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Aou, ospedali sassaresi in sicurezza

La prevalenza dei positivi tra gli operatori è inferiore alla media nazionale. Vincenti le strategie adottate nel tempo


Sassari 24 maggio 2020 – La prevalenza dei positivi negli operatori sanitari dell’Aou di Sassari è più bassa rispetto a quella registrata negli operatori sanitari in Italia. Lo dice lo studio realizzato dalla Sorveglianza sanitaria dell’Azienda di viale San Pietro che, dall’inizio dell’emergenza, ha sottoposto a test del tampone l’intera “popolazione” di medici e infermieri che lavorano negli ospedali dell’Aou. E così la prevalenza “sassarese” si attesta attorno al 3 per cento mentre quella registrata in Italia al 4,26 per cento.

«Possiamo dire – ha detto Antonello Serra, medico competente dell’Aou di Sassari che ha realizzato lo studio – che il numero ha un’efficacia che è imperturbabile a qualsiasi argomentazione. C’è da considerare, poi, che il dato nazionale, forse, è anche sottostimato perché, con molta probabilità, non tutti gli operatori sanitari hanno fatto il tampone. Noi invece lo abbiamo fatto a tutti».


Lo studio è stato presentato sabato, in occasione dell’incontro che si è svolto nella sala Angioy della Provincia di Sassari e che è servito per fare il punto sulla situazione dell’emergenza sanitaria a Sassari, oltre che per affrontare le tematiche relative alla programmazione sanitaria territoriale e ospedaliera nella fase 2.

L’incontro, organizzato dall’Azienda ospedaliero universitaria di Sassari, in stretta collaborazione con l’Unità di crisi locale e l’Ats Sardegna, oltre alla presenza di esponenti del mondo economico e della Chiesa, ha visto la partecipazione dei direttori delle strutture Aou protagoniste della prima fase dell’emergenza Covid-19. Un’occasione che ha messo in luce l’attività di assistenza realizzata nei reparti delle cliniche di Malattie infettive, Pneumologia e Terapia intensiva di viale San Pietro e l’efficacia delle terapie prestate ai pazienti. È emersa un’attività intensa che ha visto in prima fila anche il laboratorio di Microbiologia e Virologia che ha analizzato oltre 14mila tamponi dall’inizio dell’emergenza. Un ospedale che è stato in grado di rispondere con vigore alla fase di crisi iniziale, dopo il caso registrato nella Cardiologia del Santissima Annunziata.


«Quando il 14 di marzo è apparso un cluster particolarmente importante in una struttura centrale dell’ospedale – ha proseguito Antonello Serra –, ci siamo mossi rapidamente. Il cluster andava sterilizzato e gli operatori messi in sicurezza. Per intervenire ci siamo mossi usando il sistema dei cerchi concentrici. Nel giro di una notte e di un giorno abbiamo testato con tampone tutta l’area rossa e sterilizzato i soggetti potenzialmente infettivi».
La ricerca per cerchi concentrici è proseguita e ha permesso di individuare alcuni soggetti positivi oltre che registrare, man mano che ci si allontanava dal centro, una riduzione dell’incidenza. «L’ospedale è stato messo in sicurezza – ha detto ancora Antonello Serra – e nel frattempo abbiamo seguito un’altra variabile importante: quella della messa in sicurezza dei pazienti. Non abbiamo lasciato alcun singolo paziente da solo e abbiamo adottato procedure severe che hanno garantito la loro assistenza costante.

«In seguito abbiamo rilevato un altro piccolo cluster e poi solo casi singoli, probabilmente in osmosi con la popolazione».


Il medico competente quindi ha sottolineato come abbiano funzionato le strategie di utilizzo delle protezioni individuali, utilizzati in ragione delle condizioni di rischio.

«Dopo l’esperienza del primo cluster – ha detto ancora – abbiamo preso una decisione che non è stata adottata da quasi nessun ospedale italiano, cioè quella di fare il tampone a tutti gli operatori ospedalieri. Questo richiede uno sforzo strategico e organizzativo particolarmente rilevante. Noi abbiamo messo in gioco sei grandi strutture, tra le quali Otorinolaringoiatria, Chirurgia Maxillo-Facciale, Professioni Sanitarie, Direzione di Presidio, che hanno dato un apporto fondamentale in questa strategia, arrivando a fare il test a circa 120 persone al giorno».


Ma la strategia del tampone non è stata l’unica adottata dall’Aou. E così, dopo i dispositivi individuali, le corsie protette, l’isolamento dei reparti covid free, il follow up sugli operatori positivi, i tamponi “drive through” o “pit stop”, con il cambiamento della situazione epidemiologica l’Aou ha prima deciso di intervenire sui soggetti maggiormente a rischio, «quindi in quei soggetti con una riserva operativa molto ampia che abbiamo sperimentato in questi giorni e che siamo in grado di mettere in gioco. Ma abbiamo anche un’altra risorsa che abbiamo imparato ad utilizzare che è quella dei test sierologici che conosciamo giorno dopo giorno. Noi abbiamo fatto praticamente test sierologici a tutti e intendiamo utilizzare l’efficacia diagnostica di un test che verrà ripetuto diverse volte», ha concluso Antonello Serra.

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