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Sardegna. I Partigiani dell’Oristanese.Una storia quasi sconosciuta

partigianLa Sardegna è l’unica regione italiana uscita dalla seconda guerra mondiale senza veder passare sul suo territorio eserciti in lotta. Ciò ha condizionato in modo irrimediabile il modo in cui la percezione della guerra e della sua fase conclusiva si è strutturata nella memoria collettiva. Manca nell’isola la consapevolezza del modo in cui l’occupazione tedesca si è strutturata, della sua natura di premeditata ed aperta guerra ai civili, e restano assai sfumate le motivazioni che hanno reso la Resistenza una scelta accettata e condivisa da larghissima parte della popolazione dell’Alta Italia, soprattutto quella rurale.

Questo ha fatto sì che nell’isola abbiano trovato anche più spazio che altrove le memorie antiresistenziali diffuse a piene mani nell’Italia delle restaurazioni, quella degli anni Cinquanta e quella dei due decenni a cavallo della fine millennio. Da questo fenomeno non è rimasta immune l’area oristanese, dove ha pesato anche la storica debolezza delle forze di sinistra. Questo non significa che uomini e donne originari della provincia non abbiano dato un apporto talvolta di grande importanza alla lotta di Liberazione.

In primo luogo, ad Oristano si è svolto uno dei pochi episodi di opposizione armata allo sgombero dei tedeschi dall’isola, con il quale un generale italiano indifferente agli stessi ordini del Comando Supremo ha regalato un’intera divisione corazzata alla macchina da guerra germanica nella penisola. Fra i pochi a rendersi conto che non esisteva una guerra della Sardegna distinta da quella europea, ci fu il comandante di un battaglione del 132. Reggimento Fanteria Sardus Fontana, il quale prese l’iniziativa di aprire il fuoco sui tedeschi che tentavano di minare il Ponte Mannu sul Tirso alla periferia della città; tra gli ufficiali al suo fianco spicca il nome di Ovidio Addis, intellettuale sardista e futuro sindaco di Seneghe. Con la “battaglia di La Maddalena”, sostenuta da militari italiani sotto la guida di pochi ufficiali contro i tedeschi che avevano occupato la base per navale garantirsi la sicurezza del vitale passaggio delle Bocche (e nella quale si distingue e viene decorato al valore Gesuino Corrias da Terralba), si tratta degli unici episodi di Resistenza armata svoltisi sul territorio dell’isola.

Fuori da questa, i sardi partecipano alla lotta di Liberazione in ogni parte d’Europa dove abbiano combattuto resistenti italiani: nei Balcani, in Francia e nella penisola. Tra le figure più importanti di sardi nella Resistenza all’estero non manca la provincia di Oristano: la più rappresentativa è forse Pietro Carboni (Paulilatino, 1914), sottufficiale della R.Marina e dopo l’8 settembre animatore della lotta a Rodi, dove i tedeschi pongono sul suo capo una cospicua taglia. Cade in combattimento il 20 dicembre 1944 e viene decorato di Medaglia d’Oro alla memoria. Tra i numerosi sardi che combattono con l’esercito di Tito nella Divisione partigiana Garibaldi, ricordiamo due Guardie di Finanza: Renzo Atzei, caduto a Quota Majdan il 21 aprile 1945 durante la liberazione di Zagabria, decorato di Medaglia d’Argento alla memoria, al quale il suo paese natale – Gonnostramatza – ha dedicato di recente un convegno; e Dario Porcheddu, da Cabras, che sfugge fortunosamente alla fucilazione in Montenegro e diventerà nel dopoguerra animatore dell’Unione Autonoma Partigiani Sardi.

Nella penisola, l’impossibilità di varcare il Tirreno in piena guerra rende impraticabile per i militari sardi il “tutti a casa” dopo l’8 settembre, li costringe a nascondersi spesso in modo precario. È nota la vicenda dei 18 avieri sardi rifugiatisi nel Viterbese, catturati dai tedeschi e fucilati nei pressi di Sutri il 17 novembre 1943: tra loro gli oristanesi Piero Barcellona, Piero Contini, Pasqualino Mereu e l’alerese Emilio Coni. I partigiani sardi sono spesso emigrati economici (ve ne erano 45.000 in Alta Italia) o militari: molti sbandati delle Forze Armate regie, ma è rilevante la presenza di Carabinieri, Guardie di Finanza e di PS. Molti sono i caduti in combattimento, gli impiccati e i fucilati, i deportati nei lager. Accanto agli antifascisti, spesso provenienti dal carcere o dalla guerra di Spagna, molti giovani svolgono nella Resistenza un’esperienza di formazione politica democratica che ribalta l’educazione ricevuta nel ventennio. Non stupisce, pertanto che partigiani originari della provincia di Oristano si ritrovino nelle formazioni della montagna, nelle squadre cittadine, nei reticoli clandestini, in tutte le regioni della penisola.

