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UPI: Gli Italiani dicono Sì alle Province, no ai parlamentari ed ai loro stipendi

Paternò Imprenditore si ribella al "pizzo" Quattro arrestiSì degli italiani alle Province: no a parlamentari, loro stipendi, manager di Stato e uffici pubblici
Sondaggio dell’Upi. Trespidi attacca il ministro Del Rio: «Il suo disegno di legge è stato giudicato anticostituzionale. Bisogna accorpare Regioni e Province piccole, fondere i Comuni e decidere che forma di Stato vogliamo»

Gianfranco Salvatori19 Dicembre 2013
Massimo TrespidiMassimo Trespidi
Sette italiani su dieci non vogliono abolire le Province e solo il 15% ritiene prioritaria la riforma. I numeri lì dà un sondaggio. Ma la ricerca dice anche, con forza, cosa gli italiani vogliono: ridurre il numero dei parlamentari e dei consiglieri regionali e le loro paghe; ridurre gli stipendi dei manager delle aziende di Stato o di quelle pubbliche (Rai, Eni, Ferrovie, Poste e altri) e tagliare i costi degli organismi intermedi come Consorzi, ambiti territoriali, Arpa e tanti altri uffici di cui la funzione è poco chiara o sconosciuta ai cittadini, ma che hanno sedi, impiegati e costano. Tutto questo con percentuali che vanno dal 53% all’81%. Insomma, i cittadini chiedono di tagliare pezzi dello Stato e dei “mandarini” che lo governano, spesso inutili e costosi, e non le Province.

Sulla base del sondaggio Ispo, commissionato dall’Unione delle Province italiane (Upi), il presidente Massimo Trespidi ha convocato la stampa chiedendosi “davanti a questi dati perché ci si ostina a voler abolire le Province? La volontà del popolo è chiara”. In qualità anche di presidente del comitato regionale dell’Upi, Trespidi ha letto il sondaggio sostenendo che ciò che serve è una riforma costituzionale che indichi quale forma di governo e con che legge elettorale. “Per essere competitivi in Europa – ha continuato Trespidi – e confrontarci con le regioni francesi o i land tedeschi va esteso il territorio delle Regioni, vano fusi i piccoli Comuni, vanno ridotte le Province, soprattutto quelle create negli ultimi 15 anni per soddisfare gli appetiti di alcuni politici. Vanno tagliate le Regioni piccole come Umbria, Molise e Basilicata”.

Smesso i panni istituzionali, il presidente ha messo nel mirino il ministro Graziano De Rio e ha aperto il “fuoco”. Del Rio è autore di un disegno di legge sul taglio delle Province, fermo alla Camera. Il 72% dei cittadini è “orgoglioso” della propria provincia e questo “fa giustizia – afferma Trespidi – della demagogia populistica alimentata dal Corriere della sera che non è riuscita, però, cambiare il sentimento degli italiani”. E ancora. Tagliando le Province non si risparmia nulla, anzi si aggravano i costi e si rischia un caos istituzionale perché le funzioni delle Province non si sa chi dovrà svolgerle. Ma soprattutto, sottolinea Trespidi, “44 costituzionalisti hanno ravvisato elementi di incostituzionalità nel disegno di legge. Tutto questo cominciò due anni fa, con Monti il quale diede in pasto all’opinione pubblica il taglio delle Province come panacea di tutti i mali della spesa pubblica italiana”. Trespidi provoca: “Quando le scuole saranno chiuse le strade piene di buche con chi se la prenderanno i cittadini? Con i parlamentari”. Questa è una classe politica “inadeguata – insiste Trespidi – e non sapendo come autorigenerarsi pensa di riacquistare una verginità politica abolendo gli altri, senza mettere in discussione se stessa”.

Tornando a via Garibaldi, il presidente ha evidenziato la virtuosità dell’Ente. Due assessori non sono stati sostituiti “e non lo saranno. Quando Paparo lascerà, dopo l’Epifania, redistribuirò le deleghe. Abbiamo chiuso un bilancio. Abbiamo alienato beni e ridotto le spese”.

La conclusione è amara: si parla di riforma della legge elettorale per andare al voto a giugno. La legge si farà, ma non si taglieranno i parlamentari – “945, più che in America – né si chiuderà il Senato, né si faranno le altre riforme.

IL SONDAGGIO – Il taglio dei parlamentari e dei loro stipendi è la riforma più urgente Il sondaggio realizzato da Ispo (la società di Mannheimer) è uno spaccato della rabbia dei cittadini nei confronti di uno Stato che funziona male e che è capace solo di mettere tasse senza rendere i servizi per ciò che paghiamo. Il lavoro ha intervistato per telefono mille persone. L’orgoglio per le province è radicato: il 72%, contro il 76% dei Comuni e il 73% delle Regioni.
LE URGENZE Il taglio della spesa pubblica è una delle principali urgenze, un dato che la politica – a tutti i livelli – dovrebbe guardare ogni giorno e riflettere. Le percentuali sono da brivido. Riduzione indennità dei parlamentari: 81%; taglio parlamentari: 80%; riduzione indennità dei consiglieri regionali: 76%; taglio dei consiglieri regionali: 73%; riduzione stipendi manager di Stato o partecipate (Rai, Eni, Ferrovie e altri): 61%; taglio dei costi degli organismi intermedi (Arpa, Consorzi, ambiti territoriali e altri): 53%. Realizzare una parte di questo equivarrebbe a una rivoluzione perché verrebbero toccate rendite di posizione, gestione di potere, gestione di voti, posti di lavoro dove si lavora poco, si guadagna molto e si ha diritto a una serie di garanzie che la stragrande maggioranza dei lavoratori del settore privato non ha o non può mettere in pratica. RIFORME La riforma più urgente, per gli intervistati è: ridurre indennità parlamentari 46% e il taglio del numero dei parlamentari 35%, che sommati danno 81%; riduzione indennità funzionari Regioni 4%; taglio dei costi di organismi intermedi 4%; abolire le Province 4%; taglio funzionari regionali 3%; riduzione stipendi manager di Stato 2%.

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