
Nel corso della sua produzione Caproni utilizza sempre più spesso una metrica spezzata, esclamativa che ben rappresenta
Rappresenta la realtà sfuggente che il poeta percepisce. La forma delle sue opere è senz’altro una forma classica del sonetto dove egli spezza la regolarità e il ritmo. Nell’ultima fase della sua produzione egli insisterà sulla inadeguatezza del linguaggio per rappresentare la realtà.
Da subito notiamo le suggestioni che gli derivano dalla lettura di Montale e Sbarbaro, “artefici” e ispiratori della sua via ligure e in parte del suo esordio con “Come un’allegoria” del 1936. Non c’è ancora l’ecologia a permeare queste prime liriche del Caproni, dedicata a una ragazza amata e perduta come anche, in parte, Ballo a Fontanigorda del 1938. Fa la sua prima comparsa il motivo del mare, che si accompagna alla femminilità e sembra ricondurre a quella tematica sulla natura che sarà tipica del Giorgio Caproni più maturo.
In “versicoli quasi ecologici”, lirica postuma , tratta dalla raccolta Res amissa (vale a dire, la cosa perduta), il poeta già ottantenne sembra suggerirci che tra le cose perdute, di cui sente terribilmente la mancanza, c’è senza dubbio quello stretto delicato rispettoso rapporto tra uomo e natura vivente che, tutto sommato, era presente ai tempi della sua giovinezza. A “cosa perduta” Il tema principale della lirica, che esalta la natura come una “res” in pericolo per colpa della stoltezza umana, e come tale perduta nel senso più profonda, perduta come concetto e come valore, perduta come modo di vivere.
Ecologia e natura come protagonista: una delle prime odi alla natura in quanto sé è questa poesia di Giorgio Caproni, autore che per primo capovolge il binomio natura uomo ponendo l’ultimo sullo sfondo e la prima protagnista.
Lo stravolgimento dell’equilibrio ecologico ci sta regalando un clima impazzito (con punte record di caldo e piogge alluvionali in questi giorni) e ricadute economiche, che se fanno lievitare il PIL non portano alcun benessere ai cittadini. Per Caproni la specie umana è la sola in grado di rendersi nociva a sé stessa e alle altre specie vegetali e animali. Belli e significativi i versi: L’amore finisce dove finisce l’erba e l’acqua muore. Ci fanno pensare a quanto già aveva notato negli anni ’30, profeticamente, Pierre Drieu La Rochelle: “Quando l’uomo naturale non esiste più, presto si disgrega anche l’uomo sociale”.
Di rilievo il monito finale del poeta: Come potrebbe tornare a essere bella, scomparso l’uomo, la terra.
E’ vero.
L’uomo può distruggere se stesso, ma, attenzione: la natura, per vivere, non ha bisogno dell’uomo.