Mediterranews

Salviamo l’ “ATLANTIDE SALENTINA”: Stop al mega fotovoltaico che minaccia di distruggere l’importante sito protostorico degli “Anelli di Arneo” e la via romana Traiana Sallentina

Gentilissimi,
mi sta molto a cuore informare tutti con urgenza in merito al pericolo imminente di assurda distruzione di un vasto sito di comprovata valenza archeologica (con evidenti testimonianze di insediamenti riferibili almeno all’Età del bronzo e all’Età del ferro), nonché tra i più iconici misteriosi e interessanti del territorio italiano pugliese e salentino: si tratta dell’ormai famoso sito dei grandi enigmatici Anelli concentrici di Arneo, che hanno il loro fulcro nel territorio di Masseria Maramonti, estendendosi poi ulteriormente nell’area circostante comprendente la Masseria con chiesetta di Santa Chiara, ecc.

Siamo nell’immediato entroterra di Torre Lapillo in Feudo di Nardò e nei pressi del borgo di Boncore, nella vasta contrada salentina di Arneo.

In queste ultime settimane tutta l’area di Masseria Maramonti ha visto da parte del Consiglio dei Ministri l’approvazione scandalosa di un mega impianto fotovoltaico

a realizzarsi proprio lì con tutte le sue ulteriori infrastrutture di supporto; si è decretato in maniera pazzesca “esito positivo” alla Valutazione di Impatto ambientale dell’impianto:

vedi https://va.mite.gov.it/it-IT/Oggetti/Info/8639 .

Una approvazione che ha de facto ignorato tutte le certificate valenze archeologiche del sito nonché delle antiche strade che conducono ad esso, confermate persino dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, nonché dalla Soprintendenza speciale per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (ufficio di livello dirigenziale generale straordinario del Ministero della Cultura Ministero per i Beni Culturali) che scrive in avversione al progetto:

L’intervento in oggetto si inserisce all’interno di un comprensorio territoriale caratterizzato da un patrimonio archeologico denso e diffuso per il quale i dati noti da bibliografia costituiscono solo una parte di un quadro più ampio di testimonianze materiali riconducibili a diverse epoche storiche, soprattutto all’età protostorica e con continuità di vita in età messapica romana e medioevale, dato non comune nel territorio Salentino ed evidentemente legato alla lunga durata della viabilità antica. (…)

Il parco fotovoltaico impatta notevolmente sulla lettura del paesaggio della strada provinciale SP 359 qualificata come strada panoramica dal Piano Paesaggistico Territoriale Regionale PPTR“, per un impatto che colpirebbe anche il paesaggio della prossima tutelata area del Parco di Porto Cesareo.

(Nel virgolettato sopra estratti dal documento con cui la Soprintendenza speciale per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza PNRR del Ministero della Cultura ha espresso nel 2023 “parere negativo” al progetto industriale fotovoltaico lì a Masseria Maramonti utilizzando la istruttoria redatta dalla locale Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio competente territorialmente; vedi: https://va.mite.gov.it/File/Documento/891250).

Una breve cronistoria

La nascita del grande interesse scientifico-archeologico per questo luogo si data intorno all’ottobre del 2012 quando degli amici mi informarono che qualcuno aveva pubblicato sul sito web Panoramio in riferimento a quella zona le immagini satellitari/aeree che si potevano osservare in Internet grazie a Google Earth e altri siti che permettono l’esplorazione del territorio dall’alto.

Ebbene, apparivano lì, e appaiono tutt’ora, dei grandi anelli concentrici, o meglio dire iscritti uno nell’altro, assai circolari al centro e che assumono via via forme meno circolari anche con una sorta di angoli, anelli non percepibili lì a livello del suolo, ma ben visibili e leggibili dall’alto. L’area da essi occupata ha un asse maggiore superiore ai due chilometri.

Il centro del primo anello dista dalla linea di costa, il seno sabbioso di Torre Lapillo, poco più di 2 km; esso ha un diametro medio di circa 100 m e presentava in quelle immagini quasi come delle aperture, una o due, dei passaggi si direbbe. Il titolo dell’immagine era “Gli Anelli di Arneo”.

