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Riforma Agricola: emendamenti Confartigianato Imprese Sardegna e CNA

 

campagnaRIFORMA AGRICOLA, GLI EMENDAMENTI DI CONFARTIGIANATO IMPRESE SARDEGNA E CNA SARDEGNA ALLA PROPOSTA DI LEGGE POPOLARE: PIU’ CHIAREZZA SUL MARCHIO, VALORIZZAZIONE DEL RUOLO DEGLI ARTIGIANI E NO A NUOVI CARROZZONI

Giudizio positivo e ma anche la necessità di alcune sostanziali modifiche per una legge che oltre ad essere oltremodo ambiziosa presenta notevoli margini di miglioramento. Confartigianato Imprese Sardegna e CNA, le più importanti Confederazioni del comparto artigiano, esprimono un parere sostanzialmente positivo sulla proposta di legge di iniziativa popolare che dovrebbe rivoluzionare e modernizzare il sistema agricolo della Sardegna ma con un messaggio molto chiaro: la riforma deve valorizzare maggiormente il fondamentale ruolo strategico delle piccole e medie imprese all’interno della filiera agroalimentare e dei piccoli artigiani, diventati ormai l’ultimo baluardo, insieme agli agricoltori, nei deboli e spopolati territori rurali. Ma soprattutto i distretti non devono essere un pretesto per creare nuovi inutili carrozzoni che complicano la vita ai cittadini e alle imprese.
Gli emendamenti di Confartigianato e Cna alla proposta di legge di iniziativa popolare in materia di agricoltura e sviluppo rurale (agrobiodiversità, marchio collettivo e distretti) sono contenuti in un documento spedito questa mattina a tutti i consiglieri regionali e alla Commissione Agricoltura in Consiglio regionale.

Le associazioni di categoria ritengono il testo unificato della V Commissione migliorabile nelle linee di sostegno alla commercializzazione e promozione dei prodotti alimentari e nella creazione di strumenti utili alle imprese in fatto di marketing e penetrazione dei mercati.

«Il riferimento alle denominazioni europee dovrebbe essere rafforzato ed enfatizzato – si legge nella lettera -. Per presentarsi ai mercati, soprattutto a quelli internazionali, sono oggi indispensabili oltre a requisiti strutturali, anche una serie di altri elementi da cui non si può prescindere. Ma questa parte sembra quasi dimenticata, come se istituire un marchio fosse cosa di per sé sufficiente per presentarsi ai mercati globali, compreso quello interno».


Le due associazioni artigiane chiedono una posizione chiara in merito alla regolamentazione del marchio collettivo di qualità agroalimentare che nel testo non sembra un vero e proprio marchio d’origine, ma introduce elementi di qualità del prodotto sostanzialmente poco chiari.

«Non si comprende se si intenda assumere una posizione rigida sulla provenienza della materia prima oppure se sarà possibile marchiare un prodotto realizzato in Sardegna, ma con materia prima extraregionale», sostengono Cna e Confartigianato, sottolineando che se davvero si intende sostenere l’agricoltura isolana il marchio deve essere attribuito solo a quelle imprese che producono in Sardegna con materia prima sarda. «Chi non segue questa linea può comunque continuare a produrre senza pregiudizio ma non si ritiene corretto possa fregiarsi di un marchio che deve essere soprattutto una tutela dell’origine. Resta inteso – precisano le associazioni – che una certa tolleranza deve essere ammessa. Se così non fosse molti prodotti, pur realizzati con materia prima principalmente isolana, non potrebbero fregiarsi del marchio. «Si tratta – precisano Cna e Confartigianato – di predisporre una norma e dei disciplinari che tengano conto delle reali esigenze di chi il prodotto lo trasforma in ultima istanza. Esigenze che fanno i conti ogni giorno non solo con la effettiva reperibilità di certa materia prima, ma anche dei costi e delle implicazioni che sul piano pratico questo comporta, pur volendo sempre e comunque impiegare ingredienti di origine isolana».
Un altro aspetto che desta parecchi dubbi nelle associazioni artigiane è quello dei distretti il cui scopo e funzionamento – avvertono – non sono chiari e riportano alla mente la fallimentare normativa sui distretti che in passato non ha sostanzialmente portato alcun valore aggiunto al territorio. «Premesso che l’impianto normativo appare già a primo sguardo oltremodo complesso e difficile da rendere sul piano operativo – scrivono Cna e Confartigianato – ci si chiede come si intersechi questa possibile realtà con altri strumenti come i Gal o enti di altra natura pubblica e privata che operano con uno scopo comune. Il rischio è sempre quello di creare ulteriori carrozzoni che anziché semplificare la vita di imprese e cittadini, la complichino senza portare alcun vantaggio reale».

