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Maturità 2013: approfondimento su Claudio Magris, analisi e sunto di Infinito Viaggiare

Claudio Magris ha insegnato letteratura tedesca prima presso l’Università di Torino, poi presso quella di Trieste. Impostosi giovanissimo all’attenzione della critica con Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna (1963, elaborazione della tesi di laurea), è stato fra i primi a rivalutare il filone letterario di matrice ebraica all’interno della letteratura mitteleuropea, e all’interno di una prospettiva metalinguistica, con Lontano da dove.Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale (1971). Danubio (1986), forse il suo capolavoro, lo consacra come uno dei massimi scrittori italiani contemporanei.

Si tratta di uno degli scrittori più profondi di questi anni. Nel 2005 ha scritto e pubblicato L’infinito viaggiare” è “una raccolta di brevi scritti di viaggio, ricordi e appunti che vanno dal 1981 al 2004, interessanti in sé, ma illuminati da una prefazione che crea nel lettore una straordinaria consapevolezza: quella di avere di fronte un testo importante, una chiave di volta per la comprensione non solo dell’autore, ma anche del proprio modo di stare nel mondo e del proprio osservare”



L’Infinito viaggiare’ e’ una raccolta di brevi scritti di viaggio, ricordi e appunti del germanista triestino che vanno dal 1981 al 2004, interessanti in sé, ma illuminati da una prefazione che crea nel lettore una straordinaria consapevolezza: quella di avere di fronte un testo importante, una chiave di volta per la comprensione non solo dell’autore, ma anche del proprio modo di stare nel mondo, del proprio osservare. Importante e’ il nesso che Magris subito dà al lettore come spunto di riflessione: c’e’ una stretta connessione tra l’idea di viaggio e la scrittura, soprattutto oggi in cui si sente con maggior forza l’esigenza di un confronto con la realtà. Inoltre scrittura e viaggio significano sempre separarsi da qualcosa per scoprirne un’altra, allontanarsi da una certezza per avvicinarsi a una meta sconosciuta, a un’idea, a se stessi.

Mentre ecco una splendida analisi proposta da Rable

L’infinito viag­giare di Clau­dio Magris (edito da Mon­da­dori negli Oscar) si apre con una pre­fa­zione che non è una sem­plice intro­du­zione al libro ma una rifles­sione sul signi­fi­cato stesso del viag­gio. Viag­gio inteso come con­di­zione esi­sten­ziale ed essen­ziale dell’uomo, come espe­rienza fisica e intel­let­tuale. Attra­verso il viag­gio l’uomo sfida se stesso, si cono­sce e si perde.

Il viag­gio è l’esperienza car­dine e impre­scin­di­bile nella vita di un uomo. Magris affronta que­sta tema­tica anche, anzi soprat­tutto, attra­verso la let­te­ra­tura. Egli dia­loga, discute con i grandi scrit­tori che hanno affron­tato la tema­tica del viag­gio. Così crea, con la sua pre­fa­zione, una mappa sul viag­gio che per­mette al let­tore di navi­gare secondo le sue inclinazioni.

Magris, in que­sto libro, rac­co­glie le pagine scritte durante i suoi viaggi che coprono un vasto arco tem­po­rale, dal 1981 al 2004, e un altret­tanta vasta area geo­gra­fica, dalla Spa­gna alla Cina, dalla Ger­ma­nia al Medio-oriente. Il filo con­dut­tore è l’esperienza per­so­nale del viaggiatore-scrittore Magris ed è attra­verso di essa che il mondo viene fil­trato e descritto. Le sue pagine sono fedel­mente anco­rate al tempo e allo spa­zio in cui sono state vis­sute. La Sto­ria, indi­vi­duale e col­let­tiva, diviene la trama che per­mette di tes­sere le diverse espe­rienze rac­con­tate. La Sto­ria –di etnie dimen­ti­cate, di luo­ghi poco cono­sciuti, di per­sone comuni, di vicende per­so­nali– è il punto di par­tenza da cui si dipa­nano gli intrecci che la col­le­gano alla Sto­ria dell’umanità, a impor­tanti avve­ni­menti sto­rici e poli­tici, come la caduta del muro di Ber­lino, il con­flitto tra Ita­lia e Jugu­sla­via, il dif­fi­cile rap­porto tra Occi­dente e Medio-oriente. Un legame intri­cato e com­plesso tra micro e macro­co­smo che Magris svela in modo lucido e consapevole.