Il contrasto cromatico di questi anelli aumenta nelle stagioni dell’anno più fresche e piovose, e diminuisce durante la stagione secca, come ho potuto verificare osservando immagini satellitari dello stesso sito tratte in mesi e anni differenti; si tratta dei cosiddetti in archeologia crop-marks e soil-marks, segni che sono visibili nei grandi seminativi per una diversa colorazione del suolo (soil) e ancor più per una diversa crescita della vegetazione (crop) concomitante ad una differente profondità del suolo adatto alla crescita vegetale. Lì gli anelli nei crop-marks appaiono di colori più chiari, mentre appaiono scuri/verdi gli spazi intermedi tra di essi e il cuore del primo anello, agorà del misterioso complesso.

Comunicai allora nell’ottobre del 2012 la presenza di quel fenomeno su Facebook con un mio post invitando tutti a dare il loro contributo per spiegare quello strano ed entusiasmante fenomeno. Ne nacque una interessante e partecipatissima discussione su Facebook per cercare di svelare il mistero di quei suggestivi grandi segni cromatici.

Divenne allora quella singolare formazione che non aveva uguali nella Penisola salentina, l’ “Occhio del Salento”, come il famoso”Occhio del Sahara”

quest’ultimo una struttura assai più vasta ma comunque sempre ad anelli concentrici in vista dall’alto.

Fermo restando che un tale sito andava subito vincolato per la sua unicità e iconicità, quale che fosse la natura di quel fenomeno da approfondire, geologica-naturale quindi un geosito o antropica-archeologica ergo un sito archeologico o entrambe le cose (un geosito che per alcune sue peculiarità aveva attratto antichi stanziamenti umani proprio lì?),
si dibatteva con entusiasmo tra varie ipotesi.
Tra queste: domi geologici di varia genesi naturale e successiva erosione, impatti da meteoriti, segni dell’epicentro di un mega-terremoto, carsismo (dolina o altro), oppure antichi villaggi fortificati, forse cresciuti nel tempo nei secoli e millenni, forse villaggi fortificati assediati con contro-fortificazioni, sacri henge megalitici, necropoli, suggestioni con il mitico labirinto sovente rappresentato da un simbolo a circonferenze concentriche o con la mitica città di Atlantide anch’essa proprio strutturata ad anelli circolari via via più grandi aventi il medesimo centro, grandi recinti per la transumanza, antiche trappole per grandi animali, il perduto accampamento di Annibale con le sue truppe al tempo della Seconda Guerra Punica, stanziamento temporaneo del celebre condottiero punico di cui si favella ancora in quella parte del Salento, ecc. ecc.

Trascorsero gli anni e pensai che in quel territorio, dopo tanto clamore sui social, ci si fosse mossi per approfondire lo studio di cotanto mistero e soprattutto per tutelare quei luoghi.

Nel mese di settembre del 2019 tornai a interessarmi di quella questione e mi accorsi con stupore che era invece caduta nel dimenticatoio, nessuno in realtà aveva approfondito più di tanto. Decisi allora che era giunto il momento di recarmi lì per la prima volta personalmente, dalla mia città relativamente distante, che è Maglie. Giungere lì per cercare di comprendere quell’enigma senza demandare più ad altri.

In Europa nei grandi seminativi i crop-marks circolari si sono dimostrati correlati sovente a insediamenti neolitici (i cosiddetti “fossati circolari”); in area murgiana pugliese e materana sono stati scoperti e studiati diversi villaggi neolitici detti trincerati in quanto cinti da fossati scavati nella calcarenite o nei diversi substrati geologici presenti. Nei seminativi del foggiano crop-marks circolari individuati dall’alto con aerei hanno fatto scoprire insediamenti neolitici.
Crop-marks circolari possono essere associati anche a sacri henge anelli di terrapieni e fossati talvolta correlati a monumenti megalitici, o a villaggi protostorici o anche dell’Età del ferro.
Nel sito degli anelli di Arneo alcuni tratti cromatici paiono proprio come fossero delle trincee curve, sebbene oggi lì sia tutto in piano e anche le città messapiche come ad esempio quella di Manduria poco distante avevano fossati scavati in tal caso nella roccia calcarenitica.

