Segrate, Francesco Rizzo dopo i video virali: «Habibi e il suo “agnello”? Non era una sfida: era un attacco frontale alla Sardegna»

«Non chiamatela challenge» avverte Francesco Rizzo, titolare di Cascina Ovi, ristorante sardo a Segrate. Il vulcanico ristoratore, orgogliosamente cagliaritano di nascita, torna sul botta e risposta con Habibi, ristoratore di cucina libanese, in tema di agnello: «È inaccettabile deridere un popolo (il mio popolo) e le sue tradizioni».
I fatti: Habibi pubblica un video, presto virale, nel quale presenta la preparazione di un suo piatto a base di carne ovina. In sovraimpressione, le parole «i sardi non sono in grado», bandiera dei Quattro Mori e montone inclusi. Prima l’esaltazione della sua ricetta, poi il tono canzonatorio, l’orgoglio sardo ridicolizzato e la frase finale: «Non ho trovato questo piatto in nessun ristorante in Sardegna».
Francesco Rizzo risponde con un video almeno altrettanto virale: «È vero: quel piatto non lo proponiamo nei ristoranti dell’isola. Anzi, forse qualcuno in Sardegna potrebbe addirittura associare questo tipo di preparazione a un piatto da convalescenza! E, già che ci siamo, voglio puntualizzare una cosa: quello che Habibi fa vedere sembra montone o forse agnellone. Cose che noi non consideriamo neppure: altro che agnello».
I due video macinano numeri, commenti, reazioni.
Ma per Rizzo il punto è un altro: «Qui non si parla di gusti personali, né solo di ricerca di like. Qui si offende una cultura. E quando si insulta un’identità, l’identità che è anche la mia, non posso far finta di niente. Neppure se il tutto è presentato come scherzo (come avrebbe reagito, a parti invertite, lo stesso Habibi?)».
La replica diventa allora occasione per un affondo più ampio: «C’è un’inflazione galoppante di recensori, influencer e sedicenti esperti. Tutti parlano di cucina. Ma con quali competenze? La misura si vede dalle piccole cose. Per esempio, ho visto e sentito rivendicare come un vanto l’uso di “vera carne”. Davvero siamo arrivati a questo punto?».
Secondo Rizzo, il problema è strutturale: «Se usare ingredienti veri diventa un elemento distintivo significa che abbiamo abbassato l’asticella in maniera preoccupante. Forse irreversibile».
E ancora: «Oggi il racconto gastronomico è dominato da algoritmi, slogan e provocazioni facili. Social e marketing pesano più della storia, della tradizione, della qualità. Più della cultura. Più della salute. Il cibo diventa paradossalmente, in troppi casi, il fattore meno importante».
La conclusione è netta: «Ho risposto per difendere un’idea di cucina e di rispetto. I sardi l’hanno apprezzato. Il problema non è Habibi. Il problema è il mondo che applaude questo modo di raccontare il cibo».
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