
Ci fu un periodo della mia vita, prima di entrare nella scuola “Stella Più Bella”, in cui l’insegnamento occupava praticamente ogni spazio della mia routine. Tenevo lezioni dalla prima classe della scuola secondaria di primo grado fino all’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado e, contemporaneamente, lavoravo anche come tutor in un corso universitario a distanza. In alcune settimane superavo le quaranta ore di lezione.
Era una routine intensa, esigente, faticosa. Una routine nella quale, molte volte, l’insegnante impara a gestire il tempo, i contenuti, la programmazione, le valutazioni, le scadenze e, soprattutto, la propria stanchezza. Fu proprio in questo contesto che una scena apparentemente banale rimase impressa nella mia memoria.
Ero in classe, stavo scrivendo alla lavagna una spiegazione. Alcuni alunni, con insistenza, facevano domande, richiamavano la mia attenzione e cercavano un’interazione su questioni che, in quel momento, mi sembravano assolutamente irrilevanti. Ero stanca. E, di fronte alla loro insistenza, semplicemente li ignorai. Rimasi in silenzio, continuai a scrivere e non risposi.
Non ci fu una grande discussione. Non ci fu una situazione che potesse essere considerata, oggettivamente, grave. La lezione continuò. Il contenuto fu spiegato. Il programma fu rispettato. Avrei potuto chiudere quell’episodio lì. Dopotutto, ero considerata una buona insegnante: esigente, impegnata, responsabile. Preparavo le mie lezioni, padroneggiavo i contenuti, adempivo ai miei doveri e cercavo di esercitare la mia professione con serietà. Dal punto di vista strettamente professionale, forse quell’episodio avrebbe potuto essere facilmente compreso come conseguenza di una routine estenuante.
Ma non finì lì. Più tardi, durante l’esame di coscienza, quell’atteggiamento tornò alla mia memoria e mi inquietò. Non perché avessi commesso una grande mancanza, ma proprio perché mi resi conto di quanto sia facile trasformare ciò che è straordinario in qualcosa di ordinario. Quanto sia facile, nella vita quotidiana, smettere di percepire la grandezza di ciò che facciamo proprio perché lo facciamo molte volte. Quanto sia facile entrare nell’automatismo.
Quell’esperienza mi fece pensare che forse uno dei più grandi pericoli della vita del docente non sia la stanchezza in sé, ma ciò che la stanchezza può produrre in noi: la perdita della coscienza della missione. L’insegnante stanco vuole solo finire la lezione. Vuole portare a termine la programmazione. Vuole concludere il contenuto. Vuole correggere le attività. Vuole arrivare alla fine della giornata. E non c’è nulla di illegittimo in questo. Siamo umani, abbiamo limiti e ci stanchiamo.
Il problema inizia quando l’adempimento dei compiti prende il posto della consapevolezza che, davanti a noi, ci sono persone. C’è un’anima davanti a noi. C’è un’intelligenza che deve essere formata. C’è una persona che, in quel preciso momento, forse non sta semplicemente facendo una domanda scomoda, ma sta cercando, anche in modo goffo, una relazione, una risposta, un’attenzione.
Fu in quell’episodio – apparentemente insignificante – che iniziai a comprendere qualcosa che oggi considero fondamentale: ciò che facciamo, spesso in modo inconscio, deve tornare a essere reso cosciente. L’insegnamento non può ridursi alla ripetizione competente di procedure. Non basta preparare una buona lezione, padroneggiare i contenuti, utilizzare buone strategie didattiche e realizzare adeguatamente ciò che è stato pianificato. Tutto questo è necessario. L’eccellenza accademica è necessaria. La competenza professionale è necessaria. Ma esiste qualcosa di anteriore e di più profondo: è necessario ricordare continuamente perché facciamo ciò che facciamo.
Per un insegnante della scuola “Stella Più Bella”, questa domanda assume una dimensione ancora più grande. Insegnare non è soltanto una professione. È una vocazione che ci pone ogni giorno davanti alla possibilità di cooperare alla formazione di una persona. E, proprio per questo, l’aula può diventare un luogo di riparazione.
