
Albenga. Fra il «blu del mare» di Liguria e il «silenzio vivo» di Fieui de l’Annamaria passa un intero itinerario poetico. È quello di Vincenzo Bolia, giornalista e studioso di dialettologia ingauna, poeta in lingua e in dialetto. Quattro testi permettono di seguirne il cammino con chiarezza: Liguria, Sul limite, Donna in bleu e Fieui de l’Annamaria. Non registrano soltanto un mutamento di stile. Mostrano come la stessa materia, la terra ligure, la memoria, la lingua del luogo, venga affidata nel tempo a una parola sempre più scarna, finché il verso si arresta davanti a ciò che non può o non vuole spiegare. In Liguria il paesaggio è ancora disposto davanti agli occhi. Monti, mare, torrenti, olivo e vento compongono una geografia ordinata in cinque distici piani. L’attacco, «Cinta dai monti / e dal blu del mare», definisce la regione come una striscia custodita e insieme costretta fra la massa montuosa e l’apertura marina. La quiete dura poco: i «lunatici torrenti» introducono un moto capriccioso, mentre l’olivo e i monti oppongono la loro stabilità. Il distico «Liguria terra / dolce e austera» raccoglie il sentimento dell’intera poesia. Dolce è la luce, austera la terra sassosa e lavorata con fatica. Nella chiusa, «con te l’inverno / sa di primavera», il ritratto diventa dichiarazione affettiva e la stagione più aspra conserva una promessa di rinascita. La versione albenganese non è una semplice appendice del testo italiano. Nel passaggio da “mare” a «mà», da “torrenti” a «sc-ciümèȓe», da “olivo” a «uȓiva», le cose ritrovano i suoni della comunità che le ha nominate per secoli. Il dialetto, in Bolia, non aggiunge colore locale: riporta il paesaggio alla sua voce più intima. È lingua della memoria, ma sa ancora dire il presente. Proprio il rapporto fra parola e appartenenza resterà uno dei fili più tenaci della sua poesia.
Con Sul limite gli stessi elementi cambiano peso. Il mare non è più blu, ma «di piombo»; il monte non cinge, stringe; la sc-ciümeȓa «s’incava», l’olivo «s’attorce», l’inverno «s’aggrinzisce». Tutto appare inciso, piegato, contratto. L’olivo «ossuto», isolato nel verso, diventa il corpo stesso della resistenza al maestrale. Anche la struttura perde regolarità: i versi si spezzano e rallentano, sottoposti alla pressione che grava sulle cose. Il richiamo a Montale è riconoscibile, ma non servile. Il titolo ricorda In limine; la «maglia rotta» rinvia al varco intravisto nella rete dei Limoni. Qui, tuttavia, il lampo del sole non apre alcuna salvezza. L’ammonimento «non credere» arriva subito e la maglia si richiude. Sul limite è dunque una poesia di passaggio. Appartiene ancora alla stagione della lirica descrittiva-condensata: il paesaggio mantiene contorni precisi e consistenza materiale, ma porta la scrittura davanti a una frontiera. Bolia ne vede l’incrinatura, senza attraversarla. Nelle poesie successive non avrà più bisogno di dichiarare il varco o la sua chiusura. Gli basteranno pochi segni lasciati nello spazio del testo. È l’approdo, maturato all’inizio degli anni Duemila nell’ambito del Cenacolo Symbol 2000, alla poesia ermetica ligure-ponentina «di soglia».
Con la poesia ermetica ligure-ponentina «di soglia» la scrittura si raccoglie in pochi segni concreti, disposti in uno spazio rarefatto. Il paesaggio non viene più descritto: diventa passaggio fra il visibile e un «oltre» non definito. La soglia è il punto in cui il poeta si arresta fra l’immagine consegnata alla pagina e il significato affidato a chi legge. Il principio vale anche quando al paesaggio subentra una figura: in Donna in bleu la soglia passa attraverso un viso, una luce, un’attesa. Il cambiamento è netto. La sintassi distesa cede il posto a quattro brevi nuclei; scompaiono la punteggiatura, i collegamenti logici, le indicazioni narrative. Della donna non conosciamo la storia. Rimangono una «luce sospesa», un «viso d’attesa», alcune «rose / spente», il silenzio, un filo d’oro, l’aria. Ogni parola deve reggersi da sola. Il verso più audace è forse «respira / il silenzio»: il silenzio non coincide con il vuoto, possiede un ritmo, quasi un corpo. Anche il bianco fra i blocchi entra nella scrittura, separando le immagini e permettendo loro di continuare a richiamarsi. Nella chiusa, «un filo d’oro / sfiora / l’aria», la luce ritorna nella forma più esile possibile. Non invade lo spazio: lo tocca appena. Quel filo può essere una traccia luminosa, una memoria, un legame, il segno di una presenza che sta per apparire o scomparire. Bolia non decide per chi legge. Si ferma nel punto in cui la parola, procedendo ancora, diventerebbe spiegazione. La soglia non è dunque un enigma costruito per nascondere il significato; è una misura, il limite scelto dal poeta per lasciare aperto il testo. Con Fieui de l’Annamaria questa misura incontra la memoria civile. Il titolo richiama la tragedia del 16 luglio 1947, quando l’affondamento della motobarca Annamaria, nel mare di Albenga, causò la morte di quarantaquattro bambini; altri quaranta furono salvati dagli uomini accorsi in soccorso. La poesia rinuncia al racconto dell’accaduto, alle grida, al culmine emotivo. Davanti a quel dolore la sottrazione acquista un valore morale: la parola non si appropria della tragedia, le resta accanto. L’inizio, «mà carmu / riva vixina», «mare calmo / riva vicina», è disarmante. La calma del mare e la prossimità della riva rendono più lacerante ciò che il titolo porta con sé. Seguono le «uxi fieuȓe / in sce l’ègua», le «voci bambine / sull’acqua»: dei bambini rimane una presenza sonora, fragile e senza corpo. Poi il giorno si ferma. Il verso isolato «in sce l’aȓena», «sulla rena», depone la poesia sul confine fra terra e mare, salvezza e morte, voci e silenzio. La chiusa «u resta / in silensiu / vivu», «resta / un silenzio / vivo», evita la consolazione e la retorica commemorativa. Quel silenzio custodisce le voci dei bambini, il dolore delle famiglie, la ferita di una comunità. Qui l’albenganese non dà voce ai bambini, che non erano liguri. È la lingua del luogo in cui la tragedia avvenne e della comunità che ne custodisce la memoria. Proprio grazie a questa radice, il dolore legato a un evento preciso acquista un significato universale. Le chiuse raccontano il percorso meglio di qualunque schema. In Liguria l’inverno «sa di primavera» e il poeta consegna una promessa. In Sul limite la maglia rotta si richiude: l’apertura è intravista e subito negata. In Donna in bleu il filo d’oro sfiora l’aria senza ricevere un nome definitivo. In Fieui de l’Annamariaresta un silenzio vivo, affidato alla memoria. Dalla conclusione dichiarata si passa così a una presenza che continua proprio in ciò che il verso tace. Le immagini concrete restano, ma vengono isolate; il sentimento passa dalle dichiarazioni al silenzio che circonda le parole. L’approdo alla soglia non è rottura. È misura. Fino a quel punto conduce la parola. Oltre cominciano memoria, emozione, interpretazione. È lì che la soglia è raggiunta.
Adalberto Guzzinati