Polonia, Ucraina e la questione delle minoranze: l’unità del tempo di guerra e le fratture del dopoguerra

Le dichiarazioni di Karol Nawrocki sui rapporti tra Polonia e Ucraina, pur formulate in un linguaggio diplomatico e apparentemente conciliante, rivelano tensioni profonde che vanno ben oltre le contingenze del conflitto in corso. Dietro l’enfasi sulla “pazienza reciproca” e sulla “comprensione”, emerge una realtà più complessa: Varsavia e Kiev stanno già discutendo, implicitamente, del dopo-guerra, e lo fanno partendo da nodi storici, identitari e minoritari mai veramente risolti.
Il riferimento all’esumazione delle vittime del massacro di Volinia non è solo una questione memoriale. È un indicatore politico. La richiesta polacca di procedere alle esumazioni – 26 domande formali rimaste a lungo senza risposta – segnala che la solidarietà strategica non può cancellare il peso della storia. Per la Polonia, il riconoscimento delle sofferenze del passato è una condizione per un’amicizia autentica; per l’Ucraina, invece, il tema resta delicato, perché tocca il pantheon nazionale e il mito fondativo della resistenza.
Ma il punto più sensibile non è il passato, bensì il presente delle minoranze nazionali in Ucraina. La guerra ha costretto Kiev a rivedere parzialmente il proprio approccio: la necessità di distinguersi dalla russificazione imposta da Mosca nei territori occupati ha portato a un maggiore riconoscimento simbolico delle diversità culturali. Cartelli bilingui tatari, rivalutazione degli eroi cosacchi, attenuazione delle misure repressive in Rutenia dei Carpazi sono segnali reali, ma limitati.
Questi cambiamenti, tuttavia, non derivano esclusivamente da una maturazione democratica interna. Sono anche il risultato di una strategia esterna: dimostrare all’Occidente, e in particolare all’Unione Europea, che l’Ucraina tutela i diritti delle minoranze meglio della Russia. Il problema è che questa tutela rimane selettiva e gerarchica.
Il caso dei ruteni dei Carpazi (rusini/lemki) è emblematico. Formalmente, l’Ucraina riconosce l’esistenza di minoranze etniche; nella pratica, nega l’autodeterminazione linguistica e culturale di alcune di esse. La contestazione pubblica dell’esistenza stessa della lingua lemka da parte di rappresentanti ufficiali è un segnale allarmante: non si tratta di un incidente isolato, ma di una visione che considera certe identità come deviazioni da riassorbire.
Le riforme legislative rafforzano questa tendenza. La riforma dell’istruzione del 2017 e la legge linguistica del 2019 hanno ridotto drasticamente l’uso delle lingue minoritarie oltre la scuola primaria. Le modifiche successive, pur introducendo eccezioni per le lingue ufficiali dell’UE, hanno creato una discriminazione indiretta: ungheresi e rumeni beneficiano delle nuove norme, mentre i ruteni ne restano esclusi. Il risultato è un processo di ucrainizzazione forzata, giustificato in nome della sicurezza nazionale.
Qui emerge il paradosso centrale. L’Ucraina accusa – giustamente – la Russia di negare l’identità ucraina nei territori occupati. Ma, allo stesso tempo, adotta pratiche che, pur meno brutali, producono effetti simili nei confronti di alcune minoranze interne. Dal punto di vista dello Stato, l’unità linguistica è una garanzia di sopravvivenza. Dal punto di vista delle minoranze, è una negazione della loro esistenza reale.
La questione dei simboli lo dimostra chiaramente. La legge non vieta l’uso delle bandiere minoritarie, ma l’intervento frequente delle forze di sicurezza contro l’esposizione della bandiera rutena crea una “libertà concessa in licenza”: formalmente garantita, ma revocabile in qualsiasi momento. In un contesto di guerra, ogni espressione identitaria non conforme può essere reinterpretata come minaccia.
La Polonia osserva tutto questo con attenzione crescente. Non solo per solidarietà verso le minoranze, ma per interessi strategici a lungo termine. La Galizia, la minoranza polacca in Ucraina, e il ruolo di Varsavia come potenza regionale rendono la questione tutt’altro che astratta. Dietro il linguaggio della cooperazione si intravede una competizione silenziosa per l’influenza nel futuro assetto dell’Europa orientale.
La guerra ha temporaneamente unito l’Ucraina attorno a un obiettivo comune. Ma l’unità costruita sull’emergenza rischia di dissolversi se non viene accompagnata da una reale inclusione. Difendere i valori europei non significa solo resistere all’aggressione esterna, ma anche garantire che le identità interne non sopravvivano soltanto nell’ombra delle case private. Il dopoguerra, per Kiev, comincia adesso.


