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In Sicilia nasce il “Manifesto per la narrazione territoriale”

Come possiamo invertire lo spopolamento delle aree interne se continuiamo a raccontarle per stereotipi e frasi fatte? È utile parlare delle zone periferiche e lontane dai grandi centri urbani senza conoscere a fondo le loro differenze? Davvero al Sud non c’è niente da fare, se non godersi il mare e il buon cibo? E come dobbiamo porci davanti alle tradizioni, al passato e alle novità, quando raccontiamo un luogo?

Per rispondere a queste domande, Reputation Lab, studio di consulenza in comunicazione strategica con sede a Siracusa, ha progettato il Manifesto per la narrazione territoriale: uno strumento pensato per creator, giornalisti e amministratori, un’ancora concettuale e pratica per chi racconta il territorio.

I dieci punti del Manifesto ruotano attorno a tre nuclei fondamentali:

Partire dai fatti, verificando dati e cifre, evitando di lasciare aperti i nodi territoriali irrisolti: ammettere un ostacolo o un problema sociale serve a mostrare l’intenzione di superarlo, così come cambiare angolazione aiuta a scardinare luoghi comuni e giudizi affrettati.

Costruire l’immagine dei luoghi sul campo, perché un racconto credibile deve fare spazio a sguardi differenti, usando ogni occasione di confronto per stringere relazioni concrete e fare rete tra le persone.

Superare la rassegnazione di chi pensa che al Sud nulla possa cambiare, e riconoscere allo stesso tempo che l’identità di un luogo sopravvive solo se si evolve.

Le potenzialità delle aree interne

I margini di crescita per i piccoli centri del Paese sono ampi. Le aree interne coprono circa il 59% del territorio nazionale, con 13 milioni di abitanti concentrati per il 67,4% nel Mezzogiorno: in Sicilia, come in Basilicata, Molise e Sardegna, oltre il 70% dei comuni rientra in questa definizione (dati Istat).

Dopo la pandemia, borghi e paesi sono diventate destinazioni molto ambite dai remote worker, perché offrono modelli di vita e professionali alternativi rispetto a quelli delle grandi città. Un dato significativo arriva dal sondaggio internazionale dell’Associazione Italiana Nomadi Digitali (AIND), in cui il 93% degli intervistati si è detto disponibile a vivere temporaneamente in un piccolo Comune italiano. Manca però un quadro normativo trasparente: l’Italia ha introdotto un visto per nomadi digitali nell’aprile 2024, ma, come rilevato dal Rapporto sul Nomadismo Digitale di AIND, ad oggi mancano ancora dati pubblici sulle richieste presentate e accolte.

La forza delle narrazioni

Per intercettare questo 93% di lavoratori, tuttavia, la leva economica non basta. La risposta sta anche nei modelli di successo che hanno saputo costruire una narrazione attrattiva e moderna che vada oltre il semplice incentivo economico o la celebrazione della bellezza dei luoghi.

Questo tema è stato affrontato nella prima edizione di Madonie Nomad Residency, il festival del nomadismo digitale di Castelbuono, durante il workshop curato da Reputation Lab che ha dato vita al Manifesto. Nell’incontro, a cui hanno partecipato diversi professionisti e nomadi digitali che hanno deciso di lavorare e stabilirsi al Meridione e nelle aree interne, è emersa un’esigenza condivisa: superare tanto la retorica del catastrofismo quanto quella, sempre più diffusa, del Sud “da cartolina”. Solo così è possibile creare una narrazione che attiri i lavoratori da remoto e trattenga i giovani talenti.

Il testo integrale del Manifesto è stato presentato l’11 ottobre al B-Fest dei Borghi più belli d’Italia in Sicilia di Erice, è consultabile sul sito di Reputation Lab: www.reputationlab.it

 

 

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