Sulla base di tutte queste suggestioni mi son detto: se le ipotesi archeologiche sono fondate allora dovrei trovare del materiale archeologico in superficie come frammenti di ceramiche antiche, sebbene in gran parte maciullate dai mezzi agricoli trattandosi di un vasto seminativo, altrimenti non troverò nulla.
Così il 21 settembre 2019 giunto sul posto da solo nel tardo pomeriggio in auto riesco dalla via vicinale “Feudo d’Arneo” che lambisce il vasto podere di Masseria Maramonti a guardare il terreno in prossimità del varco di un basso muretto a secco, è quello un punto che in vista dall’alto ricade, parrebbe, tra il secondo e il terzo anello, e subito con grande stupore meraviglia e contentezza riconosco lì tra la terra scura numerosi frammenti proprio di quella ceramica che nei musei salentini viene esposta in relazione a locali civiltà protostoriche, vedo anche il resto di un ansa a rocchetto di un vaso protostorico e frammenti di osso, scatto qualche foto per la segnalazione a quel punto del sito alla competente Sovrintendenza Archeologica.

Una giornata memorabile!

Diventava così suggestivamente quel sito l’ “Atlantide salentina” semplicemente per la similitudine della struttura a più anelli concentrici con la mitica città di Atlantide narrata da Platone.

Su quella strada sterrata dove mi trovavo incontro poi una persona del luogo alla quale mi presento come un appassionato di storia locale ed egli mi racconta gentilmente vari aneddoti del luogo e in più aggiunge che ci trovavamo secondo alcuni studiosi proprio sul percorso della strada romana Traiana Sallentina della quale in alcuni punti lì in zona emergono anche antiche carrarecce, i segni scavati sulla pietra affiorante delle ruote dei carri nei secoli.

Tale passaggio proprio accanto agli anelli centrali di quella via romana e forse già messapica rendeva tutto ancora più interessante.

Nei giorni seguenti approfondì i miei studi sul sito per stilare la mia lunga lettera di segnalazione alla Soprintendenza corredata di numerose immagini.

Appurai in letteratura che effettivamente quella strada era stata individuata da alcuni studiosi come parte del percorso della via romana Traiana Sallentina (vedi: http://www.archeoveglie.eu/via.html).
Il passaggio proprio da quel potenziale antico insediamento della importante arteria stradale romana mi portò ad approfondire anche la pista messapica, semmai quel sito insediativo originariamente più antico avesse continuato ad essere abitato anche in Età del ferro.

Diventava stimolante allora per me approfondire in merito ad una antica città messapica ad oggi sconosciuta nell’ubicazione, quella di Graxa nota dalla numismatica in quanto aveva battuto monete che avevano avuto circolazione.

Vengo così a sapere che un famoso numismatico e archeologo, Domenico Sestini (Firenze, 1750 – Firenze, 1832), già aveva ipotizzato, per le affinità delle monete di Graxa con i tipi tarantini, che quel centro di emissione fosse lungo la costa occidentale salentina dove, commentando una fonte letteraria antica del geografo romano Pomponio Mela (I secolo d.C.), egli ipotizzò la presenza di una città dal nome Graia, quale variante di Graxa. Inoltre tra le zone dove maggiormente si sono ritrovate monete con la legenda “Graxa” vi è proprio la costa del Golfo di Taranto.

Graxa, la Troia salentina in attesa del suo Schliemann che riesca a ritrovarla!

Le monete di Graxa paiono ispirate per i loro simboli da quelle coeve di Oria e di Taranto, (Oria, non lontano da Torre Lapillo, era un centro messapico nell’entroterra da cui passava la romana Via Appia nel tratto tra Taranto e Brindisi); in esse compare anche la conchiglia Capasanta (Pecten jacobaeus) che non solo vive in Mare Mediterraneo ma tanto è presente anche come fossile nelle rocce calcarenitiche della zona di Torre Lapillo, un simbolo che ben sì confà a una città costiera o poco distante dalla costa (paralitoranea).

Non solo, la famosa cosiddetta Mappa di Soleto, una mappa del Salento meridionale del VI-V sec. a.C. incisa su un frammento ceramico (ostrakon), rinvenuta in uno scavo archeologico nella messapica città di Soleto nell’agosto del 2003, sembrerebbe collocare Graxa proprio all’altezza di Torre Lapillo – Porto Cesareo. Il ritrovamento lì di Graxa sarebbe anche una conferma indiretta a sua volta della autenticità della stessa straordinaria Mappa di Soleto.