A Napoli partecipa alle Quattro Giornate insurrezionali il Vigile del Fuoco Francesco Pintore (Nughedu Santa Vittoria, 1914), decorato di Medaglia d’Argento. Nella Resistenza romana sono attivi numerosi carabinieri, fra i quali il brigadiere Costantino Angotzi (Cuglieri, 1909), membro del Fronte clandestino e decorato di Croce di Guerra; ma non mancano nomi di massimo rilievo: Francesco Fancello (Oristano, 1884), tra i principali esponenti del primo sardismo, condannato dal Tribunale Speciale nel 1931 come appartenente a Giustizia e Libertà, rimane in carcere o al confino sino alla caduta del fascismo e durante l’occupazione dirige insieme a Leone Ginzburg il quotidiano del PDA “L’Italia Libera”; Antonio Feurra (Seneghe, 1893) organizza le prime squadre comuniste nel quartiere di Monte Sacro, viene arrestato e fucilato a Forte Bravetta il 30 dicembre 1943 con dieci compagni. A Narbolia è nato nel 1908 l’avvocato Giuseppe Medas, esponente di Giustizia e Libertà e del Partito d’Azione, arrestato nel marzo 1944 ed ucciso alla Fosse Ardeatine.

In Toscana combatte il giovane ufficiale Alfredo Gallistru (Ruinas, 1922), comandante dalla fine del 1943 nell’Alta Maremma nella Banda Camicia Rossa del Raggruppamento Monte Amiata. Il 10 giugno 1944, mentre il fronte si avvicina, viene gravemente ferito a Monterotondo Marittimo; trasportato in un podere vi muore nella notte. Alla sua memoria è stata concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare; è sepolto a Massa Marittima ed ancora ricordato come una delle figure più importanti della Resistenza nella zona: il monumento in suo onore a Ruinas è stato donato dai suoi compagni di lotta toscani. Nella stessa regione combatte nelle formazioni garibaldine un nutrito gruppo di partigiani dell’Oristanese, fra cui un gruppo di Usellus; in Versilia, il giovanissimo sottufficiale della Regia Marina Giovannino Zucca (Cabras, 1926), viene catturato, torturato e ucciso il 25 agosto 1944. Nella Resistenza ligure combatte Giovanni Firinu (Santu Lussurgiu, 1925), coraggioso comandante di squadra della Colonna Giustizia e Libertà, fondata dal sardo Piero Borrotzu, che operava nella Val di Vara.

Si può quantificare intorno a 50 il numero di partigiani dell’Oristanese che combattono in Piemonte, in tutti i territori e in formazioni di ogni ispirazione: tra i garibaldini, Giovanni Cansella (Cuglieri, 1910) carabiniere che ha Caramba come nome di battaglia ed opera tra Canavese e Val d’Aosta; Giuseppe Piras (Santulussurgiu, 921), e Antonio Trudu, nomi di battaglia Trudu e Sassari, operano nelle Langhe nella 78. Brigata dove c’è una consistente presenza di sardi; con la 1. Brigata SAP, operante a Torino, collabora Lorenzo Pischedda ( Gonnosnò, 1904), nome di battaglia Crok, operaio qualificato. Nella Resistenza garibaldina piemontese combatte anche Giovanna Dessì, di Fordongianus, che dopo la guerra sposa il compagno di lotta Ettore Manca.

