
Mi permetto di fare un piccolo/grande passo indietro, negli anni ’70, quando qualche architetto radicale tentò di ‘rompere’ con l’anonimo stile transnazionale proponendo un qualcosa di maggiormente “comunicativo” (lo stesso concetto alla base delle performances calicesi), come Ugo La Pietra, che tentò portando colti elementi formali dall’interno verso l’esterno degli edifici. Perché questa citazione? Mi è fluita spontanea quando Franz Paludetto mi ha parlato dell’evento organizzato al ‘Bricco’: deviare l’asse visivo, la percezione dell’osservatore sugli edifici, utilizzando l’arte di Enzo Gagliardino. Gli spazi di relazione che dominano le sue opere, le campiture piene ed i mattoni, il loro alternarsi su involucri di facciate, le superfici interrotte da lunghi ‘tagli’ di ciminiere e grandi vetrate o da piccoli ‘tagli’ di finestre ‘nuvolose’, i ritmi di piani e vuoti, le percezioni visive orizzontali e verticali, l’attenzione bidimensionale allo spazio esterno, daranno ancor più sensazioni di chiusura e costrizione se a loro volta chiuse e costrette affiancate ossessivamente in un ambiente ristretto. Violenta percezione di contrapposizione tra esteriorità ed interiorità? Soglia di dialogo tra interno ed esterno? Limite di difesa forse permeabile o soffocante chiusura a qualsiasi trasparenza? Comunque un ulteriore tassello per scoprire o riscoprire l’Artista, il Curatore e Calice Ligure, dove non c’è il mare”.
CLAUDIO ALMANZI