Nel mondo ma non del mondo: elogio della modernità contro l’ipocrisia del ritorno alla natura

Ci sono ricordi che attraversano le generazioni come un filo invisibile: storie di nonni e bisnonni che sono cresciuti in una catapecchia in campagna, nel bosco, senza luce, senza acqua corrente, senza alcun conforto tecnologico. È un passato che oggi alcuni romanticizzano, ma che chi l’ha vissuto sulla pelle ricorda come un tempo duro, fatto di restrizioni, fatica e precarietà. Quando quei nostri nonni e bisnonni, appena ne ebbero la possibilità, corsero ad abitare in case con un bagno funzionante, una lampadina al soffitto, un rubinetto che erogava acqua pulita, non lo fecero tradendo la natura: lo fecero celebrando il sollievo della modernità.
Oggi, invece, assistiamo a un curioso e paradossale fenomeno culturale: un antimodernismo di facciata, spesso brandito da personaggi pubblici e politici che vivono comodamente in case con Wi-Fi, climatizzazione, smartphone e servizi digitali, mentre celebrano un fantomatico “ritorno alla natura”, come se privarsi dell’acqua calda fosse segno di purezza spirituale o elevazione morale. È una distorsione della realtà, e soprattutto un atto di ipocrisia verso chi la vita “naturale” l’ha davvero sperimentata: quella fatta di gelo d’inverno, di malattie non curate, di bambini che morivano per infezioni oggi banali, di donne che partorivano senza assistenza sanitaria, di alimentazione precaria e lavori fisicamente devastanti.
Quanti ottantenni che hanno vissuto quelle privazioni desidererebbero le stesse condizioni per i loro nipoti? La risposta è semplice: pochissimi, forse nessuno. Gli anziani, quando raccontano il passato, non ne parlano come di un eden perduto, ma come di un’epoca di sacrifici, dalla quale la modernità li ha finalmente liberati.
Questo ritorno retorico al “sangue e suolo”, con il mito di una vita contadina presunta pura e incontaminata, è un’eco sbiadita di ideologie degli anni Trenta, quando movimenti nazionalisti e autoritari idealizzavano il contadino come custode delle radici identitarie, contrapposto all’operaio di fabbrica considerato “sradicato”. E tuttavia, già allora, la realtà industriale — con tutti i suoi difetti — aveva portato benessere: salari più stabili, orari definiti, diritti sindacali, accesso a cure mediche, alfabetizzazione diffusa. Era meglio essere operaio in una fabbrica che contadino legato alla stagionalità, ai raccolti instabili, alla servitù della gleba socio-economica. La modernità aveva già dimostrato la sua forza emancipatrice.
Lo stesso vale per la medicina moderna: dimentichiamo facilmente che i vaccini ci hanno liberato da piaghe mortali. Vaiolo, poliomielite, difterite, tetano, morbillo — erano parole che portavano con sé terrore reale, non ansie astratte da social network. Oggi viviamo in appartamenti riscaldati, con frigoriferi, elettrodomestici, domotica, eppure dalla comoda poltrona risorgono discorsi nostalgici sul “buon selvaggio”, come quelli di un certo filosofo settecentesco che, seduto nella sua casa confortevole per i parametri dell’epoca, idealizzava una condizione primitiva che non aveva mai realmente sperimentato.
Non si tratta di essere “a favore” o “contro” la natura. Non si tratta di scegliere tra città e campagna, tra smartphone e passeggiata nel bosco, tra vaccini e tisane. Si tratta di riconoscere la realtà, di non raccontarci bugie ideologiche. La natura può essere un luogo di rigenerazione, di bellezza, di equilibrio psicologico — ma solo perché il mondo moderno ci offre le tutele fondamentali che ce lo permettono: cure mediche, alimentazione sicura, infrastrutture, sicurezza sociale.
Rifiutare il mondo moderno non è solo assurdo: è ingratitudine storica. La modernità non è una forza aliena calata dall’alto: siamo noi. Le tecnologie, le istituzioni, le scoperte scientifiche — sono prodotti della creatività umana, della cooperazione, dello sforzo collettivo. Rinnegare tutto questo significa rinnegare noi stessi.
In questo senso, la riflessione ispirata al Vangelo — “essere nel mondo e del mondo” — assume una valenza che va oltre il concetto teologico. “Essere nel mondo” è accettare la nostra condizione di esseri inseriti nel tessuto della realtà concreta, partecipi della storia, delle relazioni, delle strutture sociali e materiali che definiscono l’esistenza. Significa riconoscere il valore dell’acqua corrente, delle lampadine, della medicina, dell’istruzione, del progresso.
“Essere del mondo”, invece, nel senso teologico, è riconoscere che la nostra identità non si esaurisce nelle logiche immediate del presente, che esiste una dimensione spirituale, morale, consapevole, che ci invita a non essere schiavi del consumismo, del materialismo, della superficialità. Ma ciò non comporta riscoprire la verità nell’assenza del comfort, né ritrovare purezza nella privazione.
La saggezza sta nel bilanciare: godere dei benefici della modernità senza esserne dominati. Utilizzare la tecnologia senza idealizzarla, ma anche senza demonizzarla. Riconoscere che senza energia, acqua potabile, igiene, cure mediche e conoscenza scientifica, la condizione umana ritorna a essere fragile e dolorosa.
Il vero progresso consiste nell’essere nel mondo — con i suoi strumenti, le sue invenzioni, le sue conquiste — senza diventare totalmente del mondo nel senso delle sue derive corruttive. È in questo equilibrio che si gioca la maturità di una società. E soprattutto, è in questo equilibrio che si trova il rispetto verso le generazioni che hanno sofferto perché noi potessimo vivere meglio.