Esteri

Algeria pronta a normalizzare i rapporti con Israele. Per Faiçal Marjani, prima le scuse agli ebrei algerini

"l’Algeria è tenuta innanzitutto a rivedere se stessa, a smantellare la sua rigida struttura mentale e a riconoscere la sua responsabilità per l’ingiustizia storica inflitta ai suoi ebrei, prima di aspirare a qualsiasi riavvicinamento con Israele o con altri paesi che hanno scelto di uscire dal fango delle ideologie calcificate allo spazio degli interessi effettivi."

Il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ha dichiarato che il suo Paese non ha problemi e “potrebbe normalizzare le sue relazioni con Israele”. Di conseguenza, da ieri, nell’ambito dell'”apertura” verso i sostenitori d’Israele, non si usa più il termine “entità sionista” quando i media ufficiali algerini parlano di Israele. Per la prima volta, tutti dicono o scrivono “Israele” o “Stato Ebraico”, come ha dichiarato il presidente Abdelmajid Tebboune in una lunga intervista rilasciata al quotidiano francese “l’opinion” e ripresa da tutti i media algerini.
Una lezione di politica voluta però per chiarire che quando Algeria riconosce il concetto di “due Stati” sui confini del 1967, riconosce sia lo Stato Palestinese che quello Israeliano, su quegli stessi confini. La normalizzazione e lo scambio di ambasciatori sono quindi solo dettagli. Israele è uno Stato membro a pieno titolo delle Nazioni Unite. Secondo degli osservatori, l’Algeria, uno dei paesi più deboli al mondo, che senza credibilità e senza influenza politica, anche verso i paesi vicini deboli come la Libia e il Mali, sostiene una politica insignificante e per niente seria, nei confronti di Israele e non ha nessun effetto sia per Israele o per i palestinesi.
Difendendo gli ebrei, il Presidente dell’organizzazione “Marocco Coexistence” ha un altro pare visto le debolezze strutturali multidimensionali del paese nordafricano e visto che la questione degli ebrei algerini dovrebbe essere affrontata prima di ogni normalizzazione tra Algeria ed Israele. Ecco il testo:
“Le dichiarazioni di Tebboune rivelano un orizzonte strategico ristretto e un’incapacità strutturale di comprendere le profonde trasformazioni intervenute nel panorama geopolitico regionale e internazionale. La divulgazione dell’idea che Israele potrebbe essere interessato a normalizzare le sue relazioni con l’Algeria riflette un’alienazione intellettuale confinata a narrazioni obsolete e un confinamento all’interno della logica dello Stato di redditizio che ritiene che la sua posizione simbolica sia sufficiente per avere un’importanza geopolitica immeritata.
La realtà è che l’Algeria, dal punto di vista degli interessi israeliani e dal punto di vista della visione strategica dell’ebraismo mondiale non rappresenta altro che un oscuro caso storico, in qualità di Stato che ha commesso una delle più grandi espulsioni di massa e pulizie etniche contro gli ebrei nei tempi moderni, confiscarono le loro proprietà, annientarono la loro presenza culturale e praticarono nei loro confronti una politica di sistematica esclusione istituzionale.
La presenza ebraica in Algeria non fu marginale, bensì parte strutturale del tessuto sociale ed economico della regione, estendendosi per molti secoli, dall’epoca romana all’Impero ottomano, fino all’epoca coloniale francese. Ma con lo scoppio della gueriglia d’Indipendenza e l’ascesa del nazionalismo algerino nella sua forma radicale, la comunità ebraica divenne vittima di un sistema di esclusione che non distingueva tra ebrei e francesi e considerava tutti un’estensione del colonialismo.
Dopo l’indipendenza, lo Stato algerino ha avviato un processo di sistematica eradicazione degli ebrei algerini, saccheggiando le loro proprietà e nazionalizzando i loro luoghi di culto, e lo smantellamento completo della loro esistenza sociale, in una palese e profonda violazione di tutti i principi giuridici e delle norme internazionali relative ai diritti delle minoranze e dei popoli indigeni.