Queste, in sintesi le questioni salienti riportate nella proposta di emendamenti di Cna e Confartigianato:

1) Art. 6 – Commissioni tecnico-scientifiche: non è necessario che siano 2 ma ne sarebbe sufficiente una che si occupi sia del settore vegetale, sia di quello animale;
2) Art. 17 – Direttiva d’attuazione: la Giunta regionale disciplina, con proprie direttive il segno distintivo del marchio e il relativo manuale d’uso ma – a parere delle associazioni artigiane – lo deve fare tra quelli già in proprietà della Regione Autonoma della Sardegna. Sono infatti diversi i marchi per i quali la Regione ha speso ingenti risorse negli ultimi anni (Semenadura, QSardegna ecc…). Alcuni di questi loghi sono molto belli e significativi e non si rileva pertanto la necessità di acquisirne di nuovi con ulteriore dispendio di denaro;
3) Art. 19 – Disciplinari di produzione (comma 3): I disciplinari di produzione non possono essere per loro natura approvati dalla Giunta regionale e pubblicati nel Bollettino ufficiale della Regione perché tale tipologia di documento, la cui stesura è cosa difficilissima da realizzare per difficoltà a trovare una sintesi tra i produttori, talvolta necessita di miglioramenti o di variazioni i cui tempi di attuazione non possono essere quelli della Giunta regionale;
4) Art. 20 – Comitato tecnico-scientifico: è necessario che la trasformazione sia presente all’interno del Comitato con un rappresentante concordemente designato dalle associazioni delle imprese di trasformazione artigiane coinvolte nel processo di filiera maggiormente rappresentative a livello regionale e un rappresentante concordemente designato dalle associazioni delle imprese di trasformazione industriali coinvolte nel processo di filiera maggiormente rappresentative a livello regionale. Pertanto il numero dei rappresentanti della trasformazione passerebbe da uno a due, di cui uno per l’industria e uno per l’artigianato;
5) Art. 22 – Etichettatura: al comma 2 appare inopportuna e pericolosa l’apertura verso l’indicazione del luogo di origine e di provenienza del prodotto e “nel caso di prodotti trasformati, anche del luogo di provenienza delle materie prime utilizzate” se per luogo di provenienza si intende il comune di produzione. Su un simile tentativo, l’Italia è già stata a suo tempo ripresa dall’UE per aver anticipato i tempi della riforma comunitaria in materia di etichettatura dei prodotti alimentari. Piuttosto, considerato che questo è l’orientamento europeo introdotto dal regolamento 1169/2012, potrebbe essere opportuno fare riferimento alle possibilità previste dalla normativa europea e nazionale in fatto di indicazione della provenienza della materia prima. Non si sono inoltre valutate opportunamente forse le implicazioni pratiche di un’etichetta che dà indicazioni molto precise sulla località specifica in cui la materia prima è stata realizzata. Per alcune filiere mancano infatti le quantità (è il caso delle produzioni non continuative e con raccolti stagionali), le varietà e a volte anche le qualità richieste dalle imprese di trasformazione. Non fosse sufficiente, i fenomeni climatici e le continue oscillazioni dei prezzi impongono la frequente variazione degli approvvigionamenti, difficili da tradurre in etichetta. Soprattutto, se si considera che spesso le confezioni vengono stampate in quantità industriali e con una prospettiva di utilizzo per lunghi periodi di tempo. Ciò vale per le imprese di ogni dimensione, comprese quelle artigianali. Non si cada nell’equivoco di pensare che le piccole imprese, quelle al di sotto dei 9 dipendenti (che in Sardegna sono la stragrande maggioranza) si sottraggano a questo discorso. Se oggi si compra un prodotto in una certa zona dell’Isola, domani lo si acquista in un’altra provincia e dopodomani in un’altra ancora, è difficile credere che possa essere sostituita l’etichetta e/o la confezione ad ogni variazione sulla provenienza della materia prima. Se la linea della indicazione della località di provenienza della materia prima dovesse passare, i trasformatori finali dovrebbero predisporre un’ampia varietà di etichette per ciascun prodotto, con costi di tutto rispetto e inevitabili sprechi, con conseguente maggior impatto ambientale e dispendio economico. Per non parlare degli aspetti organizzativi, che imporrebbero un fermo degli impianti di confezionamento ogni volta che cambia l’origine della materia prima. Ci sarebbe a questo punto da chiedersi se tanto “disturbo” valga il vantaggio prospettato, ma soprattutto se i consumatori siano realmente disposti a sostenere i costi di un simile stravolgimento gestionale che, piaccia o no, ricadono sul fruitore ultimo.
6) Art. 24 – Sanzioni amministrative: nel comma 4 dove si stabilisce che le sanzioni amministrative vengono accertate ed irrogate dall’Assessorato regionale dell’agricoltura e riforma agro-pastorale va precisato come e con quale strumento operativo l’Assessorato si attiverebbe in questo senso;
7) Art. 26 e ss.- Distretti: a questo proposito va fatta una seria riflessione sulla reale opportunità della creazione dei distretti e se la formulazione prospettata nella norma sia davvero quella più opportuna.

 

Hamlet

"Amo ricercare, leggere, studiare ogni profilo dell'umanità, ogni avvenimento, perciò mi interesso di notizie e soprattutto come renderle ad un pubblico facilmente raggiungibile come quello della net. Mi piace interagire con gli altri e dare la possibilità ad ognuno di esprimere le proprie potenzialità e fare perchè no, nuove esperienze." Eleonora C.

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