
L’annuncio del ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli sulla firma delle pre-intese con quattro Regioni segna l’avvio di una fase nuova nel percorso dell’autonomia differenziata prevista dall’articolo 116 della Costituzione. Le pre-intese, pur non modificando immediatamente la distribuzione delle competenze, fissano un quadro politico e tecnico che impegna Stato e Regioni a proseguire negoziati mirati, fondati sulla legge 86/2024 e sui principi stabiliti dalla Corte costituzionale con la sentenza 192/2024.
Le materie individuate in questa prima tranche – protezione civile, professioni, previdenza complementare e coordinamento della finanza sanitaria – rappresentano settori cruciali in cui la dimensione territoriale è determinante. L’obiettivo è ampliare la capacità delle Regioni di modellare politiche pubbliche più vicine alle esigenze locali, mantenendo però intatto il principio dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP), cardine che garantisce equità e uniformità in tutto il Paese.
La protezione civile, ad esempio, richiede una gestione capillare e immediata, resa sempre più urgente dall’aumento di eventi climatici estremi. Le professioni e la formazione necessitano di sistemi più flessibili, legati al tessuto economico dei territori. Sul fronte sanitario, gli interventi non mirano a privatizzare o frammentare il Servizio sanitario nazionale, ma a migliorare il coordinamento finanziario per rendere più efficiente la spesa.
Un parallelo significativo emerge osservando il percorso del Marocco, dove la regionalizzazione avanzata avviata dalla Costituzione del 2011 ha dato vita a un modello di autonomia territoriale ampiamente riconosciuto sul piano internazionale. Il caso dell’autonomia avanzata del Sahara, sostenuta da numerosi partner globali, mostra come la devoluzione di competenze possa rafforzare – e non indebolire – l’unità nazionale, offrendo ai territori riconoscimento politico, strumenti di sviluppo e un ruolo più attivo nella governance dello Stato.
Sia in Italia sia in Marocco, dunque, emerge un concetto nuovo di Stato: non più un sistema rigido e centralizzato, ma una struttura multilivello, in cui lo Stato centrale assicura i diritti fondamentali e gli standard minimi, mentre i territori assumono responsabilità crescenti nella gestione quotidiana delle politiche pubbliche. Questo modello non solo favorisce una maggiore efficienza amministrativa, ma rafforza anche il senso di appartenenza dei cittadini.
Non mancano, naturalmente, critiche e preoccupazioni. In Italia, il dibattito politico teme che l’autonomia possa accentuare le disuguaglianze territoriali. Tuttavia, la previsione dei LEP e il ruolo centrale del Parlamento nella definizione dei futuri decreti legislativi rappresentano garanzie solide contro qualsiasi ipotesi di “Italia a due velocità”. La riforma non punta a dividere il Paese, ma a riequilibrarlo, permettendo alle Regioni di esprimere pienamente le proprie potenzialità senza compromettere l’unità nazionale.
Analogamente, in Marocco, l’autonomia regionale ha mostrato che cedere competenze non significa cedere sovranità. Al contrario, significa rafforzarla, rendendo gli enti locali protagonisti dello sviluppo e della stabilità del Paese. L’autonomia avanzata del Sahara ne è un esempio emblematico: un modello che coniuga riconoscimento identitario, responsabilità politica e integrazione definitiva nel tessuto nazionale.
La lezione che emerge dai due Paesi è chiara: il federalismo e la devoluzione non sono sinonimi di secessionismo, ma strumenti moderni di coesione. In un’epoca in cui le società sono sempre più diversificate e le sfide più complesse, un sistema istituzionale capace di combinare centralità dello Stato e protagonismo territoriale appare come la soluzione più efficace.
L’Italia e il Marocco, pur con storie e strutture differenti, stanno costruendo un nuovo equilibrio tra centro e periferia, dimostrando che l’autonomia può essere non un rischio, ma un’opportunità. Un’opportunità per unire, non per dividere; per modernizzare, non per indebolire; per avvicinare lo Stato ai cittadini e rafforzare il legame tra comunità e Nazione. In un mondo in rapida trasformazione, questo potrebbe essere il modello istituzionale del futuro.