Altri studiosi avevano ipotizzato la coincidenza di Arneo, data anche l’assonanza, con una colonia romana in terra salentina, di cui ci riferì lo scrittore romano Frontino nel I sec. d.C., chiamata “ager Varnus”, da cui l’ipotesi che la città corrispondente si chiamasse Varna o forse Varia; ma anche di questa città, se fosse esistita, non si sono trovate ad oggi testimonianze.

La frequentazione romana di quelle coste è ben testimoniata da numerosi reperti resti di relitti e dei loro carichi, come colonne in marmo cipollino, sarcofagi litici, statue egizie trasportate in Italia forse frutto di spoliazioni dopo la conquista romana dell’Egitto, ecc.

L’umanista salentino Antonio de Ferrariis (Galatone, 1444 – Lecce, 1517), detto “il Galateo”, ricorda che un borgo nella zona di Porto Cesareo fu distrutto, si diceva, dai Gallipolini per gelosia e prevaricazione, ma di esso non si è trovata attestazione archeologica ad oggi. Ma Porto Cesareo è praticamente prossimo a Torre Lapillo. Nei pressi del sito qui in oggetto vi è poi la località dall’evocativo toponimo “Case Arse”, nonché una contrada detta dell’ “Uomo morto”. Alla periferia di Veglie in direzione l’area in oggetto troviamo contrada “Li Greci”, nome suggestivo che ci richiama Graia, forse solo per coincidenza nelle circonvoluzioni della storia.

La zona costiera lì era fortemente paludosa, è ipotizzabile per questo che un eventuale città fosse nell’immediato entroterra, una posizione paralitoranea.

La via Traiana Sallentina congiungeva importanti centri messapici nell’arco Ionico come Ugento, Alezio, Nardò, Manduria. Ma il tratto Nardò-Manduria è assai più lungo dei tratti tra gli altri centri, possibile che non vi fosse intermedia nessuna città? Possibile che tutto il vasto territorio di Arneo fosse stato lasciato privo di una città da parte dei Messapi?

Inoltre lì sulla costa erano presenti degli antichi scali portuali. Prossimo al sito degli Anelli di Arneo (dai 2 ai 3 km) è quello noto come Scalo di Furno che fu attivo, come documentato dagli scavi archeologici, nell’Età del bronzo con ritrovamento di ceramica della civiltà appenninica (gli Ausoni?) e nell’Età del ferro, pertanto anche poi in seno alla civiltà messapica tanto che si è scoperto lì un sacello dedicato alla dea messapica “Thana”, nome trovato lì inciso su un coccio, (corrispondente a Artemide/Diana o forse ad Atena/Minerva), lì anche resti che attestano il sacrifico di cervi. In sua corrispondenza vi era anche un villaggio che venne fortificato con una robusta fortificazione ad aggere con porta di accesso. Ritrovamenti ceramici hanno documentato continue relazioni con il mondo greco sin a partire dalle culture egeo-micenee. Successivamente in età romana il sito divenne un’importante area portuale.

Ed è ben noto che le importanti città messapiche dell’immediato entroterra avevano poi degli scali commerciali lungo le coste più prossime nei luoghi più adeguati a tal fine, (ad esempio a Santa Maria al Bagno per Nardò, a Gallipoli per Alezio, a Torre San Giovanni per Ugento, a San Gregorio per Vereto, ecc.). Possibile allora che Scalo di Furno non servisse qualche più grande città messapica nell’immediato entroterra?

Mi piace segnalare anche il suggestivo sito costiero di Torre Castiglione (anch’esso poco distante dagli Anelli di Arneo, meno di 5 km), dove pure ho avuto modo di osservare in superficie resti di ceramica locale protostorica.

A Torre Castiglione è noto all’archeologia un insediamento umano del Paleolitico superiore, nonché un abitato fortificato dell’Età del bronzo recente e finale.

Nel territorio di Nardò non manca poi l’attestazione di una presenza umana nel tempo neolitico, si pensi anche solo al famoso sito di Serra Cicora.

