Comunicati Stampa

Cagliari, presentato il progetto Fishing for the Planet

Questa mattina, alle ore 10.30, presso la sede della Lega Navale di Cagliari, si è tenuta la conferenza stampa di presentazione del progetto “Fishing for the Planet”, promosso dall’associazione ASD Blue Life. All’incontro hanno preso parte i rappresentanti delle istituzioni, del mondo universitario, dei corpi d’arma e delle associazioni di settore, che hanno portato il loro contributo e le loro riflessioni sull’importanza di un’azione condivisa per la tutela dell’ambiente marino e delle risorse ittiche.

Simone Mingoia, presidente dell’ASD Blue Life: «Il progetto Fishing for the Planet nasce nel 2021, durante un campionato di pesca. Inizialmente ci siamo dedicati alla mappatura e alla ricerca, poi l’iniziativa si è evoluta nella vera e propria raccolta di nasse e reti abbandonate, grazie alla collaborazione di enti come la Regione Sardegna, i Comuni di Cagliari e Quartu, la Capitaneria, i Carabinieri, la Marina Militare, i pescatori di Isola Rossa, la Federazione FIPSAS e tanti volontari. Lo scorso 18 giugno abbiamo recuperato circa 600 nasse, con l’aiuto dei pescatori di Isola Rossa e insieme a Fabio Previti, Comandante del Nucleo Sommozzatori dei Carabinieri di Cagliari. Un quinto di queste era ancora abitato da polpi e murene: da qui è nata la collaborazione con l’Università di Cagliari. L’operazione ci ha sorpreso per la portata: abbiamo riempito un peschereccio e siamo stati costretti a fermarci, non immaginando un numero così alto. Parliamo di attrezzi costruiti con plastiche molto resistenti: stimiamo che ci siano almeno 5000 nasse da recuperare, che andranno censite, registrate e datate per poi analizzarne l’impatto insieme al professor Cau dell’Università di Cagliari. Il recupero viene effettuato con particolari palloni che consentono di staccare le nasse senza danneggiare la posidonia, un aspetto fondamentale anche per la ricerca universitaria. Nei prossimi tre anni lavoreremo per capire quanta biodiversità viene persa ogni anno e in che misura questo influisca sugli stock ittici. Abbiamo già operato in diverse aree, tra Cagliari e Kala e Moru a Quartu, e quest’estate abbiamo avviato anche laboratori didattici con UP School, che hanno coinvolto tanti bambini: a loro va un ringraziamento speciale».

Alessandro Cau, professore dell’Università di Cagliari – Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente: «Il 18 giugno abbiamo valutato la possibilità di recuperare le attrezzature abbandonate verificando l’impatto di queste operazioni sugli ecosistemi. Gli ambienti marini possono essere estremamente sensibili e, anche con la grande competenza dei sub coinvolti, è difficile intervenire senza alcun effetto. Per questo è fondamentale mappare, realizzare azioni pilota e ricostruire un quadro complessivo anche a partire da pochi frammenti di informazione: sappiamo cosa accade all’inizio e alla fine, ma quello che avviene nel mezzo richiede ancora studio. La nassa, che a prima vista può sembrare meno dannosa della rete, nel lungo periodo genera un impatto ancora più pesante. Abbiamo bisogno di tecnologie subacquee avanzate, per comprendere davvero cosa succede nel tempo. I dati di cui disponiamo oggi sono conservativi e devono essere approfonditi: solo così potremo quantificare meglio il danno e programmare strategie efficaci di tutela».

Marina Campolmi – Servizio Pesca e Acquacoltura Regione Sardegna: «Riteniamo che iniziative come questa siano fondamentali per sensibilizzare tutti: il mare non ha risorse infinite, e la sua tutela passa anche da momenti di confronto e approfondimento come quello odierno. Negli anni, l’Agenzia regionale per la ricerca, con il lavoro di Riccardo Diciotti, Marco Secci e Nicola Fois, ha curato diversi progetti. Già nel 2010 abbiamo realizzato uno studio sulla cosiddetta pesca fantasma, per verificare l’impatto degli attrezzi smarriti sull’ambiente. Abbiamo immerso delle nasse sperimentali per un periodo di tredici mesi, e i risultati sono stati sorprendenti: le nasse continuavano a pescare, e dopo oltre un anno circa il 50% di esse risultava ancora attivo. Si auto-innescavano, catturando polpi, murene e altri organismi che potevano restare intrappolati vivi anche per quasi due mesi. La quantità di pescato trattenuto da queste nasse rappresenta un impatto notevole, pari a circa quattro chilogrammi all’anno per ciascuna, con una stima del 13-14% di pescato “aggiuntivo” rispetto al regolare prelievo. È necessario riflettere insieme, pescatori e istituzioni, sul rispetto delle regole e sulla sostenibilità delle attività di pesca. Già allora Agris aveva ideato dei sistemi di apertura programmata delle nasse, attraverso anodo e catodo e correnti galvaniche, che permettevano agli attrezzi di aprirsi automaticamente dopo 40-45 giorni, liberando gli organismi ancora vivi al loro interno. Si tratta di un impegno importante, che potrebbe essere ripreso e sviluppato oggi, magari attingendo a fondi europei, per rinnovare il mondo della pesca e renderlo sempre più sostenibile. Credo che questa sia un’occasione preziosa per ragionare insieme, con serietà e responsabilità, sul futuro del nostro mare e delle comunità che da esso dipendono».

