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Conquisterete, ma non convincerete: la malattia concava e convessa dell’odio che ancora ci divide

Ci sono film che non si limitano a intrattenere, ma aprono varchi nella coscienza. Lettera a Franco ha avuto per me questo potere: mi ha spinto a recuperare le letture, i testi e il tormento intellettuale di Miguel de Unamuno, un uomo che vide nella guerra civile spagnola non la lotta del Bene contro il Male, ma il trionfo simultaneo di due barbarie speculari. È così che, a cinquant’anni dalla morte di Francisco Franco, sento il bisogno di scrivere anch’io una lettera. Non a Franco soltanto, ma a chi oggi continua a evocarlo, difenderlo, giustificarlo. La scrivo ai franchisti e ai neofranchisti spagnoli, a chi si arruola nella difesa di una presunta “civiltà occidentale cristiana” piegata a slogan identitari; la scrivo anche a chi, in Italia, guarda con simpatia a Vox o a un Partito Popolare sempre più inclinato verso la nostalgia autoritaria.

Ma la scrivo anche agli antifascisti di oggi — o a chi così si definisce senza interrogarsi troppo — perché in molti casi, con la stessa rigidità speculare di cui parlava Unamuno, finiscono per assomigliare ai nemici che combattono. Chiudono porte, bloccano dialoghi, erigono muri intellettuali; diventano, “in modo concavo e convesso”, la faccia opposta della stessa medaglia, quella dell’odio sterile e dell’incapacità di ascolto. È una dinamica che abbiamo già visto nella Spagna del ’36: due fanatismi che, pur massacrando per scopi diversi, condividevano la stessa mentalità binaria, lo stesso impulso a cancellare l’altro.

La guerra civile spagnola non fu — come spesso la si vuole ridurre — l’epopea eroica di un popolo contro il fascismo, né la battaglia gloriosa per salvare la tradizione cattolica. Fu una carneficina, un abisso di orrori in cui franchisti, falangisti, carlisti e milizie marxiste si affrontarono con una ferocia simmetrica. Se il governo di Burgos avesse prevalso senza l’irruzione del caudillo, forse la Spagna avrebbe conosciuto un rigido governo militare conservatore, certo, ma non la dittatura totalitaria che a lungo soffocò culture, lingue e identità regionali. Franco, invece, impose un’unità non politica ma chirurgica: una Spagna amputata.

Eppure ancora oggi, nel 2025, c’è chi invoca quella mutilazione come se fosse un modello di ordine e civiltà. A loro — a voi — voglio ricordare le parole di Unamuno, parole più vive che mai: la barbarie è unanime, nasce da entrambe le parti, è una malattia mentale collettiva. Chi invoca Franco, chi ne giustifica la ferocia, chi vorrebbe riproporre un’unità nazionale basata sulla negazione delle differenze, dimostra di non aver compreso nulla di quella malattia e dei suoi effetti devastanti.

Il franchismo soffocò ciò che di più prezioso una nazione possiede: la pluralità delle sue identità. Abolì lingue, autonomie, diversità, in nome di un’idea di Spagna che non era altro che proiezione narcisistica del suo dittatore. La stessa logica, mutatis mutandis, si osserva oggi ovunque il nazionalismo centralista si presenta come salvezza. A chi lo sostiene, in Spagna come in Italia, vorrei ricordare che il federalismo non divide: unisce. È la sola strada per comporre una nazione fatta di differenze, non di uniformità imposte.

Unamuno lo aveva capito prima di molti altri. E nelle sue parole, pronunciate in un giorno che entrò nella leggenda — il 12 ottobre 1936, giorno della celebre frase «Vincerete ma non convincerete» — si trova tutta la potenza morale di chi rifiuta i totalitarismi di ogni segno. A chi oggi, come allora, grida “Viva la muerte!”, Unamuno rispondeva che questo paradosso non era solo stolto ma ripugnante. Un culto della morte che sostituiva la riflessione con il fanatismo, la cultura con l’ideologia.

E quando denunciava gli slogan contro baschi e catalani, ricordava con lucidità che un’accusa può sempre essere rovesciata: chi definisce gli altri anti-Spagna spesso è colui che rifiuta la vera Spagna, quella plurale, reale, viva. Unamuno, basco, che consacrò la vita alla lingua castigliana; Plá y Deniel, catalano, che ricordava la dottrina cristiana a chi se ne era dimenticato; figure che, da posizioni e culture diverse, incarnavano la complessità che il franchismo voleva estirpare.

Il suo discorso rimane oggi un monito contro ogni nuovo fondamentalismo politico, che sia di destra o di sinistra. Perché — e questo è il cuore del suo pensiero — “bolscevismo e fascismo sono le due forme, concava e convessa, di una stessa malattia mentale collettiva”. Una malattia che ricompare quando la politica diventa religione, quando il dissenso è tradimento, quando si invocano nemici interni da annientare.

Per questo, in questa mia “lettera a Franco”, sento il bisogno di rivolgermi non solo ai nostalgici del passato autoritario, ma anche a coloro che, pur professandosi democratici, cadono nella stessa trappola dell’odio. L’incapacità di dialogo, la cancellazione dell’altro, il rifiuto di riconoscere le contraddizioni del proprio campo: tutto questo riproduce l’atmosfera velenosa da cui nacque la tragedia del 1936.

Oggi la Spagna non è più quella di allora, e l’Italia nemmeno. Ma la malattia concava e convessa dell’odio, quella sì, sopravvive. Vive nei social, nei partiti che soffiano sul fuoco delle paure, negli intellettuali che vengono derisi e zittiti. “Conquistare non è convincere”, disse Unamuno. Si conquista con la forza, ma si convince solo con la ragione e con il diritto. E ciò che manca oggi, a chi continua a invocare soluzioni autoritarie o a chi demonizza ogni dialogo, è proprio la capacità di persuadere, di comprendere, di unire.

La mia lettera, oggi, è un invito — forse ingenuo, forse inutile — a recuperare quella capacità. Non per tornare alla Spagna di Unamuno, ma per non ripetere il suo inferno. Perché conquistare è facile. Convincere è ciò che rende una democrazia davvero viva.

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Marco Baratto

Nato a Milano , Laureato in Legge. Si interessa di storia dei rapporti tra l'Europa e il Mediterraneo.

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