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Calcio: quando i soldi valgono più della salute

Negli ultimi anni, a partire dall’ingolfamento causato dagli stop relativi alla pandemia, il calcio è entrato in una spirale di sovraesposizione mediatica attraverso l’aumento delle partite giocate: quanto può reggere questo modello?

Più partite, più visibilità, più incassi per tutti. Ma anche un aumentato rischio di infortuni muscolari (senza dimenticare quelli traumatici) per i calciatori, che tra club e nazionale sono portati a giocare sempre più partite – ben oltre 60 per i più utilizzati. Ma nessuno pare lamentarsi tra i giocatori: i rimbrotti finora sono arrivati solo dagli allenatori, specie tra quelli più famosi e occupati a gestire tante competizioni in una sola stagione (Guardiola, Klopp, Sarri, Mourinho, Ancelotti per dirne alcuni).

Dopo il recente infortunio di Rafael Leão, che ha privato il Milan del suo giocatore più decisivo a pochi giorni dall’Euroderby di andata contro l’Inter, si è tornati a riflettere sull’eccessivo numero di partite giocate dai calciatori. Ma con la nuova Champions League e i progetti di nuovo Mondiale per Club e Mondiale per Nazionali, le cose potrebbero addirittura peggiorare.

Una bulimia di calcio

Pare che la nuova idea di calcio sia basata su un consumo giornaliero e ossessivo dalla poltrona di casa di questo sport così popolare ma così sempre più banalizzato dalla sua diluizione. Il modello pare essere l’NBA: tante partite, con tanti incroci tra squadre top provenienti da Stati diversi, una Regular Season seguita dai Playoff e quindi incassi più elevati provenienti da sponsor e botteghino. Questa è l’idea delle nuove competizioni UEFA, ma pare che la FIFA abbia in serbo modifiche ancora più sostanziose.

Gianni Infantino non ha fatto mistero di sognare addirittura un Mondiale per Nazionali ogni due anni, e tra l’altro sta progettando un nuovo Mondiale per Club a 32 squadre a partire dal 2025. Vista l’ipocrisia con cui è stato trattato il tema dello sfruttamento del lavoro in occasione della costruzione degli stadi per Qatar 2022, non stupisce che la stessa ipocrisia sia applicata al tema della salute dei calciatori.

Ma i calciatori cosa dicono?

Ma come è possibile lamentarsi dell’eccessivo numero di partite se i calciatori sono i primi a rimanere in silenzio? All’orizzonte infatti non si vedono proteste: finora nessun atleta, ancor meno tra i più famosi, si è lamentato con forza e insistenza di questi progetti e della situazione attuale, già ampiamente insostenibile. Negli ultimi anni hanno parlato FIFPro (sindacato mondiale dei calciatori), il sindacato calciatori per l’Inghilterra e il Galles e saltuariamente i principali quotidiani sportivi nazionali, ma paiono riflessioni sporadiche e inutili a scalfire una realtà sempre più decisa a seguire la direzione dell’abbuffata di partite.

Del resto, siamo entrati da anni nell’epoca delle spese pazze da parte dei club d’elite, capaci di offrire contratti da 100 e più milioni di euro all’anno ai loro gioielli più cari, e pare purtroppo che i calciatori siano più interessati a mantenere questo trend a discapito dello sport e della loro salute.

Quantità per qualità

Difficile, quindi, sperare che la rotta si inverta e che si torni ad avere settimane intere a dividere una partita dall’altra (almeno per chi tifi squadre impiegate nelle coppe europee), visti gli interessi e il denaro in ballo: l’ansia verrà sovrastata dall’assuefazione, e il tifoso che normalmente aveva la possibilità di organizzarsi e seguire dal vivo la sua squadra dovrà sempre più rassegnarsi al divano di casa. A meno che tutto ciò non porti un maggiore interesse verso le categorie minori…

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