Speciale Maturità

Maturità 2015: Dante vv. 127-136 dell’Inferno

Il canto diciottesimo dell’Inferno di Dante Alighieri si svolge nella prima e nella seconda bolgia dell’ottavo cerchio, ove sono puniti rispettivamente i ruffiani e seduttori e gli adulatori; siamo nel mattino del 9 aprile 1300 (Sabato Santo), o secondo altri commentatori del 26 marzo 1300.

Con questo canto inizia la seconda metà della cantica infernale. Curiosamente l’Inferno è distinto in due metà di 17 canti, in ciascuna delle quali compaiono 13 categorie di dannati: due numeri particolarmente sinistri e legati a superstizioni; in questa seconda parte sono trattati i fraudolenti (che si suddividono in ingannatori e in traditori) cioè coloro che usarono l’intelligenza e la ragione per fini malvagi.

Alla fine di una rapida carrellata di dannati di questo canto, Virgilio richiama l’attenzione di Dante su una dannata “sozza e scapigliata”, che “si graffia con l’unghie merdose” e si alza e siede continuamente senza trovare pace. Essa è Taide, la “puttana” che al suo amante (drudo) quando egli le chiese se avesse grazie presso (apo, latinismo da apud) di lei, essa gli rispose “Maravigliose”, eccedendo in lusinghe. Siamo proprio ai versi che ci interessano.

Sul personaggio vanno fatte alcune considerazioni. La prima è che è la prima peccatrice donna che si incontra nell’Inferno dai tempi di Francesca da Rimini, trovata nel II cerchio dei lussuriosi, dove pure comparivano alcune figure femminili. Essa è l’unica prostituta nominata all’Inferno ed è significativo come essa non sia punita per la lussuria ma per l’adulazione. In secondo luogo Dante mette in bocca alla donna parole non sue. Essa è infatti un personaggio letterario della commedia dell’Eunuchus di Terenzio, la quale manda il suo servitore Gnatone presso il suo amante Trasone; e Trasone chiede al mezzano, non a Taide, se egli fosse gradito alla donna ricevendo come risposta “Ingentes”, cioè “Moltissimo”, quindi semmai l’adulatore sarebbe stato Gnatone. L’equivoco nasce dal fatto che Dante lesse della vicenda schematizzata da Cicerone in un passo del De amicitia, confondendo un nominativo con un vocativo e quindi attribuendo la frase a Taide stessa. Cicerone stesso usò il passo per indicare un chiaro esempio di adulazione (secondo lui sarebbe bastato un semplice sì di risposta invece dello spropositato moltissimo) e Dante riprende pari pari la citazione.

Nonostante tutto, questo errore ci ha permesso di mettere in luce alcuni elementi sulla biblioteca di Dante.

Il canto si chiude con Virgilio che sprezzante dice “E quinci sian le nostre viste sazie”, una variante del motto Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

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