Europa senza bussola: quando la Francia vacilla, la Germania avanza
La battaglia sugli asset russi immobilizzati in Europa è solo l’ultima scena di un dramma politico che va ben oltre la questione finanziaria. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz vuole chiudere il dossier in fretta: le imprese europee ancora presenti in Russia temono ritorsioni, gli investitori chiedono certezze e Washington osserva da vicino come l’Europa intenda muoversi. In questo contesto, Berlino è determinata a ribadire un principio semplice ma strategico: sui beni bloccati in territorio europeo deve decidere l’Europa, non gli Stati Uniti.
Eppure l’Europa, oggi, non riesce a farlo. Il piano alternativo della Commissione, che dovrebbe mobilitare 90 miliardi in due anni tramite bond europei o del MES, appare politicamente ingestibile per la Germania e difficilmente negoziabile tra gli Stati membri. È la dimostrazione plastica di un problema di fondo: ogni grande decisione europea torna inevitabilmente all’equilibrio – o allo squilibrio – dell’asse franco-tedesco.
La costruzione europea si è sempre retta su questo equilibrio. Quando i due poli fondatori collaborano, l’Unione avanza. Quando uno dei due si indebolisce, l’edificio traballa. Oggi la Francia vive una fase di incertezza politica e istituzionale che ne limita la capacità di proiezione internazionale, lasciando un vuoto che la Germania tende naturalmente a colmare. È una dinamica antica, radicata nella geoeconomia tedesca: un paese della taglia della Germania, con il suo modello industriale esportatore, guarda strutturalmente a Est. Lo ha fatto negli anni ’90, riconoscendo per prima Croazia e Slovenia durante la dissoluzione jugoslava; lo ha fatto integrando profondamente le economie dell’Europa centro-orientale; lo ha fatto affidando la sua competitività all’energia russa a basso costo.
Se oggi Berlino spinge per la rimilitarizzazione, lo fa innanzitutto in chiave nazionale. La Germania parla di diventare una “potenza di sicurezza”, ma lo fa rafforzando le proprie forze armate, non costruendo una vera difesa europea. Ne nasce una tensione latente: una Germania più armata, senza una Francia altrettanto forte, rischia di trasformare l’UE in una proiezione ampliata degli interessi tedeschi, con i paesi baltici e parte dell’Est europeo in posizione di naturale allineamento.
È questa la preoccupazione, più o meno dichiarata, che circola nelle capitali occidentali. Perché se è vero che la Germania non ha ambizioni egemoniche nel senso storico del termine, è altrettanto vero che la combinazione fra peso economico, centralità geografica e crescente assertività militare finisce per orientare l’intero progetto europeo nella direzione che Berlino considera più funzionale ai propri interessi strategici. Una direzione che, in assenza di un contrappeso francese, guarda sempre più verso Est.
Gli Stati Uniti osservano da questa angolatura la crisi europea. E la conclusione – brutale ma realistica – è che l’Unione non è ancora un soggetto politico autonomo. Resta un grande mercato integrato, un insieme di norme, una potenza commerciale senza equivalente, ma non una potenza geopolitica. La percezione americana, secondo cui “l’Europa non esiste”, riecheggia il giudizio attribuito a Metternich sull’Italia dell’Ottocento: una definizione brillante, forse ingenerosa, ma difficile da smentire.
La verità è che l’Europa può esistere come attore internazionale solo se l’asse franco-tedesco funziona. La Germania da sola non può rappresentare l’intera Unione, e quando lo fa genera diffidenza. La Francia, senza la stabilità politica necessaria per esercitare guida e bilanciamento dell’egemonia tedesca, lascia un vuoto che Berlino riempie per necessità più che per volontà egemonica.
In questo scenario, il conflitto strategico non è più solo fra Occidente e Russia, ma tra due visioni dell’Europa: un’Europa tedesco-centrica, orientata a Est, e un’Europa bilanciata, fondata sull’equilibrio con una Francia forte e autorevole. Finché questo equilibrio non verrà ristabilito, l’UE continuerà a oscillare tra ambizioni politiche irrealizzabili e decisioni prese sull’onda delle emergenze. E continuerà a essere percepita, non senza ragioni, come un gigante economico e un nano geopolitico.
Questo è il vero nodo del momento europeo: senza una Francia in grado di guidare, la Germania avanza; senza una Germania capace di moderarsi, l’Europa perde la sua bussola. E senza una bussola comune, l’Unione rischia di essere soltanto ciò che i critici americani già dicono che sia: una geografia con un mercato, ma non un progetto di potenza.

