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Il volto cangiante degli Interventi Umanitari: come MOAS ha sviluppato un modello moderno per le ONG

Intervista a Cristina Lejman del MOAS (Migrant Offshore Aid Station) di Malta che si occupa di prestare aiuto e primi soccorsi in mare aperto ai migranti.

Può una semplice fotografia cambiare la mentalità e la visione del mondo verso la tragedia dell’immigrazione?
Alla luce del recente drammatico attacco a Parigi ci si rende conto quanto certamente le immagini possano parlare da sole e mettere di fronte ad una realtà che sembra stia letteralmente sfuggendo di mano. La risposta può essere quindi: Si.

Ma non è stato solo adesso che il mondo ha veramente aperto gli occhi nei confronti della difficile e pericolosa situazione odierna. Certo le immagini di Aylan, il piccolo siriano annegato e trovato senza vita sulla spiaggia hanno attraversato il mondo e destato le coscienze di molti ma la crisi si è presentata molti anni prima della sua esplosione nella copertura delle notizie. Lo sanno benissimo gli abitanti di Lampedusa e delle coste limitrofe. I loro racconti non hanno forse destato tutta l’attenzione necessaria ma si sono resi indispensabili per mandare avanti delle vere e proprie macchine di soccorso.

Nell’autunno del 2013, un giubbotto galleggiante sulle onde del Mediterraneo ha catturato l’attenzione di Regina Catrambone mentre stava navigando sulle coste in vacanza con la sua famiglia. Il capitano ha informato la signora Catrambone che la giacca sarebbe probabilmente appartenuta ad un migrante, annegato nel tentativo di raggiungere lidi più sicuri. La realtà della situazione e della tragedia, simboleggiata dalla giacca di galleggiamento, sono diventati subito chiari alla donna, che si è resa conto che avrebbe potuto fare qualcosa per aiutare.

Regina insieme al marito Christopher, entrambi maltesi e di religione cattolica, ha versato le proprie ricchezze e risorse nella formazione di quello che doveva essere la prima organizzazione auto-finanziata nel suo genere: Stazione aiuti migranti in mare aperto. Hanno comprato una barca, dotata di un equipaggio e già nei primi 60 giorni di attività hanno salvato 3.000 vite umane in mare. Il lavoro del MOAS divenne sin da subito oggetto di attenzione e di lode in tutto il mondo.

Solo due anni più tardi MOAS ha salvato più di 11.680 uomini, donne e bambini. La loro nave principale, ‘Phoenix’, di 40 metri, salpa dal Grand Harbour di La Valletta. Oltre al Phoenix, MOAS utilizza due velivoli remoti e due scafi gonfiabili. «All’inizio, non abbiamo avuto molta esperienza per capire esattamente come organizzare l’operazione. Ma quando il nostro attuale Direttore ci ha raggiunto siamo notevolmente riusciti a dare una struttura più adeguata alla nostra organizzazione. È stato un vero punto di svolta, che va dalla grande idea iniziale alla sua concreta realizzazione », spiega Christina Lejman, che si occupa dell’ Ufficio Raccolta Fondi presso il MOAS. Il direttore al quale si riferisce è l’ ex capo della Difesa di Malta, Martin Xuereb. Con una formazione accademica e professionale in scienze sociali, Relazioni Internazionali e Studi per la Difesa, Xuereb ha aiutato l’organizzazione ad evolversi nella struttura autofinanziata che è oggi.

«MOAS non è enorme, ma abbiamo personale altamente competente», dice la Lejman. Oltre alla squadra di soccorso di venti unità, MOAS dispone di un piccolo team in ufficio che si occupa di questioni amministrative. «Essendo piccolo ha anche i suoi vantaggi. Siamo in grado di reagire rapidamente, prendere decisioni più velocemente. Tutto è centralizzato».

Una volta che una nave di migranti viene individuata, il MOAS attende istruzioni appropriate dal Centro di coordinazione Soccorsi. «Non possiamo prendere le chiamate da nessuno, né agiamo senza essere stati istruiti a farlo da un ente statale nominato», spiega Lejman. «Se viene dato il permesso di intervenire il MOAS interviene subito. Solitamente ci occupiamo di trasportare gli immigrati a bordo di imbarcazioni più sicure, fornire loro acqua, cibo, giubbotti di salvataggio, controlli medici e di trattamento di emergenza. Lo sbarco sarà poi deciso dal centro soccorsi e questo avviene di solito in Italia. Una volta raggiunta la destinazione dello sbarco forniamo statistiche e informazioni alle autorità competenti».

Il direttore Xuereb ha fatto in modo che il principio fondamentale dell’organizzazione fosse semplice e chiaro «nessuno merita di morire in mare». Come spiega ancora Cristina Lejman, «Non c’è ideologia politica che ci spinge. Si tratta di una questione di vita o di morte» Lavorando a stretto contatto con i centri di coordinamento, le guardie costiere e Marine, la responsabilità del MOAS sui migranti si conclude una volta che sono stati portati tranquillamente a riva. «Non abbiamo le risorse né il potere di impegnarci in tutti i processi al di là del salvataggio iniziale».