Non lontano dal sito degli Anelli di Arneo (a 3 km dal loro centro) e sempre nell’entroterra è stato scoperto su un pianoro sopraelevato, che raggiunga i 70 m s.l.m., in contrada Li Schiavoni, un fortino consistente in un piccolo insediamento messapico fortificato. L’area degli Anelli di Arneo ha una quota più bassa, tra i 29 e i 24 m s.l.m. Quello di Li Schiavoni più precisamente è un sito pluri-stratificato con presenza umana in Età del bronzo e in Età del ferro età arcaica e classica.

La città messapica di Manduria aveva poco distante da sé sempre in un luogo sopraelevato ad una maggiore quota un fortino, quello di contrada Li Castelli, è possibile allora che il fortino messapico di Li Schiavoni facesse riferimento a qualche città messapica poco distante?

Interessante anche il confronto in vista dall’alto con il centro messapico di Muro Tenente nell’entroterra di Brindisi.

Insomma tutta una serie di osservazioni che rendono estremamente stimolante l’approfondimento archeologico dell’insediamento umano nell’area degli Anelli di Arneo. Inseguendo lì anche il miraggio della ricercata città messapica di Graxa (come anche della romana colonia forse soprapposta al sito messapico precedente).

L’amico e studioso Michele Bonfrate, che ringrazio, è riuscito a ritrovarmi con ricerche d’archivio due foto aeree in bianco/nero del sito di Masseria Maramonti e dintorni, una del 1943 e l’altra del 1954, e abbiamo così potuto appurare che tali cerchi, più in generale quei segni che abbiamo chiamato “Anelli di Arneo”, erano già presenti allora, dunque non possono essere frutto di qualche intervento agronomico recente.
Quegli anelli passano lì anche al disotto di stradine e di muri e altre linee di delimitazione di proprietà, ciò a dimostrarne ancora la loro preesistenza.

Tutti questi miei studi sul sito, di cui qui ho esposto solo un breve sunto, li includo nella mia lettera di segnalazione corredata anche di numerose immagini inviata alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Brindisi, Lecce e Taranto in data 27 settembre 2019.

Rendo quindi disponibile alla pubblica consultazione su internet quella mia lettera di segnalazione e studio sul misterioso sito ai links:

-) http://naturalizzazioneditalia.altervista.org/wp-content/uploads/2021/07/Il-Mistero-degli-Anelli-di-Arneo-segnalazione-di-Oreste-Caroppo.pdf

-) https://www.academia.edu/49580671/IL_MISTERO_DEGLI_ANELLI_DI_ARNEO_segnalazione_di_Oreste_Caroppo

In data 1 ottobre 2019 ricevo via mail la risposta dalla Soprintendenza che mi ringrazia per la segnalazione, nonché “per la sollecitudine e l’attenzione al nostro patrimonio”, e mi informa che quella vasta area era nota ai loro atti d’archivio per la presenza di piccoli insediamenti legati allo sfruttamento agro-pastorale delle risorse naturali, ma che erano stati in gran parte cancellati dalle attività agricole del secolo scorso. Negli archivi in merito a quell’area non emergeva poi nessuno studio o segnalazione su quei segni concentrici che avevo evidenziato alla loro attenzione e che appaiono dalle ortofoto, per l’approfondimento di questi, mi scriveva in quella risposta la Soprintendenza, “sarebbe necessario progettare una complessa attività di ricerca” per appurare la loro origine, se geologica o altro. Concludeva scrivendo che si sarebbe provveduto “a valutare l’opportunità di una perimetrazione come area a rischio archeologico nell’ambito dello strumento urbanistico comunale, attualmente in fase di aggiornamento”.

Il mese di settembre del 2021 i giornali locali danno la terribile notizia da lungo tempo paventabile data l’estensione di quel seminativo e l’orrenda speculazione da Falso ecologismo dei devastanti impianti fotovoltaici collocati non sui tetti di edifici recenti, come sarebbe virtuoso fare, ma al suolo in territorio pugliese: la notizia del progetto di un mega impianto industriale fotovoltaico proprio lì sugli Anelli di Arneo nella vasta estensione del podere di Masseria Maramonti, ben 92 ettari tutti ricadenti come si osserva dall’alto proprio sugli Anelli di Arneo a loro cancellazione!

Non vi indignereste se collocassero sterminate distese di pannelli fotovoltaici sulle famose Linee di Nazca non facendole più vedere dall’alto e devastandole o sull’ “Occhio del Sahara”?!

