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Il teatro della diplomazia: il Nuovo Ordine avanza

Le parole di Donald Trump sulle scorte di munizioni americane — “possiamo fare la guerra per sempre” — non sono soltanto un’affermazione muscolare da campagna elettorale. Sono il segnale di un cambiamento più profondo. Quando Trump sostiene che gli Stati Uniti dispongono di riserve “praticamente illimitate” di armamenti di livello medio e medio-alto, e che le guerre potrebbero essere combattute “per sempre” con successo, il messaggio non è tanto bellico quanto politico: Washington può permettersi di scegliere quando e come impegnarsi.

L’attacco al suo predecessore Joe Biden — accusato di aver “regalato” centinaia di miliardi di dollari in armi all’Ucraina senza preoccuparsi di rimpiazzarle — rientra nella dinamica interna americana. Tuttavia, al di là dello scontro tra repubblicani e democratici, emerge un dato strategico: l’Ucraina non è più il centro assoluto della proiezione geopolitica statunitense.

Le dichiarazioni ufficiali occidentali continuano a difendere il principio del diritto internazionale violato dall’invasione russa. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito, in un’intervista al Tg5, che la crisi dell’ordine globale è figlia dell’aggressione di Mosca contro Kyiv. Parole nette, coerenti con la linea euro-atlantica.

La risposta dell’ambasciata russa in Italia, che ha accusato l’Occidente di menzogna e doppi standard, si inserisce in un copione altrettanto prevedibile. È lo schema classico: dichiarazione ufficiale, replica diplomatica, polarizzazione mediatica.

Eppure, proprio questa prevedibilità rende il tutto più simile a una rappresentazione per l’opinione pubblica che alla fotografia reale dei rapporti di forza. Le posizioni sono formalmente inconciliabili, ma nella sostanza si percepisce un progressivo raffreddamento dello scontro diretto. Le parole sembrano servire a mantenere coerenza narrativa, mentre le scelte strategiche si muovono su un piano più pragmatico.

In questo contesto assume un significato particolare il ritorno della Russia alla Biennale di Venezia e la partecipazione alle Paralimpiadi. Eventi culturali e sportivi non determinano gli equilibri militari, ma sono indicatori politici: segnalano che l’isolamento totale di Mosca non è più una linea condivisa o sostenibile nel lungo periodo.

Non si tratta di una piena normalizzazione, bensì di una graduale riapertura di spazi. Mentre sul piano retorico si condanna l’aggressione, su quello pratico si ricostruiscono canali. Questo doppio binario suggerisce che la “partita ucraina” venga ormai gestita in modo diverso: non più come una sfida esistenziale da vincere, ma come un conflitto da contenere.

L’idea che l’Ucraina possa riconquistare integralmente i territori occupati appare oggi meno sostenuta nei centri decisionali occidentali rispetto ai primi mesi di guerra. Non esiste un annuncio ufficiale di cambio di strategia, ma l’attenzione mediatica diminuisce, i fondi diventano oggetto di negoziato politico interno e le priorità globali si moltiplicano.

Le parole di Trump, lette in questa prospettiva, non sono la promessa di un’escalation, bensì la rivendicazione di una superiorità che consente di scegliere. È una differenza sottile ma cruciale: non più “dobbiamo vincere a ogni costo”, bensì “possiamo permetterci di aspettare”.

La Russia, dal canto suo, sembra sfruttare le crisi parallele. Le tensioni con l’Iran e l’instabilità mediorientale aprono spazi di manovra. Mosca può rafforzare i rapporti con i Paesi del Golfo — alcuni dei quali gravitano attorno ai BRICS nella formula allargata — e consolidare il proprio ruolo energetico verso la Cina.

L’asse energetico Mosca-Pechino si è rafforzato negli ultimi anni. Se l’Europa ha ridotto drasticamente le importazioni di gas russo, la Cina ne ha assorbito una quota crescente. In prospettiva, la Russia potrebbe diventare uno dei principali fornitori stabili di petrolio e gas per l’Asia orientale, compensando le perdite occidentali.

Parallelamente, i Paesi del Golfo stanno perseguendo una strategia autonoma: dialogano con Washington, mantengono rapporti con Mosca e rafforzano la cooperazione Sud-Sud. La loro crescente influenza testimonia che l’ordine unipolare post-1991 è in fase di trasformazione.

Nel nuovo scenario, l’Europa appare il soggetto più in difficoltà. Divisa internamente e priva di una difesa comune pienamente operativa, fatica a incidere sulle grandi dinamiche. Le dichiarazioni di principio restano ferme, ma la capacità di orientare gli eventi è limitata.

La percezione di marginalità si rafforza di fronte a crisi multiple: Mediterraneo orientale, Nord Africa, tensioni energetiche. L’Unione Europea appare più reattiva che propositiva, spesso allineata alle decisioni di Washington piuttosto che capace di un’autonoma visione strategica.

Anche le Nazioni Unite mostrano i limiti di un sistema costruito sugli equilibri del 1945. Il veto nel Consiglio di Sicurezza paralizza le iniziative più incisive. L’istituzione non è priva di funzioni, ma la sua capacità di prevenire o risolvere conflitti tra grandi potenze è minima.

La conseguenza è una crescente sfiducia nel multilateralismo tradizionale e la nascita di piattaforme alternative, come i BRICS nella versione “Plus”, che includono economie emergenti e produttori di energia.

Ciò che si sta delineando non è una resa formale dell’Occidente, né una vittoria totale della Russia. È piuttosto un riassestamento. Le dichiarazioni pubbliche — di Trump, di Meloni, della diplomazia russa — sembrano rispondere a esigenze interne e narrative. Mantengono le posizioni ufficiali, rassicurano gli elettorati, alimentano il dibattito mediatico.

Ma sotto la superficie si intravede un processo diverso: il progressivo adattamento a un mondo multipolare. La Russia consolida legami in Asia e Africa, i Paesi del Golfo si affermano come poli di stabilità regionale, la Cina rafforza la propria centralità energetica e commerciale. L’Europa fatica a trovare una voce autonoma. Le Nazioni Unite restano spettatrici di un equilibrio che cambia più velocemente delle loro regole.

La guerra in Ucraina non è formalmente finita. Tuttavia, il modo in cui viene raccontata e gestita indica che non è più percepita come decisiva per l’ordine globale. Il vero cambiamento è altrove: nella ridefinizione delle alleanze, nella frammentazione dell’egemonia occidentale, nell’ascesa di nuovi centri di potere.

Non è la fine della storia, ma l’inizio di una nuova fase. E, forse, il teatro delle dichiarazioni serve solo a coprire la silenziosa nascita di un altro equilibrio mondiale.

Marco Baratto

Nato a Milano , Laureato in Legge. Si interessa di storia dei rapporti tra l'Europa e il Mediterraneo.

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