Alle formazioni Giustizia e Libertà appartengono Salvatore Pinna (Ardauli, 1917), che combatte in Canavese nella Brigata De Palo della VI Divisione GL ed al quale è stato dedicato da poco un convegno nel suo paese d’origine; nelle squadre cittadine torinesi GL opera il sottufficiale di PS Carlo Obino (Paulilatino, 1910). Nella Divisione Matteotti Italo Rossi, tra il Canavese e il Monferrato, troviamo Salvatore Cariccia (Solarussa, 1920) e Giuseppe Manis (Oristano, 1922), rispettivamente contadino ed impiegato. Tra i combattenti delle formazioni autonome ricordiamo il colonnello Vincenzo Ardu (Busachi, 1883), nella Brigata Val Casotto della IV Divisione Alpi, caduto a Mondovì il 17 luglio 1944; e nella stessa formazione il figlio Mario, tenente di Cavalleria, caduto in combattimento e decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria.

Nella Resistenza veneta e lombarda due importanti figure condividono le scelte di lotta ed il destino di deportazione e di morte. Bartolomeo Meloni, nato a Cagliari del 1900 da nobile famiglia lussurgese, ingegnere e uomo di cultura, è un dirigente delle Ferrovie, che dà un importante contributo alla nascente lotta di Resistenza del Partito d’Azione a Venezia: è deportato a Dachau dove scompare il 1 agosto 1944. Cosimo Orrù (San Vero Milis, 1910) magistrato dalle scarse simpatie per il regime, entra nel Comitato di Liberazione Nazionale di Busto Arsizio; viene arrestato e nel settembre 1944 deportato prima a Bolzano, poi nei campi di Flossenbürg ed Elsabe-Leimeritz, da cui non fa ritorno. Nel suo paese natale gli è stato intitolato un Centro studi sulla deportazione ed ogni anno viene organizzata una rassegna di iniziative per il Giorno della Memoria. Oltre a loro, un’altra ventina di deportati nativi della provincia di Oristano conosce i lager nazisti.

Il medico Flavio Busonera (Oristano, 1894), combattente nella Grande Guerra, è uno dei fondatori della sezione di Cagliari del Partito Comunista d’Italia; i fascisti gli rendono la vita difficile fino a costringerlo nel 1926 a lasciare la città; si trasferisce nel poverissimo Polesine, a Cavarzere. Qui dopo il 25 luglio fonda la sezione comunista e organizza poi il CLN, collaborando con le prime formazioni partigiane. Arrestato nel giugno 1944, rifiuta di essere liberato da un’azione di guerriglia che avrebbe lasciato i suoi compagni di detenzione esposti alle rappresaglie nazifasciste. In agosto i GAP uccidono a Padova il colonnello Bartolomeo Fronteddu, di Dorgali, che aveva dato vita ad un reparto di sardi, il Battaglione Volontari G.M. Angioy, con l’intenzione di rinnovare in chiave fascista repubblicana i fasti della Brigata Sassari. Per rappresaglia Busonera viene impiccato con altri compagni nella centralissima via Santa Lucia. Mantiene durante l’esecuzione un contegno di ammirevole fermezza: Medaglia d’Argento al Valore Militare.

A Udine viene fucilato l’11 febbraio 1945, contro il muro di cinta del cimitero insieme a 22 compagni, il cuoco Gesuino Manca (Terralba, 1917), commissario di Brigata nella I Divisione Osoppo-Friuli; una sua lettera ai familiari fa parte della nota raccolta Ultime lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana, con poche altre di resistenti sardi. Nella Divisione Garibaldi Natisone, l’altra grande unità della Resistenza friulana e giuliana, ricopre il grado di sottotenente il bosano Alfonso Ledda.

Nelle squadre cittadine Matteotti di Bologna combatte il carabiniere di Abbasanta Francesco Licheri. Mario Manca (Neoneli, 1919), nome di battaglia Sardagnolo, fa parte della 7. Brigata Garibaldi GAP Gianni e cade in combattimento presso Zola Predosa nell’ottobre 1944.

Da ricordare infine la presenza nelle Forze Armate cobelligeranti del Regno del Sud: fra gli altri il mogorese Piero Ardu, sottotenente della Divisione Nembo, il futuro presidente della Regione Alessandro Ghinami; il sottufficiale Salvatore Spiga, di Nughedu Santa Vittoria, che cade in combattimento nei pressi di Bologna ed è decorato di Medaglia d’Argento alla memoria.

Aldo Borghesi

ISTASAC – Istituto per la Storia dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea nella Sardegna centrale

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