Paramonov, il diplomatico del dialogo: nel nome della storia per ricucire il filo tra Italia e Russia

L’intervista rilasciata all’Agenzia di stampa russa RIA Novosti dall’Ambasciatore della Federazione Russa in Italia, Alexey Paramonov, merita un’analisi attenta, non soltanto per il contenuto politico espresso, ma anche per la figura di chi la firma. Paramonov non è nuovo in Italia: è stato Console Generale della Federazione Russa a Milano dal 2008 al 2013, in una città che – ed è bene ricordarlo – vanta il maggior numero di consolati al mondo dopo New York. Milano rappresenta un crocevia economico, culturale e diplomatico di primaria importanza, e quell’esperienza ha certamente contribuito a formare la sua conoscenza profonda del nostro Paese.
Per quel poco che ebbi modo di frequentarlo in quegli anni, posso descriverlo come una persona di cultura, attenta alla diplomazia culturale intesa come ponte verso la diplomazia sociale ed economica. Conservo un ottimo ricordo delle attività svolte durante il suo mandato milanese: iniziative culturali, momenti di dialogo tra istituzioni, incontri capaci di costruire relazioni al di là delle contingenze politiche. Proprio per questo, ora che mi accingo ad analizzare la sua intervista – la prima analisi da quando è tornato in Italia in qualità di Ambasciatore – ritengo giusto e professionale premettere la mia impressione sull’uomo Paramonov.
Appartiene a una scuola di alta diplomazia. È un uomo del dialogo, un diplomatico “vecchio stile” nel senso più nobile del termine: sa quando parlare e quando tacere, conosce il peso delle parole e il valore dei silenzi. In una fase così complessa delle relazioni italo-russe, la sua nomina appare come una scelta ponderata. Non è un profilo improvvisato né un comunicatore aggressivo, ma un rappresentante abituato a muoversi nelle pieghe della storia e della cultura.
L’intervista si inserisce in un momento delicatissimo. La guerra in Ucraina ha segnato profondamente i rapporti tra Mosca e le capitali europee, Roma compresa. Paramonov descrive una relazione bilaterale impoverita, “sterilizzata”, pur formalmente ancora in piedi attraverso ambasciate, rappresentanze commerciali e istituti culturali. Il suo giudizio sulle scelte europee è netto e riflette la posizione ufficiale russa; tuttavia, nel suo discorso emerge anche la costante distinzione tra governi e società civile, tra livello politico e livello umano. È una distinzione che non appare casuale.
Sul tema degli aiuti italiani all’Ucraina, l’Ambasciatore utilizza un linguaggio critico, evidenziando i costi economici e sottolineando le tensioni interne al dibattito politico italiano. Allo stesso tempo, ribadisce che la Russia non intende interferire nei processi politici italiani, pur restando disponibile al dialogo con tutte le forze interessate. È una posizione che combina fermezza e apertura, critica e disponibilità.
Particolarmente significativo è il passaggio relativo alle dichiarazioni della Premier Giorgia Meloni sulla necessità di riaprire un dialogo con Mosca. Paramonov richiama il proverbio italiano “Dal dire al fare c’è di mezzo il mare”, evidenziando la distanza tra parole e iniziative concrete. Il messaggio è chiaro: i canali diplomatici esistono e, qualora vi fosse volontà politica, potrebbero essere attivati. È una formula che lascia intravedere uno spazio potenziale, pur nella rigidità del quadro attuale.
Dove l’Ambasciatore sembra muoversi con maggiore naturalezza è sul terreno culturale. L’elenco degli artisti russi che hanno partecipato a eventi in Italia – musicisti, cantanti, direttori d’orchestra, pittori – dimostra la volontà di mantenere viva una relazione che affonda le radici in secoli di scambi. Non mancano, però, le critiche alle cancellazioni e alle pressioni politiche che hanno coinvolto figure di primo piano del mondo culturale russo. In questo ambito, la cultura diventa non soltanto espressione artistica, ma terreno simbolico di confronto.
Anche sul piano dei viaggi e dei rapporti turistici emerge una lettura doppia: da un lato le difficoltà oggettive – voli sospesi, procedure di visto più complesse, problemi nei pagamenti – dall’altro il riconoscimento di un’Italia che, nella sua dimensione popolare, continua a guardare con simpatia ai visitatori russi. Ancora una volta, si ribadisce la separazione tra apparati statali e società civile.
In questo quadro, ritengo che Paramonov possa essere la persona giusta per riallacciare le relazioni italo-russe quando si giungerà a una stabilizzazione della crisi ucraina. Non si tratta di un’affermazione politica, ma di una considerazione personale maturata dall’osservazione del suo percorso e del suo stile. La diplomazia, soprattutto nei momenti di frattura, richiede figure capaci di custodire la memoria dei rapporti e di preparare il terreno per il futuro.
Quest’anno ricorrono i 230 anni dalla morte di Caterina la Grande. È un anniversario che invita alla riflessione storica. Caterina si ispirò a Beccaria, volle alla sua corte architetti come Giacomo Quarenghi, protesse la Compagnia di Gesù quando altre nazioni la sopprimevano. Fu una sovrana che guardò all’Europa e all’Italia con attenzione culturale e politica insieme. Richiamare la sua figura non significa indulgere nella nostalgia, ma ricordare che i rapporti tra Russia e Italia hanno conosciuto stagioni di intensa fertilità intellettuale.
Forse proprio nel nome di Caterina la Grande questo potrebbe essere l’anno simbolico per iniziare a riallacciare la trama culturale delle nostre Nazioni, al di là delle contrapposizioni del presente. La cultura non sostituisce la politica, ma può preparare il terreno per una nuova stagione di dialogo.
Le considerazioni qui espresse sono personali. Nascono dall’esperienza, dalla memoria e dalla convinzione che, anche nei momenti più difficili, la storia lunga dei rapporti tra Italia e Russia non possa essere cancellata da una fase – per quanto drammatica – della politica internazionale.
