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Marocco, tra gioventù e giustizia sociale: la sfida di un Paese in trasformazione

Il Marocco è oggi uno dei Paesi più dinamici e complessi del Mediterraneo. Con una popolazione giovane . il Regno si trova di fronte a una sfida cruciale: trasformare il suo potenziale demografico in una risorsa per la crescita economica e la coesione sociale. Tuttavia, i numeri raccontano anche una realtà più difficile. Secondo i dati della Banca centrale del Marocco, nel secondo trimestre del 2025 il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto il 47%, un livello che riflette la difficoltà del mercato del lavoro di assorbire nuove generazioni istruite ma spesso prive di opportunità concrete.

Sul piano economico, il Paese continua a mantenere una relativa stabilità. Il Prodotto interno lordo si attesta intorno ai 154 miliardi di dollari (fonte: CIA World Factbook), mentre la crescita nel 2024 è stata del 3,2%, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale. Tuttavia, le previsioni per il 2025 indicano una possibile ripresa dell’inflazione, stimata al 2,2%, dopo un 2024 in cui il dato era rimasto contenuto allo 0,9%. Questi elementi mostrano un equilibrio delicato, in cui la crescita economica deve convivere con pressioni inflazionistiche e con l’urgenza di affrontare la disoccupazione e le disuguaglianze territoriali.

È in questo contesto che si è svolta l’apertura della sessione autunnale del Parlamento marocchino, presieduta da Sua Maestà il Re Mohammed VI, un appuntamento istituzionale che, secondo la tradizione del Regno, segna il momento di riflessione e di indirizzo per la politica nazionale.

Il discorso del Sovrano ha avuto toni fermi ma misurati, come da stile della monarchia marocchina. Il Re, nel suo ruolo di garante della Costituzione e dell’unità nazionale, non interviene nel dibattito politico quotidiano, ma esercita una funzione di orientamento e di moral suasion verso le istituzioni. Non esprime pareri politici in senso stretto, ma richiama i parlamentari e il governo alle loro responsabilità, indicando obiettivi e valori guida.

Nel suo intervento, Mohammed VI ha affermato con chiarezza che “non dovrebbe esserci alcuna contraddizione o competizione tra i grandi progetti nazionali e i programmi sociali, purché l’obiettivo sia quello di sviluppare il Paese e migliorare le condizioni di vita dei cittadini”. Una frase che sintetizza la visione del sovrano: modernizzazione e giustizia sociale non sono obiettivi in contrasto, ma due lati della stessa medaglia.

Il Re ha inoltre ribadito la necessità di “incoraggiare le iniziative e le attività economiche locali, offrire opportunità di lavoro ai giovani, promuovere i settori dell’istruzione e della sanità e riqualificare le aree territoriali”, sottolineando come lo sviluppo debba essere diffuso e inclusivo. La giustizia sociale e la lotta alle disparità territoriali, ha ricordato, “non sono semplici slogan né priorità temporanee, ma un orientamento strategico a cui tutti gli attori devono aderire”.

Queste parole assumono un significato particolare se lette nel contesto attuale. Il Marocco, negli ultimi due decenni, ha conosciuto un profondo processo di trasformazione: grandi investimenti infrastrutturali, progetti energetici d’avanguardia — come il complesso solare di Ouarzazate — e politiche di apertura economica che lo hanno reso uno dei principali hub industriali e logistici dell’Africa. Tuttavia, questa crescita non sempre si è tradotta in un miglioramento diffuso del tenore di vita, in particolare nelle aree rurali e periferiche.

Lo stile di governo marocchino si fonda su un equilibrio peculiare tra modernità e tradizione. Il Re è il centro simbolico e istituzionale del sistema, ma il Paese è retto da un parlamento eletto e da un governo responsabile delle politiche pubbliche. Si tratta di una monarchia costituzionale, dove la figura del Sovrano conserva un ruolo politico di indirizzo, ma soprattutto una funzione di garanzia e mediazione. In un contesto regionale spesso instabile, questa struttura ha permesso al Marocco di mantenere una notevole stabilità istituzionale, pur affrontando sfide economiche e sociali complesse.

Negli ultimi anni, la monarchia ha promosso una serie di riforme volte a decentrare il potere amministrativo, rafforzando le regioni e favorendo lo sviluppo locale. Questo processo, tuttavia, è ancora in corso e incontra difficoltà legate alla burocrazia, alla lentezza amministrativa e alla carenza di competenze tecniche nelle aree meno sviluppate. È su questo terreno che si gioca oggi la sfida della giustizia territoriale, tema ricorrente nei discorsi del Sovrano.

Un elemento interessante del modello marocchino è la sua capacità di coniugare autorità e consenso. Mohammed VI ha sempre evitato il linguaggio populista o conflittuale: i suoi interventi sono sobri, più improntati alla riflessione che alla polemica. Questa modalità di comunicazione — ferma ma dolce, come molti osservatori la definiscono — riflette una tradizione politica che privilegia la continuità e la responsabilità condivisa.

Il Re non propone soluzioni tecniche, ma indica direzioni strategiche. In un momento in cui i giovani manifestano crescente impazienza di fronte alla mancanza di lavoro e prospettive, il messaggio reale è anche un invito alla classe politica a rinnovarsi, ad agire con efficienza e trasparenza. “Non accettiamo compromessi sull’efficacia e sul ritorno degli investimenti”, ha ammonito, esortando a combattere tutte le pratiche che sprecano tempo, risorse ed energie.

Questo richiamo alla concretezza rappresenta uno dei tratti distintivi dello stile di governo marocchino. Nonostante la monarchia conservi poteri importanti, il Re si presenta come garante del buon funzionamento delle istituzioni, più che come protagonista diretto della politica. Il suo intervento non è quello di un capo di governo, ma di un arbitro che chiede coerenza e impegno.

In una regione dove instabilità e conflitti sono frequenti, questa formula ha garantito al Marocco una relativa sicurezza e una continuità di sviluppo. Tuttavia, la questione sociale resta il vero banco di prova: un Paese giovane, con forti aspirazioni e un’economia in crescita moderata, rischia di vedere ampliarsi il divario tra generazioni e territori se le riforme non saranno accompagnate da politiche occupazionali efficaci.

Il discorso del Re, dunque, non va letto solo come un atto formale, ma come un monito politico e morale: lo sviluppo non può essere misurato solo in termini di infrastrutture o crescita del PIL, ma nella capacità di migliorare realmente la vita dei cittadini.

In conclusione, il Marocco si trova a un bivio decisivo. Ha gli strumenti, le risorse e una stabilità politica che molti Paesi della regione gli invidiano. Ma ha anche l’urgenza di trasformare la sua gioventù numerosa in capitale umano, la crescita economica in benessere sociale, e la modernità infrastrutturale in equità territoriale.

La sfida lanciata dal Re al Parlamento e al Governo è chiara: costruire un futuro dove lo sviluppo e la giustizia sociale camminino insieme, senza compromessi e senza sprechi. È una sfida che riguarda tutti — istituzioni, imprese, cittadini — e che definirà il volto del Marocco del prossimo decennio.

Marco Baratto

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Marco Baratto

Nato a Milano , Laureato in Legge. Si interessa di storia dei rapporti tra l'Europa e il Mediterraneo.

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