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La veemente denuncia dell’avv. Gargiulo: basta alla pratica comune in Italia del lavoro non retribuito di molti giovani avvocati come collaboratori negli studi legali!

Eugenio GargiuloAccade a molti giovani avvocati, collaboratori presso studi legali affermati,  che – pur di tenersi stretto il miraggio di un lavoro vero e di uno stipendio – sgobbano gratis a tempo indeterminato.

La pratica è ormai legalizzata e diffusa in molti studi legali italiani e si perpetua a danno dei più deboli, dimenticando che se manca il riconoscimento economico manca la parte essenziale del riconoscimento lavorativo.


Ecco la testimonianza dell’avvocato  foggiano Eugenio Gargiulo . Ciò che dicono i miei colleghi non é solo tristemente veritiero ma affonda le sue radici in una cultura votata alla illegalità ed intrisa di paradossi. Prendo le mosse dall’ articolo 36 della Costituzione: “il lavoratore deve essere retribuito in proporzione alla quantità e alla qualità del lavoro svolto e sufficientemente per poter vivere una esistenza libera e dignitosa.

Finché ci sono i sindacati con le contrattazioni collettive a “tenere a bada” i datori di lavoro, il lavoratore subordinato può sentirsi quanto meno garantito nella sua esistenza. Il problema si pone quanto il lavoratore, ancorché formalmente libero professionista, dedica tutte le sue intere giornate ad un datore di lavoro che, anziché chiamarsi così, viene definito“dominus”.

L’esperienza in proposito è quella di un ragazzo di quarant’anni che è diventato avvocato ben diciotto  anni fa ma che, suo malgrado, ancora non ha raggiunto l’autonomia economica. Agli inizi della pratica mi ero messo l’anima in pace e mi ero detto: ora è normale che tu non venga retribuito, posto che non puoi alleggerire l’attività dello studio ma, anzi, la appesantisci visto che non sai fare nulla.

Purtroppo, man mano che passava il tempo, anche se la mia professionalità aumentava e quindi sgravavo lo studio di scocciature, il trattamento retributivo rimaneva quello che i romani ebbero a definire un “obolo”.

Stanco di questa situazione mi decidevo a cambiare studio, proprio in quel periodo di interregno tra praticante che ha superato lo scritto e giovane avvocato. Una volta entrato in uno dei migliori studi civilistici di Foggia credevo che la mia professionalità (110 e lode presso Università di Bari e voto di 240 all’esame da avvocato sostenuto presso la C. App. Bari) mi portasse ad avere un trattamento economico degno della tanto sudata qualifica che avevo conquistato.

In realtà, di lì a poco, il titolare dello studio mi avrebbe prima imbonito rappresentandomi una realtà lavorativa difficile ma con tante soddisfazioni e, poco dopo, mi avrebbe fatto capire che per me c’era esclusivamente il “solito rimborso spese”.

All’inizio accennavo all’illegalità e ai paradossi di questa professione. Questi ultimi risiedono tutti in quella singolare coincidenza che vede ragazzi volenterosi che per più di 7 anni studiano nella teoria il senso e le radici profonde del sinallagma che poi, nella pratica, viene sistematicamente negato e quindi calpestato negli ambienti di lavoro forensi. Fior fior di laureati trattati al pari di garzoni di bottega. Di faccendieri. Di persone a cui quotidianamente viene negata la propria professionalità.!

Ora sto riassumendo in estrema sintesi un concetto su cui ho  rimuginato per anni, che è quello del “sinallagma imperfetto”. In poche parole: tu fatti il mazzo 10/12 ore al giorno. Che io capo ti ripago facendoti “allenare” sui processi!!!

Se fosse tutto così semplice e quindi fosse così chiara la dinamica tra sfruttato e sfruttatore, i giovani laureati se ne guarderebbero bene prima di entrare in uno studio legale. Il problema è che la dinamica è più subdola. In passato la definivo del “vecchio ricatto”. È semplice. La retribuzione consiste nella “sapienza che ti viene trasmessa cosicché tu un giorno, una volta che l’avrai fatta tua, la potrai utilizzare per arricchirti e per levarti tante soddisfazioni. Niente di più falso!

È solo un misero e becero tranello inventato in passato dagli studi meridionali in cui ha sempre regnato un sentimento cerimonioso di ossequio e servilismo per i grandi avvocati. Parlo di quegli studi dove si arrivava a dire:”per lavorare lì dovresti essere tu a pagare e non viceversa”!

Non importa che si parli di un giovane laureato di 25/26 anni oppure di un giovane avvocato di 29/30. La fatica che viene investita negli atti, nella conduzione dell’udienza, nella gestione di tutte quelle dinamiche delicate che gravitano attorno ad uno studio legale “impongono” un trattamento economico che sia degno di essere definito tale.

Ciò solo per il fatto che, non solo tutti non diventeranno grandi avvocati che faranno parcelle da centinaia di migliaia di euro ma, soprattutto, che la vita dignitosa va vissuta giorno per giorno. Ed un rimborso spese, se continua a rimanere tale, mortifica e basta l’individuo che perde mordente ed entusiasmo. Non solo. Rischia di calpestare la propria professionalità e, cosa peggiore, finisce per svilire se stesso credendo che il proprio lavoro non valga più di 10 euro al giorno!

Allora invito tutti i giovani colleghi come me a ribellarsi di fronte a questo stato di disagio :bisogna porre fine a questa ennesima faccia della illegalità che, guarda caso, discende proprio da chi quella legalità la conosce. Non si tratta di una mera questione venale. Si tratta del fatto che se manca il riconoscimento economico manca la parte essenziale del riconoscimento lavorativo!

Foggia, 8 gennaio 2014                                               Avv. Eugenio Gargiulo

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