Un piano industriale per l’Italia e per l’Europa

Il contesto economico europeo è oggi particolarmente complesso. La maggiore economia UE, quella tedesca, è in recessione da due anni, con incidenze negative su tutti i territori che sono parte delle stesse catene del valore, a cominciare dal Nord-Italia. Il contesto geopolitico difficile, tra guerra in Ucraina e Medio Oriente, il ripensare la difesa europea (proprio in questi giorni la Commissione ha presentato il suo Piano ReArm Europe), i dazi Usa, la crisi dell’auto (con la Commissione che finalmente ha iniziato a rivedere quelle norme ideologiche che stanno rischiando di far sparire il settore la Continente) e l’aumento dei costi energetici stanno mettendo a dura prova l’industria
europea.
In questo quadro, la produzione industriale italiana è in calo da 25 mesi consecutivi.
L’epicentro della crisi è nel settore automobilistico: da febbraio a dicembre 2024, la produzione di vetture è stata pari a 295mila unità, in calo del 42% rispetto al periodo precedente. Per trovare numeri inferiori si deve tornare al 1956, quando si produssero 280mila unità. Ma la crisi dell’industria non si ferma al settore automobilistico. Male
anche altri settori, come i macchinari, che registrano un calo del 30% sul 2023. Il calo complessivo nel 2024, è stato del 3,5%. Nonostante il Pil italiano abbia recuperato il livello pre-Covid già nel 2023, il valore aggiunto industriale rimane ancora sotto del 2,9% rispetto al 2019.
Questa crisi rischia di non essere congiunturale, ma di configurarsi come un declino strutturale dell’industria in Italia e in Europa, con il suo epicentro nell’industria tedesca.
La figura sotto riportata (Banca Mondiale) fotografa il calo della quota manifatturiera (costruzioni escluse) sul Pil UE. Siamo passati dal 20% di Pil del 1991 al 14,6% del 2023.
Per l’Italia, da poco più del 20% al 15%, mentre la Germania da oltre il 25% al 18,6%. La Cina è stabilmente sopra il 25% e gli USA, che hanno vissuto un analogo calo, stanno invertendo la rotta, re-importando parte della produzione esternalizzata in altri Paesi.
Sono i nostri principali competitori strategici e stanno investendo in modo massiccio in innovazione, ricerca e sostegno alle imprese anche con un uso massiccio di aiuti di Stato. Il divario tra gli Stati Uniti e l’UE in termini di Pil è passato dal 17% nel 2002 al 30% nel 2023. La causa principale di questa situazione è la minore produttività nell’UE, che porta a una crescita più lenta dei redditi e a una domanda interna più debole.
L’Europa sconta ritardi importanti in termini di produttività, soprattutto rispetto agli Stati Uniti, riflettendo, da un lato, una minore diffusione di tecnologie ICT tra le aziende e, dall’altro, una minore intensità di investimenti in R&S da parte delle imprese (1,5% del Pil per le imprese europee versus 2,8% del Pil per le imprese statunitensi, media 2021-2022, fonte Eurostat).
L’aumento dei prezzi dell’energia sta indebolendo il nostro tessuto produttivo, soprattutto nei settori energivori, come acciaio, cemento, ceramica, carta, chimica (di base e verde) e farmaceutico, penalizzando le PMI che rappresentano una componente importante del nostro tessuto produttivo. A gennaio 2025, l’energia elettrica in Italia costa 139 euro mwh in media, da 88 a febbraio 2024, con un rincaro del 57,9% in circa un
anno. In Germania, 108 euro a dicembre, Francia 98, Spagna 111, Usa 61 euro mwh. L’economia italiana, negli ultimi anni, ha mostrato un’evoluzione migliore rispetto alla crescita media dell’area euro, di Francia e Germania. Una spinta importante è venuta dai buoni risultati ottenuti sui mercati internazionali: l’Italia ha realizzato il record di export a 626 miliardi di euro, diventando la quarta economia esportatrice al mondo, con particolare distinzione delle PMI italiane che ne hanno realizzato più della metà. Tutto ciò conferma che l’Italia è un attore industriale capace di produrre ed esportare quasi di tutto. Il Made in Italy è un enorme patrimonio industriale da tutelare e su cui continuare ad investire.
Il tessuto industriale italiano ha saputo far leva sulla presenza di filiere ramificate a livello locale e su una diversificazione produttiva elevata e crescente. La nostra industria, pur soffrendo, ha resistito, con un valore aggiunto per occupato più alto che in Germania, Francia e Spagna, sia nelle piccole imprese che nelle medie e grandi imprese.
I ritorni degli investimenti in sostenibilità e in tecnologia sono rilevanti. Le imprese manifatturiere con impianti in fonti di energia rinnovabile nel quadriennio 2019-2022 sono riuscite a superare meglio di altre la crisi energetica, mostrando una maggiore tenuta della propria redditività su livelli elevati. Nello stesso periodo, le imprese con investimenti 4.0 hanno registrato una crescita del fatturato doppia rispetto alle altre (+32,5% vs
+16,6%) e, al contempo, un balzo della produttività, con il valore aggiunto per addetto salito di +13.000 euro (vs +5.000 per le altre). Nonostante questi progressi, ci sono ampi i margini di miglioramento per il nostro tessuto
economico. La stagnazione tedesca, i conflitti e le tensioni geopolitiche, i possibili dazi USA, minacciano di trascinare l’intero continente in recessione. Il ritmo del progresso scientifico e tecnologico impone una visione strategica per lo sviluppo economico, per riforme semplificatorie, che rendano l’UE più efficiente, veloce e competitiva una rinnovata attenzione alla crescita e all’economia reale. Per recuperare il terreno perduto
con Stati Uniti e Cina serve una rinnovata attenzione alla crescita e all’economia reale e il rilancio di produttività e innovazione. Diventa vitale invertire il trend negativo, perché l’industria è il motore che genera innovazione, produttività, occupazione con miglioramento dei salari. La competitività dell’Europa si basa fortemente sulla sua
industria, che genera 32 milioni di lavoratori diretti e rappresenta il 65% delle attività di ricerca e innovazione. In pratica, tutti i fattori che decidono lo sviluppo e la crescita passano dal motore industriale.
E non vi è dubbio che il rilancio della nostra economia passa attraverso il rafforzamento del Mercato Unico Europeo: dobbiamo ridurre le frammentazioni ancora esistenti ed eliminare gli ostacoli, specie nei servizi, garantendo condizioni di parità tra Paesi membri.