Sulla base di questo resoconto storico pieno di ingiustizie, constatiamo che non si può parlare di una possibilità di normalizzazione tra Algeria e Israele senza passare attraverso la fase del riconoscimento pubblico di questi crimini e senza procedere a una revisione radicale della dottrina politica algerina che è stata basatola sulla negazione, sulla falsificazione e sull’ignobile sfruttamento ideologico della causa ebraica.
Di conseguenza, lo Stato algerino è tenuto a presentare delle scuse ufficiali agli ebrei d’Algeria, a rivedere la legislazione che ha legalizzato il sequestro dei loro beni e ad aprire canali di comunicazione reali con i rappresentanti della comunità ebraica all’estero, nell’ambito di un serio approccio conciliatorio basato sui fondamenti della giustizia storica e non su vuote manovre diplomatiche.
Per quanto riguarda gli interessi israeliani, l’Algeria non costituisce un attore influente nell’equazione della normalizzazione, né ha alcun valore strategico che potrebbe rendere prioritarie le sue relazioni con Tel Aviv.
Quindi, da un punto di vista geopolitico, l’Algeria non ha peso nel sistema regionale e rimane uno Stato isolato e autoreferenziale, incapace di realizzare una politica estera razionale ed equilibrata.
Dal punto di vista economico, l’economia algerina soffre di una fragilità strutturale derivante da un modello rendita eroso, che si basa sui ricavi degli idrocarburi senza alcuna capacità di diversificare le sue risorse o sviluppare i suoi settori produttivi.
Dal punto di vista militare, il regime algerino è legato a una dottrina di sicurezza obsoleta, basata sull’ostilità meccanica verso Israele senza possedere alcuna reale capacità di esercitare una qualsiasi influenza sulle equazioni di deterrenza regionale.
Le grandi trasformazioni a cui assiste il sistema internazionale impongono ai paesi di ridefinire i propri interessi, allontanandosi dalla arroganza ideologica e dalle polemiche populiste.
I Paesi arabi che hanno intrapreso il percorso di normalizzazione con Israele non lo hanno fatto in ottemperanza a dettami esterni, come pretende il discorso algerino, ma piuttosto in base a una visione strategica che prevede l’impegno nel sistema tecnologico, economico e di sicurezza israeliano rappresenta una scelta razionale e coerente con i fatti della realtà.
Quanto all’Algeria, ancora prigioniera della mentalità degli anni Sessanta, continua a chiudersi, insistendo nel restare fuori dal contesto della storia, governata da un regime che soffre di povertà intellettuale e di una visione fragile, e si appoggia su un discorso vuoto che non trova più eco nemmeno nell’opinione pubblica locale.
Alla luce del sole, il mondo non aspetta Algeria e Israele non ha bisogno di relazioni con un regime politico privo di legittimità interna e che si affida a slogan vuoti per nascondere la propria incapacità di raggiungere sviluppo e stabilità.
Se il presidente algerino crede di poter negoziare la carta della normalizzazione come strumento di pressione o di ricatto diplomatico, si sta illudendo, perché Israele riconosce solo interessi reali, non polemiche prive di fondamento nella realtà.
Pertanto, l’Algeria è tenuta innanzitutto a rivedere se stessa, a smantellare la sua rigida struttura mentale e a riconoscere la sua responsabilità per l’ingiustizia storica inflitta ai suoi ebrei, prima di aspirare a qualsiasi riavvicinamento con Israele o con altri paesi che hanno scelto di uscire dal fango delle ideologie calcificate allo spazio degli interessi effettivi.”

Yassine Belkassem

Yassine Belkassem, marocchino italiano, già pubblicista con www.stranieriinitalia.it, e Almaghrebiya, attualmente collabora con NotizieGeoplotiche.nete Ajialpress.com testata marocchina. Per Mediterranews cura aggiornamenti dal Marocco e non solo

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