambizione è, insomma, quella di “costruire” il suono: il collaboratore naturale del musicista non è più il direttore d’orchestra, ma il fonico». Poco dovrebbe sorprendere, a questo punto, l’incontro con Welles, sul set di Otello: non una fatalità ma ben individuate affinità elettive hanno reso Lavagnino – per dirla ancora con Savio – «partecipe delle tipiche ricerche del regista in ordine al problema figurativo-spaziale: ricerche che dalla sfera visiva si estendevano così a quella acustica».

ore 17.00
Madame Sans-Gêne (1961)
Regia: Christian-Jaque; soggetto: dalla commedia di Émile Moreau e Victorien Sardou; sceneggiatura: Henri Jeanson, Ennio De Concini, Jean Ferry, Franco Solinas, Christian-Jacque; fotografia: Roberto Gerardi; scenografia: Jean D’Eaubonne, Mario Rappini; costumi: Marcel Escoffier, Italia Scandariato; musica: Angelo Francesco Lavagnino; montaggio: Eraldo Da Roma, Jacques Desagneaux; interpreti: Sophia Loren, Robert Hossein, Julien Bertheau, Marina Berti, Carlo Giuffré, Gabriella Pallotta; origine: Italia/Francia/Spagna; produzione: Compagnia Cinematografica Champion, GE.S.I. Cinematografica (Gestione Studios Internazionali), Ciné Alliance, Agata Films; durata: 100’
È la storia della spregiudicata Madame Sans-Gêne, la “signora senza soggezione”, che per amore del capitano Lefevre è capace di disobbedire a Napoleone, raggiungere l’amato in guerra, fuggire dalla prigionia e infine, dopo una rocambolesca evasione, proporsi alla nobiltà francese con schiettezza indomita. In questo film, tratto dalla commedia teatrale omonima di Victorien Sardou ed Émile Moreau, una figura mitica della storia francese, già interpretata da attrici come Gloria Swanson e Arletty, viene rievocata da una produzione internazionale fastosa ed opulenta: è l’occasione per una delle interpretazioni che l’attrice ricorda con più simpatia. «Questo è il film di Sophia, dall’inizio alla fine: Sophia oscena, Sophia esuberante, Sophia triste, Sophia amorosa, Sophia che ama giocare, Sophia virtuosa. L’attrice domina lo schermo e diminuisce ogni altra performance, tranne Julienne Bertheau, un’efficace Napoleone» (Jan Johnson, Films and Filming).

ore 19.00
L’impero del sole (1956)
Regia: Mario Craveri, Enrico Gras; testo: Gian Gaspare Napolitano; fotografia: M. Craveri; musica: Angelo Francesco Lavagnino; montaggio: Mario Serandrei; origine: Italia; produzione: Lux Film, Tecnostampa, S.P.E.S., Producción Film Perù; durata: 89’
Il documentario illustra vaste zone del Perù in cui i discendenti degli antichi abitatori dell’impero degli Incas conducono la loro vita errabonda, tra le rovine delle città, dei templi, delle fortezze, delle antiche necropoli. «L’impero del sole è un centone di frammenti di valore e di significato assai diversi, collegati insieme, come abbiamo già detto, dal solo concetto di una curiosità ricreativa. […] Che resta allora? Restano, e non poco, la bellezza di moltissime fotografie, la virtuosità della macchina da presa nell’inquadrare immagini sorprendenti da angoli visuali insoliti, gli eleganti accordi di colori di certe sequenze, come per esempio quella della moria degli uccelli nell’isola del Guano con quegli ossami bianchi e quei cadaveri arruffati sparsi sulla sabbia rossa che ricordano e superano quanto di più surrealista è mai stato fatto da Dalì e dai suoi seguaci. Insomma, dal punto di vista meramente visivo e spettacolare, L’impero del sole è un film che “prende”» (Moravia).

ore 20.45
Incontro moderato da Sergio Bassetti con Steve Della Casa

a seguire
Otello (1952)

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