Vi è una levata di scudi e un moto di dissenso da parte dei sindaci del circondario e anche il consigliere regionale Paolo Pagliaro presenta una interrogazione urgente diretta agli assessori regionali all’ambiente e alla cultura per sapere quali azioni intendano intraprendere per fermare quel progetto in Terra d’Arneo che minaccia un’area di certificata alta valenza archeologica, nonché interferirebbe con la tutela del paesaggio e valorizzazione di altri beni culturali già vincolati presenti nel territorio immediatamente prossimo.
Paradossalmente la certificazione della alta importanza archeologica del sito si deve, veniamo a sapere, alla relazione archeologica, con la carta di rischio archeologico correlata, redatta da una archeologa per conto della stessa ditta dell’impianto di mega fotovoltaico!

La relazione archeologica, quella geologica e quella agronomica del progetto fotovoltaico a Masseria Maramonti si possono scaricare dal sito ufficiale della Provincia di Lecce
dal link: https://www.provincia.le.it/ver_ine_nardo_srl/

E ringrazio Michele Bonfrate per il suggerimento dei links istituzionali di Provincia e Governo che mi hanno permesso di approfondire le carte del progetto industriale fotovoltaico in questione e l’interlocuzione con gli enti preposti nell’iter per il rilascio delle autorizzazioni, materiale da cui ho potuto estrarre importanti dati sulla vicenda in oggetto.

L’archeologa con grande onestà intellettuale ha indicato tutta l’area del previsto impianto come ad “Alto rischio archeologico”, il grado massimo di rischio!

Durante la perlustrazione che lei ha potuto compiere del vasto sito di proprietà privata ha rilevato in superficie non solamente quei materiali di interesse archeologico che già io avevo osservato in un tratto prospicente alla via vicinale Feudo d’Arneo (area che lei indica nella sua relazione come UT3), ma anche in due altre aree del vasto sito che lei chiama Unità Topografica 1 (UT1) e Unità Topografica 2 (UT2).
I materiali ceramici che ha individuato in queste osservazioni erratiche di superficie li ha riferiti al tempo protostorico, oltre poi naturalmente a materiale archeologico più recente relativo alle attività della nostra civiltà contadina che in Masseria Maramonti, come in Masseria Santa Chiara, ha avuto lì in Arneo uno dei suoi centri più importanti. Per il sito UT3 riferisce il materiale fittile osservato all’Età del bronzo e all’Età del ferro, segno pertanto di una cronologicamente notevole presenza insediativa lì negli Anelli di Arneo non limitata ad un arco temporale ristretto o ad un solo arco temporale. I lavori agricoli hanno probabilmente intaccato strati archeologici presenti in profondità e di età differenti portando in superficie in quelle zone ad un mescolamento di frammenti fittili di diverse epoche. Ci chiediamo allora cosa ha attirato in quello stesso luogo gli uomini nel tempo? Un attrattore naturale e se sì quale dato che si tratta, oggi almeno, di una vasta area pianeggiante paralitoranea? Una continuità insediativa? Un riconoscimento di sacralità?
Nella sua relazione, che data al 2020, l’archeologa fa riferimento bibliografico esplicito anche alla mia lettera di segnalazione studio inviata alla Sovrintendenza del 2019 e che avevo reso disponibile in rete.

La sua relazione pertanto toglie ogni dubbio sulla correlazione di quanto avevo osservato con quel sito, quei materiali non si trovavano lì semplicemente per qualche scarico di terra di riporto da altrove, ma sono diffusi ed emergono in più punti e su più vaste aree proprio lì nell’area degli Anelli di Arneo. Tutto questo già solo da osservazioni di superficie senza alcuna prospezione e senza nessun sondaggio di scavo archeologico. Punta di un iceberg pertanto di quanto si cela al di sotto!

Non dimentichiamo poi che il sito degli Anelli si estende anche tutto attorno alla tenuta di Masseria Maramonti, mentre l’archeologa si è limitata nelle sue perlustrazioni solo al contesto del podere di Masseria Maramonti.