Nonostante le polemiche sollevate spesso dal linguaggio giornalistico la Lejman descrive la relazione dell’organizzazione con la stampa come estremamente positiva. « Molti giornalisti sono stati a bordo con noi durante tutte le operazioni contribuendo a diffondere il nostro messaggio. Morire nel Mediterraneo non è purtroppo una cosa nuova. Ma i media in questo hanno un potere schiacciante e sono davvero in grado di cambiare le cose. I social media soprattutto sono diventati uno strumento fenomenale con cui diffondere i messaggi».

Nonostante l’attenzione dei media verso il MOAS sia molto estesa il futuro dell’organizzazione dipende molto dalla raccolta fondi. «È la sfida più grande – dice Cristina. Siamo un’organizzazione altamente specializzata, e semplicemente non possiamo permetterci di accettare compromessi a scapito della professionalità. Sebbene un’improvvisa ondata di donazioni può senza dubbio fornirci un’espansione particolarmente allettante, la squadra del MOAS deve mantenere un principio centrale per ogni pianificazione; la sostenibilità è alla base di tutto. C’è stata una pressione enorme per espanderci in Grecia dopo la famosa fotografia del bimbo annegato. Non avevamo mai visto niente di simile in termini di donazioni. Ma abbiamo aspettato. Noi non ci espandiamo se non siamo al cento per cento sicuri che possiamo mantenere lo standard delle nostre operazioni di soccorso».

Professionalità e rispetto del diritto internazionale sono alla base dell’organizzazione che è stata fortemente acclamata da enti statali e altre ONG simili.

Il MOAS ha senz’altro avuto un’esperienza e una ricezione positiva a Malta, ma esiste la possibilità di forti opposizioni in relazione ad una possibile espansione in paesi come la Grecia, dove i migranti stanno arrivando in gran numero. Nonostante le tensioni politiche, il MOAS ha grandi speranze per la Grecia. «Stiamo cercando di espanderci nel 2016, forse a febbraio. Ci rivolgiamo a Turchia e Grecia, così come Sud-Est asiatico, ma le operazioni saranno molto diverse e assumeranno altre forme. Non possiamo applicare lo stesso modello per ogni posizione geografica. Il costo dell’operazione varia, i tipi di flotte utilizzate possono variare e ovviamente anche il clima politico influenza molto i nostri piani operativi. Dobbiamo tenere anche costantemente sotto controllo i risultati pubblici ed elettorali. Ci sono quindi tanti fattori che entrano in gioco».

Viene spontaneo chiedere al MOAS cosa ritiene dovrebbe essere fatto per mitigare il problema. Lejman spiega che la risposta è tutt’altro che semplice. «Ogni paese ha i suoi problemi interni e politici, che è il motivo per cui non è possibile applicare una soluzione unica per la crisi migranti. L’unica cosa che si può dire con certezza è che la cooperazione internazionale è fondamentale.

Anche gli stessi intenti dei rifugiati possono variare. Spesso questi hanno già contatti con conoscenti in Europa, altri hanno un piano concreto da seguire, mentre altri si stanno gettando verso l’ignoto. I loro background sono tutti diversi ».

Anche se nessuno conosce il numero esatto dei migranti che sono morti in mare, si stima che oltre il 75% delle morti di migranti sono accadute nel Mediterraneo. Oltre il 60% di coloro che raggiungono l’Europa proviene dalla Siria, Eritrea e Afghanistan. Gli scenari di pericolo in cui sono costretti a vivere nella loro patria significa che la maggior parte di loro sono quindi ammissibili di asilo. A partire da agosto 2015, 200.000 migranti hanno raggiunto l’Europa. L’annegamento non è l’unica minaccia per i migranti molti di loro rischiano anche lo stupro, lo sfruttamento e l’omicidio.

Oltre a salvare vite umane attraverso il loro modello altamente unico ed efficiente il MOAS svolge un ruolo importante nel preparare il terreno per gli altri invitandoli a fare lo stesso. «Quello che stiamo mostrando è che è possibile, è legale ed è efficace fare quello che facciamo. Il concetto è stato testato nel lungo periodo. Abbiamo dimostrato che non è più di esclusiva responsabilità degli enti statali nominati a fare la differenza. Speriamo che il nostro successo possa ispirare gli altri».

Bisogna cominciare a concepire mentalmente un nuovo modo per fare solidarietà, con cui ogni individuo può donare soldi con un clic di un pulsante, mostrare sostegno attraverso Facebook e fare volontariato in organizzazioni di loro scelta. Il MOAS coglie tutti i vantaggi dell’era moderna e della solidarietà che essa può offrire, come ad esempio la raccolta fondi tramite il Battle of Malta.
Se c’è una lezione che Cristina ha imparato dal suo lavoro con MOAS è questa; «Si imparano nuove cose ogni giorno con MOAS, ottieni sempre qualcosa da ogni missione. Ma quello che è diventato più importante ed evidente è che non bisogna mai sottovalutare il potere di un pubblico informato e appassionato perché’ è questo che fa sempre la differenza».

Erika Castorina

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