Leg­gendo il libro ci si accorge come scrit­tura e viag­gio creino un bino­mio inscin­di­bile. Non solo per­ché que­ste sono pagine di viag­gio, ma per­ché l’autore cita innu­me­re­voli scrit­tori e romanzi che per­met­tono a Magris di capire in modo più pro­fondo e com­pleto la realtà in cui si trova a viag­giare. La let­te­ra­tura serve all’autore-viaggiatore e al lettore-viaggiatore come chiave per pene­trare nella realtà descritta.

Qui riporto due brani estra­po­lati dalla pre­fa­zione e, di seguito, uno dei capi­toli del libro. Roberta Aliventi

Dall’introduzione:

“…Il viag­gio sem­pre rico­min­cia, ha sem­pre da rico­min­ciare, come l’esistenza, e ogni sua anno­ta­zione è un pro­logo; se il per­corso nel mondo si tra­sfe­ri­sce nella scrit­tura, esso si pro­lunga nel tra­so­loco dalla realtà alla carta– scri­vere appunti, ritoc­carli, can­cel­larli par­zial­mente, riscri­verli, spo­starli, variarne la dispo­si­zione. Mon­tag­gio delle parole e delle imma­gini, colte dal fine­strino del treno o attra­ver­sando a piedi una strada e girando l’angolo. Solo con la morte, ricorda Karl Rah­ner, grande teo­logo in cam­mino, cessa lo sta­tus via­to­ris dell’uomo, la sua con­di­zione esi­sten­ziale di viag­gia­tore. Viag­giare dun­que ha a che fare con la morte, come ben sape­vano Bau­de­laire o Gadda, ma è anche un dif­fe­rire la morte; riman­dare il più pos­si­bile l’arrivo, l’incontro con l’essenziale, come la pre­fa­zione dif­fe­ri­sce la vera e pro­pria let­tura, il momento del bilan­cio defi­ni­tivo e del giu­di­zio. Viag­giare non per arri­vare ma per viag­giare, per arri­vare più tardi pos­si­bile, per non arri­vare pos­si­bil­mente mai.”

“… Pae­sag­gio è pas­sag­gio; è anche un’andatura, come uno stile della scrit­tura. Ognuno attra­versa un luogo con un suo ritmo. Uno va svelto, uno cion­dola. Una città — una pagina– si per­corre in mille modi: attento, lento, sin­co­pato, fret­to­loso, distratto, sin­te­tico, ana­li­tico, dispersivo.

Il viaggio-scrittura è un’archeologia del pae­sag­gio; il viag­gia­tore– lo scrit­tore– scende come un archeo­logo nei vari strati della realtà, per leg­gere anche i segni nasco­sti sotto altri segni, per rac­co­gliere quante più esi­stenze e sto­rie pos­si­bili e sal­varle dal fiume del tempo, dall’onda can­cel­la­trice dell’oblio, quasi costruendo una fra­gile arca di Noè di carta, seb­bene iro­ni­ca­mente con­sa­pe­vole della sua pre­ca­rietà. Il pae­sag­gio è pure cimi­tero, ossa­rio, dive­nuto con­cime e linfa di vita, i tumuli che a Ver­dun sem­brano col­line, ma create dalle bombe e dai morti.

Muo­ven­dosi avanti e indie­tro nello spa­zio, senza seguire per­corsi obbli­gati e affi­dan­dosi alla digres­sione più che alla linea retta, il viag­gia­tore per qual­che breve momento sospende il tempo, lo tiene un po’ in scacco come il gio­co­liere che lan­cia e lascia per qual­che attimo sospesi in aria tanti baston­cini, anche se sa che, prima o poi, gli cadranno tutti sulla testa.”