Fabio Previti, Comandante del Nucleo Sommozzatori dei Carabinieri di Cagliari: «Da anni anche noi lavoriamo in questo ambito: cinque anni fa abbiamo iniziato i primi interventi di recupero di reti e nasse abbandonate a Villasimius e all’Asinara, in siti già censiti grazie alle segnalazioni di chi vive il mare ogni giorno – pescatori, apneisti e chi pratica attività di diving. Il nostro compito è quello di intervenire come “braccio bagnato”, l’organo tecnico che mette a disposizione mezzi e competenze per rimuovere questi attrezzi che, anche se dimenticati, continuano purtroppo a pescare. Di recente abbiamo trovato circa 60 nasse abbandonate, ancora attive: un dato che deve far riflettere. Resta però aperta una questione cruciale: come smaltire queste attrezzature? Servirebbero punti di raccolta dedicati, che oggi non esistono, e spesso siamo costretti a chiedere ai Comuni locali un supporto per il quale non sempre sono preparati. C’è ancora molto da fare, sia sul fronte dei censimenti che su quello operativo, perché in mare non si sa mai cosa si può incontrare: servono sopralluoghi, personale addestrato e tecniche specifiche, come l’uso dei palloni di sollevamento seguiti da sub che possano controllare le operazioni dal fondo. Come Arma stiamo lavorando anche sul fronte della sensibilizzazione, in particolare con i bambini: è fondamentale che le nuove generazioni prendano coscienza dei problemi che affliggono il mare, perché è da loro che deve partire un cambiamento culturale».

Salvatore Sanna – Vicesindaco di Quartu Sant’Elena: «Abbiamo aderito fin da subito alla collaborazione con questo progetto, nella consapevolezza che il problema debba essere osservato e affrontato allargando lo sguardo all’intero Golfo di Cagliari. Altrimenti si rischia di mettere in campo azioni importanti, ma limitate nella loro efficacia. Oggi possiamo registrare un dato significativo: agli estremi del Golfo di Cagliari sono presenti due aree marine protette, Capo Carbonara e Capo Spartivento. In tutta Italia se ne contano una trentina, e sono strumenti fondamentali, perché all’interno di queste aree è stato riscontrato il cosiddetto effetto nursery. Ma il vero vantaggio è che, per fortuna, il mare non conosce confini: le specie non restano confinate all’interno delle aree protette, ma si spostano. A Capo Carbonara, ad esempio, sono state condotte sperimentazioni che hanno dimostrato come pesci provenienti da Villasimius siano stati ritrovati fino alle acque di Tortolì e Arbatax. Per questo, sarebbe opportuno avviare una riflessione condivisa con tutte le istituzioni, per individuare con attenzione le aree marine e pensarle non solo come zone di tutela, ma come veri e propri laboratori di sperimentazione di azioni innovative. Un percorso che può e deve svilupparsi in sinergia, come ricordava anche la dottoressa Campolmi, con il prezioso contributo dell’Università di Cagliari».

Luisa Giua Marassi – Assessora all’Ecologia urbana, Ambiente e Verde pubblico del Comune di Cagliari: «La tutela del mare è tra gli obiettivi primari della nostra amministrazione, e ci stiamo impegnando sotto diversi punti di vista, includendo anche la gestione dei rifiuti marini nell’ambito dell’ecologia urbana. Abbiamo avviato importanti azioni di cooperazione e sensibilizzazione ambientale, chiedendo ai cittadini di contribuire al contrasto della piaga dell’abbandono dei rifiuti, che riguarda sia la terraferma che il mare. “Custodiamo il mare” deve essere il nostro obiettivo comune: sorvegliarlo, tutelarlo e mettere in campo tutte le azioni necessarie per preservarlo. In questo senso, è utile distinguere due tipologie di rifiuti: quelli accidentalmente pescati dai pescatori e quelli raccolti volontariamente durante le iniziative di pulizia. Per i primi, grazie al decreto Salvamare del 2022, il quadro normativo è cambiato: oggi i rifiuti marini recuperati diventano rifiuti solidi urbani da smaltire obbligatoriamente. È quindi fondamentale disporre di aree di smaltimento sicure e procedure chiare, affinché queste azioni non si trasformino in un aggravio economico o burocratico per chi opera in mare. Per i secondi, ovvero i rifiuti raccolti volontariamente, possiamo contare sul prezioso contributo di tante associazioni ambientaliste, come Legambiente Cagliari e molte altre. Invitiamo anche l’associazione Blue Life a far parte di questo coordinamento, contribuendo alla definizione di un protocollo condiviso che stabilisca regole comuni. Chiediamo inoltre alle associazioni un piccolo sforzo aggiuntivo: differenziare i rifiuti raccolti, in particolare plastica e vetro, per alleggerire il carico dello smaltimento. A Cagliari abbiamo già raggiunto un tasso di raccolta differenziata pari al 76%, ma il nostro obiettivo è migliorare ulteriormente, riducendo la percentuale di secco indifferenziato e contenendo i costi. In quest’ottica, abbiamo attivato un tavolo congiunto con l’Autorità portuale e sarà necessario un incontro tecnico per definire al meglio le modalità di recupero di reti, nasse e attrezzature da pesca. Attualmente siamo ancora in regime di vecchio appalto, ma con l’aggiudicazione del nuovo, prevista nei primi mesi del 2026, contiamo di perfezionare il sistema e renderlo più efficace».