“Riparare” non significa soltanto correggere ciò che è stato fatto in modo inadeguato. Riparare significa anche offrire, attraverso la nostra azione, ciò che forse è mancato. Significa ricostruire, ordinare, elevare, restituire alla conoscenza la sua capacità di condurre l’uomo alla verità e, attraverso essa, alla contemplazione di ciò che è più grande di lui stesso.
È in questo senso che comprendo oggi la mia esperienza nel collegio “Stella Più Bella”. C’è qualcosa di profondamente significativo nel riconoscere che Dio ci permette di tornare, in qualche modo, a luoghi interiori nei quali un giorno abbiamo riconosciuto le nostre insufficienze. L’esperienza che ho vissuto in precedenza come insegnante non è scomparsa. È diventata memoria, coscienza e, in un certo senso, possibilità di riparazione.
Oggi, operando in una proposta educativa che comprende l’educazione come un’opera di formazione integrale, trovo nuove possibilità di rispondere a quella inquietudine che un giorno nacque da una situazione così semplice. Posso riparare attraverso l’eccellenza con cui insegno. Posso riparare attraverso la serietà con cui preparo una lezione. Posso riparare nel modo in cui tratto uno studente. Posso riparare quando mi impegno affinché la conoscenza non rimanga frammentata, isolata in discipline che non dialogano tra loro, ma sia compresa nella sua unità e nella sua capacità di trascendere l’immediato. Posso riparare, perfino, quando riconosco che l’eccellenza accademica non è un fine in sé, ma una forma concreta di amare colui al quale insegno.
L’unità del sapere, in questo senso, non è soltanto una questione “curricolare”. È anche una questione di sguardo. Insegnare nella “Stella Più Bella” significa aiutare lo studente a percepire che la realtà non è divisa in piccoli compartimenti indipendenti. La conoscenza può condurre alla comprensione dell’ordine, della bellezza, della verità e del senso. Ma questa trascendenza non inizia nel curriculum: inizia nella vita.
Prima di presentare il concetto di “verbo”, è necessario incarnarlo. Prima di parlare di virtù, è necessario lottare per viverle. Prima di formare anime alla verità, è necessario permettere che la propria vita sia continuamente formata dalla Verità. È per questo che la riparazione, per chi lavora nello SPB, non può essere ridotta a una metodologia. Deve essere una disposizione interiore. Non si tratta semplicemente di insegnare “in modo diverso”: si tratta di essere diversi, perché la propria vita è configurata a Cristo.
L’educazione che intendiamo offrire non potrà superare ciò che siamo. Possiamo elaborare eccellenti discorsi sulla virtù, sull’eccellenza, sulla verità, sulla bellezza e sull’unità del sapere. Possiamo costruire “curriculum” sofisticati, organizzare percorsi formativi e proporre metodologie. Ma, se tutto questo non è incarnato nella vita di chi educa, corriamo il rischio di trasformare l’educazione in un’estetica di ciò che ancora non abbiamo imparato a vivere.
Per questo considero importante la possibilità che oggi ho di operare anche nella formazione degli insegnanti. Ogni settimana, nel preparare e tenere una formazione, non sto soltanto trasmettendo contenuti. Sono davanti a insegnanti che, come me, vivono la stanchezza, le difficoltà, i limiti e le esigenze concrete della scuola. Insegnanti che hanno anche bisogno di ricordare continuamente perché hanno scelto di educare. Formarli è, dunque, un’estensione della stessa missione del docente. È desiderare che siano, anch’essi, anime riparatrici nel contesto educativo. Anime che non eseguano soltanto una funzione, ma comprendano il significato di ciò che fanno. Anime capaci di riconoscere che, molte volte, un piccolo gesto può portare una grande conseguenza.
Nella vita da docente c’è sempre una nuova America da scoprire. Il contenuto può essere lo stesso, l’aula può sembrare la stessa e la professione può essere la stessa. Ma l’insegnante non è più esattamente lo stesso, e neppure gli studenti. Per questo, dobbiamo insistere. Insistere nella ricerca del sapere, dell’eccellenza, della formazione, dell’unità, della verità e di ciò che è essenziale. E insistere, soprattutto, nella coscienza che educare è una missione.
di Graziele Thainá