LA TRAGEDIA E L’INCUBO


La vita, è stato detto più volte, imita la let­te­ra­tura. Nel romanzo Pic­cola apo­ca­lisse di Tadeus Kon­wicki, uno dei più signi­fi­ca­tivi scrit­tori polac­chi con­tem­po­ra­nei, il pro­ta­go­ni­sta viene invi­tato – da due amici che mili­tano in un’indefinita oppo­si­zione – a cospar­gersi di ben­zina ed a darsi fuoco, in segno di pro­te­sta, davanti alla sede del Par­tito, a Var­sa­via. Due set­ti­mane fa un uomo si è dato real­mente fuoco, in Polo­nia, ma – almeno secondo le ver­sioni uffi­ciali – sem­bre­rebbe averlo fatto per espri­mere la sua ansia din­nanzi agli scio­peri ed alla rivolta del Paese; la tele­vi­sione polacca, pre­mu­rosa di riba­dire quest’interpretazione (pro­ba­bil­mente veri­tiera, ma comun­que gra­dita al governo) , ha esi­bito la sua imma­gine e le sue ferite, per for­tuna non mor­tali, con un gusto dell’effetto sen­sa­zio­nale assai vicino a quella ricerca ed a quel con­sumo di ecci­tanti visivi che di solito carat­te­riz­zano lo stile sociale dell’Occidente.

Ma la vita pro­cede e si tra­sforma più velo­cemtne della let­te­ra­tura; dopo nean­che due anni, il romanzo di Kon­wicki appare quasi sca­val­cato dagli eventi, da una realtà che è dive­nuta diversa, da una vita che è stata nuo­va­mente inven­tata, con una fan­ta­sia più audace di quella che occorre per inno­vare un lin­guag­gio poe­tico o per esco­gi­tare un racconto.

La Var­sa­via che, in que­ste set­ti­mane, si mostra al visi­ta­tore non è la spet­trale città che eva­pora nel nulla evo­cata da Kon­wicki nel suo romanzo, non è l’irreale o sur­reale sce­na­rio di una pic­cola e insi­nuante fine del mondo. La Polo­nia rivela oggi un volto del tutto diverso e sem­bra incar­nare – forse per­ché si trova sull’orlo di un pos­si­bile disa­stro, guar­dato sere­na­mente in fac­cia – una realtà com­patta e con­creta, piena di con­trad­di­zioni ma sce­vra di ambi­guità, ricca di sen­ti­menti e valori, una realtà alla quale noi, eredi dell’ambivalenza e dell’incertezza, non siamo più abi­tuati. Se ci si sente estra­nei o stra­nieri, non è per la sen­sa­zione di essere uomini che s’avventurano in un paese di neb­bia, ma piut­to­sto per la sen­sa­zione di essere noi crea­ture di neb­bia o gio­chi di ombre che cam­mi­nano tra per­sone vive, un po’ più minac­ciate dalla morte di quanto lo siamo noi, ma vive. In Polo­nia si sente la tra­ge­dia, non l’incubo; e la tra­ge­dia implica una dimen­sione umana di gran­dezza e di forza, un senso inte­gro e intero della vita che viene aggre­dita o distrutta, l’intuizione di un destino e di un signi­fi­cato. La caduta tra­gica non rim­pic­cio­li­sce l’individuo; lo pre­ci­pita giù dal carro come un guer­riero ome­rico col­pito nella bat­ta­glia, non lo smi­nuzza e non lo dis­solve nel nulla come accade a chi viene risuc­chiato negli irreali mean­dri dell’incubo.

La tra­ge­dia c’è, ma non si vede, ed è pro­prio que­sto che col­pi­sce mag­gior­mente. Tranne le lun­ghe ma com­po­stis­sime file davanti ai negozi ali­men­tari, per le strade non si avverte alcuna ecci­ta­zione o inquie­tu­dine, non si sente quell’atmosfera tesa che si forma nelle nostre città, come una cor­rente elet­trica ad alta ten­sione, non appena qual­che inci­dente turba la rou­tine quo­ti­diana. Le ban­diere nazio­nali espo­ste sugli edi­fici indi­cano, con un lin­guag­gio con­ven­zio­nale inten­zio­nal­mente non pro­vo­ca­to­rio, l’adesione a Soli­dar­nosc e la dispo­ni­bi­lità allo scio­pero, ma uno spet­ta­tore ignaro potrebbe cre­dere ch’esse sven­to­lino, festose e patriot­ti­che, senza scopo particolare.