L’archeologa inoltre evidenzia anche l’alto rischio di danneggiamento dei tracciati della possibile strada romana Traiana Salentina in quanto quelle vie vicinali in parte sterrate sono state individuate negli studi precedenti del territorio come il possibile tracciato proprio della via romana Traiana Salentina di cui sopra già abbiamo detto; si tratta di un percorso già attivo in epoca messapica ci informa la Soprintendenza. Lungo il tracciato di questa strada in quella zona si registra, apprendiamo sempre dalla Soprintendenza, anche un’alta densità di insediamenti di tipo agricolo di età romana nonché numerose aree di necropoli come quella di contrada Case Arse (II-III sec. d.C.), a 1,5 km a Nord-Ovest dell’impianto in progetto. Collegabili alla via Sallentina sono, si ritiene, le numerose tracce di carraia rivenute in quell’area, come quelle di località Case d’Arneo a 800 m a Nord-Ovest dall’impianto previsto. Il rischio di danneggiamento si deve al fatto che proprio da quei tratti il progetto dell’impianto industriale di produzione di energia solare (fotovoltaica) prevede il passaggio del cavidotto comportante lo sconquassamento in profondità della strada, con scavi e tagli profondi!

L’archeologa nella sua relazione conferma anche l’esistenza degli anelli in crop-soil marks, che definisce “INSOLITI”, ma non ne sa dare una spiegazione, del resto senza alcun saggio di scavo non è facile pronunciarsi su di essi, e ne demanda la spiegazione al geologo.

Per la relazione archeologica non sono stati fatti dunque approfondimenti con prospezioni geofisiche/archeologiche o saggi di scavo per meglio comprendere quelle anomalie cromatiche tanto singolari; per spiegare se di origine antropica o se, di origine naturale, come quella situazione geologica ha influito nell’accoglienza di quegli insediamenti protostorici e storici.

Sono andato pertanto a leggere anche la pur corposa relazione geologica correlata al progetto ma in essa degli anelli assolutamente non si parla, eppure in vista dall’alto sono così palesi!

Dalla relazione geologica leggiamo che il sito ricade in una zona geologicamente molto giovane nei primi strati del sottosuolo come si apprende dalla Carta Geologica. E’ ubicato sulle prime balze intermedie tra l’area litoranea bassa e paludosa e le colline (serre) retrostanti.

Non si segnalano nella relazione geologica particolari corrugamenti per gli strati rocciosi pleistocenici che lì caratterizzano in superficie la litostratigrafia del sito, immediatamente sotto lo strato di terreno vegetale, (sito praticamente pianeggiante), come immagino dovrebbe essere necessario invece nell’ipotesi di un domo geologico a spiegazione degli anelli.

Pertanto la roccia presente proprio in quella zona degli anelli è una roccia calcarenitica più giovane rispetto a quella che si incontra nelle aree adiacenti, e presumibilmente pertanto anche più facile da scavare.
Il geologo non esclude la possibilità di incappare in cavità ipogee non rilevate, durante eventuali scavi lì.

La relazione geologica evidenzia come il terreno del sito sia quasi pianeggiante con una pendenza dell’ 1%. Inoltre non si segnala la presenza di alcuna evidente dolina carsica in esso, né altri elementi carsici epigei quali sinkhole (“spunnulate” in vernacolo locale”), inghiottitoi, gravi, ecc., né altre forme ed elementi legati alla idrografia superficiale, né elementi di morfologia quali valli carsiche, lame.

Con questi dati si evidenzia come il sito non sia pertanto una grande dolina carsica, cade così una delle ipotesi che erano state avanzate inizialmente nei dibattiti che avevo innescato, quella quindi della dolina carsica, per tentare di spiegare gli Anelli di Arneo.

Il geologo sottolinea la vulnerabilità della importante falda acquifera lì insistente in presenza di impianti di tipo industriale sopra di essa in quel luogo, ciò a causa della grande permeabilità dei suoli e strati rocciosi presenti lì tra l’acquifero e il piano di campagna.

Tale vulnerabilità ulteriormente sottolinea l’inopportunità lì di un tale mega impianto fotovoltaico industriale.

Scopriamo da quella relazione che lì la falda acquifera si colloca a 5 metri dal piano di campagna con oscillazioni stagionali dovute ad eventi meteorici e con una risalita nel periodo invernale.
Questo elemento ci dice pertanto che con opportuni pozzi quello non era e non è un sito sitibondo inadatto alla presenza umana, ma tutt’altro!

