
Cinquanta anni. Mezzo secolo. È il tempo che ci separa da quella giornata del novembre 1975 in cui centinaia di migliaia di marocchini partirono pacificamente verso il Sahara per affermare, senza armi e senza violenza, l’unità del loro Paese. Oggi, a distanza di mezzo secolo dalla Marcia Verde, è giusto e doveroso tracciare un bilancio. Molti dei giovani che allora camminarono tra sabbia e speranza oggi hanno i capelli grigi, ma lo spirito che li animò è rimasto intatto: la convinzione che il Marocco sia una sola nazione, indivisibile, e che la sua forza risieda nell’unità, nella pace e nella stabilità.
In questi cinquant’anni il Paese è profondamente cambiato. Dall’unico grande movimento di unità nazionale mai realizzato in Africa in modo pacifico e senza spargimento di sangue, è nata una nuova stagione di sviluppo, di crescita e di modernità. Ma c’è un elemento che è rimasto costante, saldo come una roccia nel deserto: l’istituto monarchico.
Tra il Re e il Popolo marocchino è sempre esistita una sintonia naturale, un patto di fiducia reciproca che pochi Paesi al mondo possono vantare. Forse solo il Regno Unito, con la sua lunga tradizione monarchica, può essere paragonato al Marocco per stabilità e continuità istituzionale. Il Sovrano marocchino, infatti, non è solo il garante della Costituzione, ma, potremmo dire, è anche il garante del popolo. Una figura che rappresenta l’unità nazionale e che, pur rispettando la libertà del dibattito politico e delle scelte democratiche, rimane un punto di riferimento morale e identitario per tutti.
Sotto la guida della Monarchia, le province meridionali – un tempo spazi desertici e marginali – si sono trasformate in giardini nel deserto, simbolo di rinascita e di ingegno umano. Questa metamorfosi richiama la tradizione dell’Andalusia, con i suoi giardini e le sue oasi di civiltà e bellezza nel cuore dell’aridità. Oggi, dove un tempo si estendevano terre spoglie e dimenticate, sorgono città moderne, porti, università, infrastrutture e centri culturali. È una trasformazione che testimonia non solo lo sviluppo economico, ma anche una profonda visione politica e sociale, fondata sull’autonomia, sulla partecipazione e sulla coesione.
Già vent’anni fa, nel novembre 2005, in un convegno a Pavia intitolato “Due popoli, un solo cammino”, sostenni che l’autonomia era la via principale per risolvere la questione del Sahara. Oggi, a distanza di due decenni, questa intuizione è diventata una realtà riconosciuta a livello internazionale. La proposta marocchina di autonomia avanzata è considerata dalle principali cancellerie mondiali come la soluzione più seria, credibile e pragmatica per garantire stabilità e sviluppo nella regione. È un modello che rispetta le identità locali ma rafforza al tempo stesso l’unità nazionale, in linea con i valori di convivenza e progresso che la Marcia Verde aveva prefigurato.
Eppure, guardando all’Europa e in particolare all’Italia, non si può non provare un certo rammarico. L’Italia – Paese che meglio di altri conosce il valore dell’autonomia – mostra ancora oggi una posizione ambigua e miope nei confronti del Marocco. È un atteggiamento che affonda le sue radici nella politica energetica degli anni Sessanta, quando Roma, sostenendo l’indipendenza algerina, si legò mani e piedi a una dipendenza energetica che dura tuttora. Una scelta strategica che la stessa Francia, negli anni successivi, ha saputo superare, liberandosi da quel “cappio energetico” e rafforzando invece la sua presenza economica e politica nel Maghreb.
L’Italia, al contrario, è rimasta prigioniera dei propri errori. Non ha compreso – o non ha voluto comprendere – che il Marocco rappresenta la porta dell’Africa, un ponte naturale tra Mediterraneo e Sahel, tra Europa e mondo arabo. Invece di costruire un partenariato strategico duraturo con Rabat, Roma si è spesso rifugiata in una politica del “non decidere”, oscillando tra esitazione e disinteresse.
È un atteggiamento tanto più incomprensibile se si pensa che proprio l’Italia, nel dopoguerra, affrontò e risolse le proprie tensioni interne grazie al modello delle Regioni autonome, nate prima ancora della Costituzione repubblicana. La Sicilia e il Trentino-Alto Adige, esempi di autonomie forti all’interno di un quadro unitario, avrebbero dovuto insegnarci quanto la flessibilità istituzionale possa essere una risorsa di stabilità. Eppure, quando si tratta di riconoscere la validità dell’autonomia proposta dal Marocco per il Sahara, il nostro Paese preferisce restare neutrale, come se la prudenza diplomatica fosse un valore in sé.
La verità è che l’Italia ha pagato, e continua a pagare, il prezzo delle sue scelte mancate. Dopo l’appoggio all’indipendenza algerina, la Francia – in un gioco di equilibri geopolitici – spinse Roma fuori dalla Libia, privandola di uno dei suoi principali canali di influenza nel Nord Africa. Da allora, il nostro Paese si trova in una posizione marginale, privo di una strategia chiara nel Mediterraneo allargato. E intanto, il Marocco ha consolidato il proprio ruolo di nazione guida nel Nord Africa, un modello di stabilità, di apertura economica e di dialogo interculturale che molti guardano con ammirazione.
Cinquant’anni dopo la Marcia Verde, il Marocco è riuscito a coniugare tradizione e modernità, radici e futuro. Ha saputo trasformare un atto simbolico di unità nazionale in un progetto di sviluppo duraturo. Ha costruito un’economia diversificata, attratto investimenti internazionali, promosso le energie rinnovabili e rafforzato la propria identità culturale. E soprattutto, ha mantenuto la coesione interna, grazie a una Monarchia che ha saputo rinnovarsi, rimanendo sempre vicina al popolo.
Rimane una lezione per tutti, Italia compresa: la stabilità, la crescita e la pace non si conquistano con le armi, ma con la visione, la fiducia e il coraggio di costruire insieme. La Marcia Verde non fu solo un evento storico; fu il simbolo di un modo diverso di affermare i diritti e la dignità di una nazione. Fu la dimostrazione che il consenso e la determinazione di un popolo possono muovere le dune del deserto e cambiare la storia.
Oggi, a cinquant’anni da quella marcia, il Marocco non è più solo un Paese del Maghreb: è una nazione ponte, un interlocutore indispensabile per l’Europa e per l’Africa, un esempio di stabilità e visione strategica. E mentre i protagonisti di allora guardano con orgoglio al cammino compiuto, le nuove generazioni raccolgono il testimone di quella sfida pacifica, consapevoli che il futuro del Regno è scritto nella continuità del suo spirito unitario.
La Marcia Verde, mezzo secolo dopo, non è solo un ricordo: è un’idea che continua a camminare