Lunedì 30 marzo, quando per alcune ore molti si pre­pa­ra­vano al peg­gio e si accen­tuava la pos­si­bi­lità di uno scon­tro, che sarebbe stato pro­ba­bil­mente san­gui­noso, un turi­sta che non sapesse il polacco e non avesse occa­sione di par­lare con qual­che amico non si sarebbe accorto di nulla. L’incombere della tra­ge­dia non distur­bava la nor­male esi­stenza gior­na­liera. Ero ospite delle uni­ver­sità di Var­sa­via e Cra­co­via, in occa­sione di un con­ve­gno dedi­cato alla let­te­ra­tura austriaca, ed ero par­tito con un ovvio sen­ti­mento d’imbarazzo, per­ché mi sem­brava peno­sa­mente comico discet­tare di Musil davanti a per­sone che dove­vano misu­rarsi con­cre­ta­mente con la fame e con l’eventualità dei carri armati. Ma il con­ve­gno era invece cul­tu­ral­mente appas­sio­nato e festo­sa­mente ospi­tale; gli stu­denti pone­vano domande sulla tec­nica nar­ra­tiva di Sch­ni­tz­ler e i col­le­ghi discu­te­vano l’interpretazione delCava­liere della rosa di Hof­mann­sthal o della lirica espres­sio­ni­sta. Gli invi­tati, pro­ve­nienti come me dall’Italia o per lo più dall’Austria o dalla Jugo­sla­via, pote­vano facil­mente dimen­ti­carsi che, fra una seduta del con­ve­gno e l’altra, i loro ospiti si reca­vano nei loro comi­tati di lotta per orga­niz­zare il vet­to­va­glia­mento e l’assistenza medica nel caso si fosse decisa l’occupazione dell’università, che essi par­te­ci­pa­vano alle riu­nioni sin­da­cali e si pre­pa­ra­vano mate­rial­mente alla pos­si­bi­lità di un tra­gico scontro.

Que­sta grande ombra non offu­scava la pia­ce­vole cor­dia­lità dell’incontro. I caffè di Cra­co­via erano acco­glienti nella loro ama­bile tran­quil­lità absbur­gica; i discorsi, che certo ver­te­vano sulla ten­sione del momento e sulla con­ti­nua attesa di noti­zie che pote­vano essere deci­sive, diva­ga­vano pre­sto sulle curio­sità sto­ri­che e arti­sti­che dell’una e dell’altra città, indul­ge­vano allo scherzo e alla bona­ria pia­ce­vo­lezza, alla grande arte del ridere.


Col­piva l’assenza di enfasi con la quale i nostri amici erano pronti a met­tere in gioco tutta la loro esi­stenza, spe­rando di non doverlo fare. Una gio­vane gior­na­li­sta del quo­ti­diano “Zycie Warszawy” diceva che, il giorno pre­ce­dente, le era bale­nato per un attimo il pen­siero di fug­gire col primo aereo, ma poi, dopo aver rac­con­tato l’intervista fatta a Walesa qual­che ora prima, pas­sava a descri­vere alle­gra­mente un sog­giorno e un ser­vi­zio in Giap­pone. Pen­savo che, al loro posto, sarei stato incep­pato dal timore o ecci­tato da un’esaltazione mono­ma­niaca. La lezione che ci veniva da quel corag­gio non deri­vava sol­tanto dalla dispo­ni­bi­lità a rischiare, ma soprat­tutto dall’amore per la con­sue­tu­dine e per l’armonia d’ogni giorno che tra­pe­lava in que­gli uomini e in quelle donne, capaci ma non certo desi­de­rosi di affron­tare il caos, l’avvenimento ecce­zio­nale. Noi dimen­ti­chiamo spesso quest’amore della fami­lia­rità quo­ti­diana, la capa­cità di sen­tirsi appa­gati e felici della ripe­ti­zione sem­pre nuova, di ciò che rende incan­te­vole lo scor­rere del tempo: guar­dare, pas­seg­giare, costruire, leg­gere, met­tersi a tavola fra volti cari, par­lare, incon­trarsi, amare, essere amici. Chi ha tutto que­sto è un pri­vi­le­giato e deve sapere di esserlo, dev’essere con­sa­pe­vole che la sua feli­cità è que­sto fluire, con­sueto e nor­male ma sem­pre nuovo, delle ore d’ogni giorno. Chi ha una più grande capa­cità d’amare sa rinun­ciare a que­sto suo bene per lot­tare affin­ché lo rice­vano gli altri, che ne sono pri­vati da avver­sità natu­rali o sociali; l’agire del rivo­lu­zio­na­rio, come quello del cri­stiano, è la gene­ro­sità di chi, a malin­cuore, sacri­fica la gio­iosa armo­nia della sua esi­stenza e affronta il disor­dine per amore degli altri, esclusi da quell’armonia.