Ho visionato anche la relazione agronomico-pedologica allegata sempre al progetto, sviluppata questa da un dottore agronomo. Neppure in essa si fa alcun accenno alla presenza degli anelli concentrici di cui invece parla come presenti e “insoliti” la relazione archeologica, non se ne da pertanto alcuna spiegazione. In essa è tutto un denigrare lo stato dei luoghi semplicemente perché i muretti a secco sarebbero in rovina, mentre ad avviso di quel tecnico la ditta del mega impianto fotovoltaico rifacendo i muretti a secco e piantando qualche arbusto andrebbe a migliorare addirittura il luogo … No comment!

Se uno vuole migliorare i luoghi, pianta qualche arbusto, rifà i muretti a secco, ma non ci mette una industria di mega-fotovoltaico al posto di terreni agricoli e soprattutto poi archeologici!

La relazione agronomica si limita a rilevare quegli elementi della civiltà contadina Masseria, pozzi, cisterne, muretti a secco, ecc.
Tutto un complesso di testimonianze della civiltà contadina che anche esse verrebbero fortemente compromesse dalla realizzazione di un tale mega impianto industriale.

Inoltre la civiltà contadina in quell’area ha il valore aggiunto della correlazione storica con le lotte contadine per il possesso della terra contro il latifondo che lì si svolsero nel dopoguerra del secondo conflitto mondiale del ‘900, e oggi la predazione fotovoltaica del paesaggio vanifica persino la prioritaria destinazione agricola di quel territorio.
Ma tutto questo si aggiunge, come possiamo ben comprendere nel caso specifico, molto molto di più in termini di danneggiamento della nostra storia più antica.

La criticità archeologica per il sito e per le antiche strade interessate nonché paesaggistica per l’intero territorio circostante era stata fortemente sottolineata anche dalla Soprintendenza speciale per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza del Ministero della Cultura che aveva espresso parere negativo alla compatibilità ambientale del progetto nell’agosto del 2023

vedi: https://va.mite.gov.it/File/Documento/891250

In conclusione:

Fondamentale pertanto ora un interessamento di tutti gli enti preposti, comuni del circondario (Porto Cesareo, Leverano, Veglie), il Comune di Nardò in primis nel cui feudo ricade Masseria Maramonti, l’Ente del prossimo Parco di Porto Cesareo, la Soprintendenza, Provincia di Lecce, Regione Puglia, Ministero per i Beni Culturali, associazioni del territorio interessate alla tutela dei beni ambientali, paesaggistici e culturali, comuni cittadini, cultori e accademici, per la apposizione dei vincoli estesi, (ancora mancanti data la relativamente giovane segnalazione alla Soprintendenza, nel 2019, del sito archeologico degli Anelli di Arneo), su tutta la vasta area degli Anelli di Arneo come insolito fenomeno geologico/antropologico, da approfondire con ulteriori studi e scavi archeologici nella sua genesi, nonché sui tracciati della possibile via romana Traiana Sallentina affinché non siano compromessi da scassi con mezzi meccanici per il passaggio di cavidotti o altra rete infrastrutturale, (incluse ciclovie che dovessero essere progettate inadeguatamente), ma tutelati anche paesaggisticamente con muretti a secco, staccionate in legno, senza impianti di illuminazione dai design hi-tech anacronistici, né manti di asfalto o cemento.

Importante anche a tal fine, per guadagnare tempo, presentare al più presto e nei tempi il ricorso al Presidente della Repubblica contro la folle approvazione da parte del Consiglio dei Ministri nel mese di febbraio del 2024 dello scandaloso mega impianto fotovoltaico di Masseria Maramonti che cancellerebbe e danneggerebbe tutto questo patrimonio per lasciar posto a ettari ed ettari di pannelli fotovoltaici, cemento, metallo e cavi elettrici, nonché innumerevoli operazioni di pesante scavo.

Ma ovviamente tutte le vie legali, politiche e civiche sono da percorrersi per fermare cotanto scempio inaccettabile inammissibile intollerabile!

La profanazione si nutrirebbe di omertà se restassimo tutti zitti. Io dico No!

Il vasto sito deve essere ora vincolato con massima urgenza!

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