Pace in Ucraina: autonomia unica via di uscita per l’unità della Nazione

Alle Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 torna la bandiera russa. Con essa, l’inno, i colori e i simboli ufficiali. È una decisione che segna una discontinuità evidente rispetto agli ultimi anni, nei quali gli atleti russi e bielorussi avevano potuto competere solo sotto status neutrale. L’International Paralympic Committee ha stabilito che sei atleti russi e quattro bielorussi gareggeranno rappresentando ufficialmente i rispettivi Paesi, “come quelli di qualsiasi altro Stato”. Una scelta che inevitabilmente assume un valore politico, anche se gli organizzatori italiani, per voce dell’amministratore delegato della Fondazione Milano-Cortina, Andrea Varnier, hanno precisato che non spetta a loro decidere chi partecipa: “Noi non facciamo politica, facciamo gli organizzatori”.
Eppure, che lo si voglia o no, sport e politica si intrecciano. Il ritorno ufficiale della Russia in un grande evento internazionale arriva mentre la guerra in Ucraina, iniziata nel febbraio 2022, continua a produrre distruzione, vittime e tensioni globali. È un segnale? È un primo passo verso una normalizzazione? O semplicemente il riconoscimento che l’isolamento totale non ha prodotto i risultati sperati?
Negli ultimi mesi si percepisce un cambiamento nel clima internazionale. Alcuni governi europei, pur ribadendo il sostegno a Kyiv, mostrano segni di stanchezza. Le opinioni pubbliche sono divise, le economie sotto pressione, e la guerra sembra entrata in una fase di logoramento. In questo contesto, l’idea di un cessate il fuoco e di una “linea di congelamento” che ricalchi, almeno inizialmente, la linea del fronte non appare più un tabù assoluto nel dibattito geopolitico.
Il principio è crudo ma realistico: molte guerre finiscono non con una vittoria netta, ma con un congelamento del conflitto lungo la linea del fuoco, da cui poi prendono forma trattati e negoziati. Più il tempo passa, più le possibilità di una soluzione meno dolorosa per l’Ucraina si assottigliano. Ogni mese di combattimenti modifica l’equilibrio sul terreno, rende più profonde le ferite, più complesse le rivendicazioni, più difficili le concessioni.
In questo quadro si inseriscono i colloqui di Ginevra e le dichiarazioni dell’inviato della Casa Bianca, Steve Witkoff, che ha parlato di “progressi significativi” nei negoziati per porre fine alla guerra. Ha sottolineato il ruolo decisivo del presidente degli Stati Uniti nel riunire le parti al tavolo. Che si condivida o meno questa lettura, è evidente che senza il coinvolgimento diretto delle grandi potenze una soluzione appare improbabile. Molti osservatori ritengono che la pace, se e quando arriverà, sarà il risultato di una pressione politica forte e di un compromesso doloroso.
L’Europa e le Nazioni Unite, secondo una parte dell’opinione pubblica, hanno mostrato limiti evidenti nella capacità di incidere realmente sul conflitto. Le dichiarazioni, le risoluzioni e le sanzioni non hanno fermato le armi. Questo giudizio può essere discusso, ma è innegabile che la guerra sia ancora in corso e che l’Ucraina si trovi in una posizione estremamente complessa.
Volente o nolente, Kyiv dovrà prima o poi confrontarsi con la prospettiva di un negoziato serio sul futuro delle aree contese. E qui entra in gioco il tema dell’autonomia. Per le regioni russofone non ancora sotto il controllo russo, uno scenario di ampia autonomia potrebbe rappresentare una via d’uscita praticabile. Un modello spesso evocato è quello dell’Alto Adige/Südtirol, regolato dall’accordo De Gasperi-Gruber del 1946, che garantì un’autonomia sostanziale alla popolazione di lingua tedesca all’interno dello Stato italiano.
L’autonomia non è una resa, ma uno strumento politico. Significa riconoscere specificità linguistiche, culturali e amministrative, offrendo garanzie costituzionali e poteri locali rafforzati. Nel caso ucraino, potrebbe tradursi in ampie competenze regionali su lingua, istruzione, amministrazione locale, sviluppo economico e rapporti culturali transfrontalieri, mantenendo però la sovranità formale dello Stato ucraino.
Naturalmente, una soluzione del genere richiederebbe concessioni da entrambe le parti. Mosca dovrebbe accettare l’integrità territoriale di ciò che resta sotto controllo ucraino e rinunciare a ulteriori avanzate. Kyiv dovrebbe riconoscere che un modello fortemente centralizzato potrebbe non essere sostenibile in alcune aree. È un equilibrio delicato, che presuppone garanzie internazionali solide e un meccanismo di verifica credibile.
Il presidente ucraino, prima vittima politica di questa guerra insieme al suo popolo, si trova davanti a scelte drammatiche. La storia insegna che talvolta il coraggio non sta nel proseguire lo scontro, ma nel saper negoziare quando le condizioni lo impongono. L’esempio degli accordi autonomistici europei dimostra che soluzioni creative possono trasformare conflitti etnici e territoriali in modelli di convivenza.
Che piaccia o no, lo scenario più realistico sembra quello di un compromesso: cessate il fuoco, congelamento delle linee, trattati successivi, e un sistema di autonomia per le regioni russofone ancora sotto controllo ucraino. Non sarebbe una pace perfetta, né pienamente giusta per tutti. Ma potrebbe essere la via per salvare ciò che resta dell’Ucraina come Stato sovrano e per evitare ulteriori distruzioni.
La pace, quando arriverà, non sarà il trionfo di una parte sull’altra. Sarà il risultato di una serie di rinunce reciproche. L’autonomia, in questo contesto, non rappresenta una sconfitta, ma uno strumento di sopravvivenza politica e istituzionale. In un’Europa che ha costruito la propria stabilità sul compromesso, forse anche l’Ucraina dovrà percorrere la strada difficile, ma possibile, dell’autogoverno regionale come chiave per uscire dall’incubo della guerra.