Quest’amore, capace di rinun­ciare al pia­cere di vivere, ma non certo asce­ti­ca­mente com­pia­ciuto bensì ram­ma­ri­cato di tale rinun­cia, non ha nulla in comune con quella sma­niosa inet­ti­tu­dine alla gioia e all’appagamento quo­ti­diano che spinge tante anime scon­tente e meschine a cer­care il disor­dine per amore del disor­dine, a tro­var con­forto nell’eccezionale e nel dram­ma­tico, ad ecci­tarsi per ogni ten­sione e per ogni disa­stro, pic­colo o grande, che diano loro l’illusione di reci­tare un ruolo esaltante.

La vita, in Occi­dente, è spesso dro­gata da quest’impotente infan­ti­li­smo, che pro­duce fal­li­menti pub­blici e pri­vati. A que­sta dif­fusa incon­si­stenza i drammi e i fer­menti che hanno luogo nei paesi comu­ni­sti con­trap­pon­gono una grande lezione di realtà e verità, di umiltà; una col­lega di Var­sa­via mi rac­con­tava che, dopo uno scio­pero all’università, gli stu­denti, che vi ave­vano par­te­ci­pato, le ave­vano chie­sto di ripren­dere subito il con­sueto semi­na­rio di letteratura.

Lunedì 30 marzo io mi augu­ravo, come tutti, un esito paci­fico di quel con­flitto, ma mi ren­devo conto di augu­rar­melo spinto anzi­tutto dal mio pic­colo inte­resse per­so­nale, dal desi­de­rio che tutto resti sostan­zial­mente com’è, che non si alteri con nes­suna scossa vio­lenta quell’equilibrio dal quale anch’io traggo un mode­sto tor­na­conto, i rap­porti e gli scambi con i col­le­ghi, i con­ve­gni ed i viaggi…

Nelle mie rea­zioni istin­tive espri­mevo, come tutti, l’Occidente, che s’allieta di ogni dif­fi­coltà dei regimi comu­ni­sti, pur­ché essa rimanga con­te­nuta in modo da non mutare nulla. Sedevo accanto ai miei amici, ma di lì a pochi giorni sarei par­tito; non con­di­vi­devo, nei punti essen­ziali del vivere e del soprav­vi­vere, il loro destino. L’ironia della sto­ria intrec­cia que­ste vici­nanze e scava que­ste lon­ta­nanze; la tra­gica sto­ria della Polo­nia è sol­cata da tale ironia.

C’è forse anche un volto polacco, un’espressione del viso segnata, come da rughe, dalle vicende di que­sto destino. E’ il volto di certi vec­chi, per esem­pio di un vec­chietto impas­si­bile e can­zo­na­to­rio che suo­nava un com­pli­cato tam­buro al Mer­cato dei Tes­suti di Cra­co­via: un volto com­po­sto di riguar­dosa malin­co­nia e indif­fe­rente deri­sione, come la maschera dei grandi comici. La fami­lia­rità con le cata­strofi ha pro­dotto que­sto viso. E’ anche il viso di Poldy Beck, che ha con­den­sato nel suo Libro dei fischi, una spe­cie di paro­di­stico trat­tato in versi sull’arte di fischiare, la sua fuga senza fine da un disa­stro all’altro, dallo sfa­celo dell’impero absbur­gico al nazi­smo allo sta­li­ni­smo. Serio e imper­tur­ba­bile, Poldy Beck – ebreo austriaco che vive a Lodz, fra la casa e il caffè – è un nar­ra­tore di bar­zel­lette di pro­fes­sione, che lascia cadere pez­zetti della Sto­ria come cenere dal sigaro. “S’immagini” mi diceva, “un gio­vane cri­tico ha par­lato d’impegno poli­tico a pro­po­sito delLibro dei fischi; l’unica poli­tica che m’interessa è quella dello struzzo.”


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