Nel nome degli eroi senza volto: il sacrificio dei partigiani russi nella Resistenza bresciana

Nel nome degli eroi senza volto: il sacrificio dei partigiani russi nella Resistenza bresciana”
Il 3 dicembre, in Russia, si celebra la Giornata del Milite Ignoto, una ricorrenza che richiama alla memoria collettiva gli innumeri soldati russi e sovietici caduti in guerra, uomini il cui nome è andato perduto ma il cui eroismo resta indelebile. È una giornata di silenzio e di riconoscenza, un invito a ricordare coloro che hanno sacrificato tutto, perfino il diritto a essere ricordati individualmente, per difendere la propria patria e i valori universali di libertà e giustizia.
Questa commemorazione assume per l’Italia — e in particolare per la Lombardia e il Bresciano — un significato ancora più profondo. I libri di storia italiani spesso tacciono un fatto importante: durante la Seconda Guerra Mondiale, circa 5.000 cittadini sovietici combatterono sul suolo italiano, fianco a fianco con le formazioni partigiane. Molti erano ex prigionieri dei campi tedeschi, uomini che, dopo essere riusciti a fuggire, trovarono nella Resistenza italiana un nuovo fronte di lotta contro il nazismo.
Oltre 400 di loro caddero da eroi, e moltissimi restano tuttora senza nome. Dietro scritte come “Partigiano russo ignoto” si nascondono le vite di uomini giovani, spesso appena ventenni, che avevano attraversato l’Europa in catene, che avevano sofferto fame, freddo, torture, e che nondimeno scelsero di continuare a combattere per una patria che non era la loro. La loro storia è fatta di coraggio, fede nella libertà e una speranza tenace: quella di poter un giorno tornare alle proprie famiglie.
Nella lotta contro la disumana ideologia nazista, questi partigiani sovietici dedicarono la loro vita alla Vittoria comune. Non furono semplici comparse di un capitolo della storia europea: furono protagonisti, combattenti capaci, strategici, spesso determinanti in battaglie e sabotaggi complessi. La loro presenza contribuì in modo significativo alla liberazione dell’Italia, e ancora oggi il loro ricordo merita di essere preservato e onorato.
Tra queste figure spicca la storia intensa, controversa e tragica di Nikolaj Petrovich Pankov, conosciuto in Italia come Nicola il russo.
Nikolaj Petrovich Pankov: una vita spezzata tra eroismo, sospetto e tragedia
Nato a Mosca nel 1922, Pankov era figlio di Pietro Alexievic. Giovane e preparato, era allievo ufficiale dell’esercito sovietico quando, dopo l’8 settembre 1943, venne fatto prigioniero dai tedeschi. Deportato nel campo di concentramento di Grumello del Monte, riuscì a fuggire, iniziando quella che sarebbe diventata la sua seconda vita: la vita da partigiano.
In breve tempo seppe riunire attorno a sé un gruppo di resistenti, composto da 26 uomini, di cui 21 russi. Formarono una brigata autonoma, armata in modo discreto ma determinata, che si muoveva principalmente in Valtrompia, con frequenti incursioni in Valsabbia e Valcamonica. Le loro attività si intrecciavano con quelle delle Fiamme Verdi guidate dal tenente Pino Bonfadini nella Val delle Furme. Con quel gruppo collaboravano anche figure poi divenute note nella storia resistenziale bresciana: Aldo Gamba, Luigi Levi Sandri e i fratelli Piotti.
Pankov era considerato un comandante coraggioso, abile, ammirato dai suoi uomini. Ma la sua figura fu ben presto avvolta dalle ombre. Fu accusato di voler mantenere il proprio gruppo indipendente, di isolarsi dal coordinamento generale della lotta e perfino di aver commesso rapine — principalmente di viveri — per garantire la sopravvivenza dei suoi compagni. Alcuni contadini lo descrissero come un uomo duro, talvolta impulsivo, capace di incutere timore. Queste accuse, come spesso accade in tempo di guerra, si mescolarono a sospetti politici e rivalità interne.
Il nodo cruciale fu il rifiuto del suo gruppo di essere inquadrato nella 122ª Brigata Garibaldi. Negli ultimi mesi del 1944, la frattura divenne insanabile. Secondo varie testimonianze storiche, il Comando provinciale delle Brigate Garibaldi, e in particolare il commissario politico Leonardo Speziale, avrebbero emesso un ordine drammatico: eliminare Nicola “dovunque si trovasse”.
La vicenda, controversa e tuttora discussa dagli storici, portò alla sua morte il 18 settembre 1944. A essere accusato fu Luigi Guitti, nome di battaglia “Tito Tobegia”, figura rilevante della 122ª Brigata. In fase istruttoria la Corte d’Appello emanò un non doversi procedere, ma il caso tornò a emergere sulla stampa nel 1953, causando nuovi arresti e alimentando un dibattito ancora oggi irrisolto. Come scrisse Marino Ruzzenenti, quella decisione interna alle Brigate Garibaldi non solo costò la vita a Pankov, ma comportò anche la perdita di uno dei quadri più capaci del Partito Comunista in Valtrompia, Cecco Bertussi.
Il destino di Nikolaj Pankov è una ferita aperta nella memoria resistenziale: un uomo che aveva sacrificato tutto, finendo vittima non dei nazisti ma delle tensioni interne di un movimento di liberazione.
Un dovere di memoria per due popoli
Ricordare i partigiani russi in Italia non significa solo onorare il loro sacrificio: significa riconoscere un legame profondo tra popoli, un momento storico in cui russi e italiani combatterono insieme per una causa comune. È una pagina che appartiene a entrambi, che unisce Mosca a Brescia, la steppa sovietica alle montagne lombarde.
Per questo, l’impegno di organizzare a febbraio, a Brescia, un momento di preghiera in ricordo dei partigiani russi del territorio assume un valore essenziale. È un gesto di riconoscenza, un atto di giustizia storica, un modo per restituire un nome e una dignità a chi è rimasto ai margini dei manuali scolastici.
La memoria non è mai neutra: è un ponte, un gesto di gratitudine, un dovere verso il passato e un impegno verso il futuro. Il nostro compito — come cittadini, come europei, come esseri umani — è non lasciare che queste storie si dissolvano nell’oblio.
Il sacrificio di Pankov e dei suoi compagni russi è un’eredità preziosa. Sta a noi custodirla