Gianni Dessì, Comandante del 4° Nucleo Operatori Subacquei della Guardia Costiera: «Per il nostro Corpo la tutela dell’ambiente e il controllo dell’intera filiera della pesca sono elementi fondamentali, temi sui quali siamo da sempre sensibili e attivi. L’impresa di monitorare e proteggere il mare è titanica, ma proprio per questo cerchiamo di coinvolgere il più possibile tutti coloro che hanno a cuore la salvaguardia dell’ecosistema marino. L’inquinamento derivante dagli attrezzi da pesca abbandonati è un problema impattante e spesso sottovalutato, che comporta rischi e danni non solo ambientali ma anche di sicurezza. Si tratta di argomenti complessi, con molteplici risvolti, che richiedono collaborazione e responsabilità condivisa».

Sandro Curcio, Presidente della Cooperativa Isola Rossa: «Può sembrare che la causa del problema siano i pescatori, ma in realtà siamo proprio noi ad avere il maggiore interesse nella tutela e nella salvaguardia del mare. Quando perdiamo delle attrezzature cerchiamo di segnalarle, ma non sempre è semplice. C’è poi la questione dello smaltimento: spesso veniamo rimproverati dai Comuni quando recuperiamo le attrezzature e le lasciamo sulle banchine, ma chi se ne deve occupare? Molto dipende anche dalla sensibilità dei pescatori stessi, e fortunatamente stiamo trovando sempre più disponibilità e collaborazione tra i nostri colleghi. È un percorso lungo, ma le autorità stanno riconoscendo il nostro impegno. L’obiettivo, d’altronde, è comune: proteggere il mare e garantire un futuro sostenibile per tutti».

Giovanni Baldereschi – Presidente FIPSAS Sardegna: «La nostra Federazione ha il privilegio di essere l’unica riconosciuta ufficialmente dal Ministero dell’Ambiente. Siamo una federazione che nasce per la pesca sportiva e subacquea, ma nel tempo abbiamo imparato a restituire molto in termini di tutela e sensibilizzazione. Ogni anno, in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente del 5 giugno, ci impegniamo anche in Sardegna con iniziative che coinvolgono bambini, volontari e professionisti, raccogliendo grandi quantità di rifiuti dai nostri fondali. Purtroppo, anche tornando regolarmente negli stessi punti, la situazione non cambia: troviamo sempre sporcizia. Negli anni abbiamo recuperato 600 nasse abbandonate all’interno dei porti, decine di batterie che rilasciano acido solforico, televisori, lavatrici, persino grandi teli di plastica che, distendendosi sul fondo, possono coprire aree di dieci metri quadrati soffocando l’ecosistema marino. Si tratta di un progetto a cui teniamo molto, e voglio ringraziare Simone Mingoja perché grazie a iniziative come queste crescono non solo i pescatori, ma tutti i diportisti. Spesso non ci si rende conto che la cultura del rispetto del mare deve cambiare radicalmente: non è solo il pescatore che deve assumersi la responsabilità, ma anche chi, da semplice diportista, getta in acqua una nassa da sotto la barca. Abbiamo fatto grandi passi avanti: oggi siamo arrivati a rilasciare l’80% dei pesci catturati, e non esiste pescatore subacqueo che non torni a riva portando con sé anche dei rifiuti. Questo significa aver costruito una nuova consapevolezza. In queste giornate riceviamo il sostegno della Guardia Costiera e della RAI, che documenta e diffonde le nostre azioni. Inoltre, grazie alla collaborazione con Q8, disponiamo di panni assorbi-oli che possono essere riutilizzati fino a 80 volte per la raccolta di sostanze inquinanti come gasolio e idrocarburi. Un contributo prezioso per la tutela concreta del mare».

Francesco Marongiu, Vice Presidente Lega Navale Italiana – Sezione di Cagliari: «Porto il benvenuto a nome della Lega Navale Italiana e in particolare della sezione di Cagliari. La tavola rotonda di oggi affronta un tema che affligge i nostri mari: l’abbandono di strumenti da pesca che, anche se dismessi, continuano a svolgere un tragico “lavoro di morte” nel tempo. Tra le finalità della Lega Navale Italiana vi è proprio la tutela del mare e dell’ambiente marino. Per questo, quando Simone Mingoia ci ha proposto di ospitare questa iniziativa, abbiamo accolto con entusiasmo l’invito a collaborare».

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