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Melania Rea: i colpi inferti non determinano crudeltà. Cassazione

8585081209_2222d127fd“La mera reiterazione dei colpi inferti (anche con uso di arma bianca) non può determinare la sussistenza dell’aggravante dell’aver agito con crudeltà se tale azione non eccede i limiti connaturali rispetto all’evento preso di mira e non trasmoda in una manifestazione di efferatezza, fine a se stessa”. È quanto scrivono i giudici della Corte di Cassazione nelle motivazioni della sentenza con cui hanno confermato la condanna di secondo grado.

”Non vi è pertanto – né vi potrebbe essere – scrivono i giudici- da parte della giurisprudenza di questa Corte la fissazione di un preciso limite ‘numerico’ dei colpi inferti, oltrepassato il quale l’omicidio può dirsi aggravato dall’aver agito con crudeltà, essendo invece necessario l’esame delle modalità complessive dell’azione e del correlato elemento psicologico del reato posto in essere”.

“L’azione – argomentano i giudici- risulta – sin dalla impostazione iniziale di accusa – commessa con dolo d’impeto, dunque inquadrata come ‘risposta immediata o quasi immediata ad uno stimolo esterno’, senza alcuna programmazione preventiva (perché ciò avrebbe richiesto la contestazione della diversa aggravante della premeditazione)”.


“Le modalità esecutive – come si è più volte evidenziato da parte della stessa Corte di secondo grado – alimentano la considerazione di un’azione lesiva commessa con estrema rapidità, frutto di slatentizzazione di rabbia e aggressività, con colpi portati in rapida sequenza e ravvicinati, specie nel momento in cui l’aggressore si è posizionato frontalmente alla vittima”.

Il loro numero, prosegue la Cassazione, “è indicativo del dolo d’impeto e del concreto finalismo omicidiario, fermo restando che nessuna delle lesioni è – di per sé – mortale, tutte concorrendo alla determinazione dell’evento”.


“Se è vero, infatti – scrivono i giudici della Cassazione nelle motivazioni- che il repertamento congiunto alle scarpe ne indicava la potenziale rilevanza, è pur vero che la elevata contaminazione preesistente al fatto può aver determinato la casuale vicinanza degli oggetti alle scarpe della vittima o anche il loro calpestio da parte della donna ancora in vita. Non si tratta, peraltro, di oggetti da cui può trarsi l’inferenza ipotizzata dalla difesa, proprio in ragione della riconosciuta ampia contaminazione dei luoghi in questione”. “Ancora, la doglianza relativa alle ‘zigrinature’ presenti sulle cosce della vittima (derivanti da sfregamento con indumento sporco di sangue) e attribuite dal perito, verosimilmente, al contatto della pelle con il meccanismo di chiusura del giubbino della stessa Melania, muove da un errore di prospettiva processuale”.

(Adnkronos)

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